Stati d'animo al Palazzo dei Diamanti di Ferrara

di Eleonora Sole Travagli

Sguardi inquisitori, estatici, malinconici, sguardi radiosi, lascivi, materni, persi nel vuoto… sono solo alcuni di quelli che fluttuano rapinosi tra i visitatori della mostra “Stati d’animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni”, inaugurata al Palazzo dei Diamanti di Ferrara lo scorso sabato.

Chiunque creda di imbattersi in un trito e ritrito percorso espositivo che spazia dal Simbolismo e Divisionismo all’Avanguardia Futurista si sbaglia di grosso.

Allo spettatore che varca la soglia dello storico palazzo estense viene richiesto molto di più: di intraprendere un viaggio interiore, “nei territori dello spirito”, alla (ri)scoperta delle emozioni di cui la natura umana è costellata.

Sin da principio si intuisce, infatti, che i due titani presi in causa per sottotitolare l’esposizione altro non sono che l’ideale pretesto per contestualizzare storicamente, ed affettivamente (Gaetano Previati nasce a Ferrara nel 1852), l’intero percorso.

Schopenhauer in quegli anni scriveva che La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro. Leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare”. Ferrara Arte dota così il fruitore di una fornita “cassetta degli attrezzi” costituita da sale di un blu oceano che suddividono i moti di spirito con la rara e preziosa intuizione di eliminare i distanziatori, contribuendo ad un totalizzante esperire; stilosi pannelli multimediali, a metà tra panchine ed archivi digitali, fungono da trait-d’union tra le opere e quanto accadde in quegli anni in ambito medico, scientifico, filosofico, musicale, esoterico, tecnologico e storico, a dimostrazione che l’opera di artisti quali Segantini, Previati, Pellizza da Volpedo, Angelo Morbelli, Medardo Rosso, Balla, Carrà e Boccioni, ha colto a piene mani la sfida di plasmare un vocabolario visivo che dà forma all’intangibilità e alla mutevolezza dei sentimenti.

L’attualità di “Stati d’animo” si rivela sin da principio con una galleria di volti, tratti dalle pagine de “L’uomo delinquente” di Cesare Lombroso, che dialoga con l’autoritratto di Umberto Boccioni. Antesignano – insieme ad altri – di contemporanei selfies, restituisce quei tratti psichici che oggi siamo soliti esasperare con smorfie e boccuccie fissando gli smartphones.

Gli occhi di Segantini poi, raffigurato con un pugnale piantato in gola (autoritratto, 1882), perforano. Il binomio dell’artista “profeta-vittima” si rivela con disarmante immediatezza, conducendo – per gradi di separazione – all’autoritratto di Paul Gauguin a passeggio con la propria testa e, paradossalmente, all’ultima sfilata di Gucci per la collezione autunno/inverno 2018/19 . Quando si dice che la storia è fatta di corsi e ricorsi…

La malinconia che colpisce Santina Negri nel “Ricordo di un dolore” (1889) di Pellizza da Volpedo è profonda al punto da non lasciare un dilucolo di speranza. Il senso di ineluttabilità e scoramento che ne deriva ricorda le eroine di svariate pellicole antonioniane.

Per contrappunto non poteva mancare la caleidoscopica manifestazione della joie de vivre che scaturisce dalla contemplazione di un paesaggio, dall’ascolto musicale (si pensi al concetto wagneriano di opera totalizzante) o dagli affetti famigliari, e che raggiunge il suo apice nell’estasi amorosa o mistica: “La danza delle Ore” (1899) di Gaetano Previati immortala le sinuose figure mitologiche che in cerchio celebrano l’energia vitale del sole e, inevitabilmente, riconducono alla flessuosa gioiosità di una splendida Isadora Duncan.

Ma vi è anche un altro particolare sguardo, quello oggettivo di Angelo Morbelli, che dall’esterno ci narra, con “Asfissia” (1884), il triste destino di due amanti in una camera d’albergo. Un reale caso di omicidio suicidio – di cui oggi sentiamo fin troppo parlare – da cui l’artista ha preso spunto documentandosi sulle pagine di cronaca dell’epoca. La storia vuole che l’insuccesso della prima esposizione di quest’opera fu tