PIOVONO RAPE!!! DOPO IL DILUVIO - L’ESORDIO DA NON PERDERE

PIOVONO RAPE!!!

DOPO IL DILUVIO di Leonardo Malaguti, Exòrma Edizioni, dal 10 maggio in libreria, L’ESORDIO DA NON PERDERE

di Paola Rinaldi

Erano anni che non mi capitava di leggere un romanzo così pazzesco e bello: diverso da quasi tutto quello che ho letto in tante lingue, divertente e folle, ricco di citazioni nascoste che arrivano dalla letteratura ma anche dall’arte, dalla musica, dal cinema, grottesco e ironico e grave, tra Brecht e Fellini (e il giovane autore Leonardo Malaguti ha la stoffa per non sfigurare in certi paragoni). Si ride tantissimo e con un occhio si piange anche un po’. E si fanno scorpacciate di rape.

Il contadino Thomas Marz attende, nel suo campo di rape, il ritorno di quell’ingrata di sua moglie (una giovane a cui strappò il sì davanti al pastore giusto perché in fin di vita), Lisetska, proveniente dalle vicine steppe (e a cui Marz ha nascosto il passaporto, per stare sicuro). Ma d’un tratto ode grida provenire dai campi, poi la pioggia comincia a cadere e aumenterà di ora in ora, e comincia a scappare verso la foresta. Lisetska, invece, torna a casa, lasciato il giovane e buono amante nel suo furgoncino da lattaio: ma attenderà invano il ritorno di Marz (armata di coltello, nel caso l’iroso marito fosse di cattivo umore).

Finito il diluvio, il paese è sommerso e il nuovo sindaco non si trova: così il Dottor Jackobson (dentista e nel tempo libero assessore), il Professor Hanselberg (luminare e consigliere ad honorem) e il giardiniere Petersen vanno dal rabbino Hershel Blum (arrampicato sulla cima di un albero e assai affamato) a chiedere consiglio e quindi, seguendo il suo saggio suggerimento, si dirigono alla cava, perché evidentemente c’è qualcosa che ottura la valvola del canale. Il tappo è il cadavere di un uomo ormai irriconoscibile (sta lì da un paio di settimane), e per tirarlo fuori muore inondato il povero Petersen. Così, intorno al tavolo del Venusberg, il bordello gestito da Madame Eda Gebick – il commissariato è inagibile –  sono stesi i cadaveri (e il pastore Thulin, impegnato con l’abbondante Jenny fino a poco prima, può persino dar loro l’estrema unzione), si ritrova anche il commissario Adam Van Loot, figlio della monca Berta (che perse il braccio in guerra e ora accetta carni).

Il mistero è presto risolto: il morto è il ladro di rape che avevano avvistato qualche giorno addietro; ma un’attenta analisi del corpo lascia sbalorditi i presenti, perché il ladro di rape è Otto Venders, il sindaco del paese, e non è neppure morto affogato! Van Loot è molto inquieto: il rinvenimento del delitto non ha solo stappato il canale, riportando le strade del paese all’asciutto, ma ha scoperchiato il vaso di Pandora, e il giovane, aracnofobico e pensieroso commissario si sente schiacciato da un presagio sinistro, come se non un delitto soltanto, ma il Male in sé si stesse insinuando nella sua comunità, scossa da un disordine di portata cosmica. D’altra parte sua madre, mentre fa a pezzi carne o legna con il braccio buono, lo mette in guardia, ché tira aria di guerra e Dio sta mettendo le mani avanti. Le indagini di Van Loot affondano nel fango di un diluvio di violenza e di istinti bassi, facciamo conoscenza di personaggi usciti dai quadri di Dix e dell’espressionismo tedesco, o Bruegel e Bosch che tuttavia ci riservano affetti a sorpresa (grotteschi pure loro ma sinceri, vale per il rabbino e il suo porcello Julius ma anche per Eda, le ‘sue’ ragazze e i loro figli, e in fondo pure Berta ama il suo Adam, primo uomo) ma soprattutto assistiamo alla psicosi collettiva contro il Nemico, quale che sia, cavalcata (è il caso di dirlo!) dal generale Krauss, un personaggio che da solo meriterebbe un romanzo (fosse anche solo per le sue prestazioni erotiche coltissime). In uno spasmodico crescendo di ansia e follia, questo romanzo spettacolare e unico ci porta alla conclusione facendo quadrare perfettamente il cerchio (che si chiude, come si era aperto, di nuovo con le urla di Marz), anche se sarebbe più corretto parlare della fine, piuttosto che del finale.

Scritto anche tecnicamente con uno stile personale, distante dalla banalità imperante (perché ci si può far capire anche senza essere piatti), il romanzo non ha mai chiari riferimenti temporali e anche il luogo è vago, ma i tanti indizi ci aiutano a farci un’idea precisa, nonostante il tono picaresco e la voce fuori campo donino alla vicenda una validità eterna, senza scadenza.

L’isolamento in cui siamo catapultati è fondamentale perché fobia e isteria assumano dimensioni incontrollabili nel paese e nel romanzo: è un isolamento che da fisico si fa anche spirituale e riesce a scavalcare pure i confini temporali. Se è vero che l’unico riferimento esplicito al passato risale al Barocco, al Seicento del Simplicissimus, c’è una line diretta che dal medioevo arriva al nazismo: Faust e la sua dannazione o quel sonno della ragione che rapisce il popolo tedesco in entrambi i periodi oscuri, ma anche i cicli dei vari romanzi cavallereschi e le figure della tradizione trobadorica. Così, anche in questo romanzo, nonostante il telegramma e il coroner, sembra di essere avvolti dal buio del Medioevo, dalle sue superstizioni e quella pioggia insistente, quel diluvio del titolo, richiama alla mente il millenarismo, la fine del mondo e la conseguente follia che inebria o atterrisce le folle, la stessa ebbrezza che il popolo sperimenterà di nuovo con l’avvento del nazismo. Si respira aria medievale nel fumo dei roghi, medievale è la superstizione che connota la religione e il suo rappresentante Thulin, e anche la mancanza di redenzione è tipica dei movimenti che percorrono la società intorno al Mille: dopo il diluvio, non c’è un mondo nuovo perché non c’è un Noè che abbia costruito un’arca, e non torna la colomba col ramo nel becco, bensì rispunta Marz e la minaccia del ritorno del nemico e tutto ricomincia da capo. Anzi, quel poco che si sa sul futuro fa gelare il sangue: “L’ordine è caduto, presto ne salirà uno nuovo, arrendiamoci.”, dice Krauss, e sappiamo bene che il Nuovo Ordine è quello che auspica Hitler per l’Europa germanica.

Ma la genialità di Leonardo Malaguti è tutta contemporanea, quindi zero noia o pesantezza, davvero: a rischiarare la cupezza della situazione, è l’uso ben assestato dell’ironia e anche del comico. Non solo Simplicissimus ma anche Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, insomma! L’equilibrio romanzo tra il brutto e il bello, tra triste e allegro, è raggiunto grazie al bilanciamento dei personaggi, tutti ma proprio tutti superlativi: se ci sono esseri umani integri nel fisico ma minati nello spirito, ci sono anche i mutilati nel corpo che però hanno mantenuto intatta (o quasi) la loro moralità. Ciascuno dei personaggi ha una sua deformazione, una sua stortura, ma paradossalmente le più gravi non sono quelle fisiche: i consiglieri comunali sono sani nel corpo ma lontani dall’integrità d’animo. Ancor peggio sono i vari Thulin, Meier, Marz, Venders, mentre gli unici che cercano di vivere cercando un po’ di felicità senza violare nessuno, finiscono male: in cenere, picchiati a sangue, violentati e comunque ostracizzati. Tutto è in qualche modo in disordine, in questo paese: quelle con un profondo senso materno sono le puttane, per dire. Mentre Adam lotta contro le proprie fobie, i suoi compaesani cedono progressivamente al Male che avanza, e che è stato annunciato da uno, Krauss, che crede di poter dominare il futuro trasformandolo in un racconto, ma non si rende conto di essere a sua volta personaggio di un racconto scritto da altri. Berta è un personaggio spassoso: come Kraus, è esaltata dall’adrenalina della battaglia, ma pare saper distinguere bene come ci si comporti in guerra e come invece si viva a casa, in tempo di pace. Con quella mannaia pesante che padroneggia come Krauss la leggera penna, Berta è una donna che prende bene la mira e conosce bene i confini; conosce molto bene anche suo figlio Adam (che è riflesso di sé) e il rapporto tra i due è, nel silenzio che lo contraddistingue, quasi commovente, perché Berta conosce molto bene suo figlio e ne percepisce l’inquietudine. Con Berta il melodramma è quasi impossibile e Adam, nel suo modo di guardare il mondo, ha lo stesso disincanto della madre, è l’unico argine che, almeno temporaneamente, ferma l’inondazione del Male.

Berta e Marz al Brücke Museum di Berlino (fateci un giro che è bellissimo)

Intelligente, divertente e raffinata, questa commedia/tragedia umana travestita da giallo è un’opera che si legge con il piacere di chi sa di partecipare ad un gioco in cui la posta è assai più alta di quanto appaia all’inizio, ed è un piacere che prescinde dalla vittoria (perché, come essere umani, sembra proprio che siamo tutti destinati a perdere, ma ce ne faremo una ragione).

Un romanzo come questo merita persino il pellegrinaggio al Salone del Libro di Torino, dove domenica 13 alle ore 11,30 Leonardo Malaguti e Massimo Gramellini si confronteranno su questa storia così strana che non sono certa che poi faremo bei sogni, ma saranno certo sogni…. interessanti!!!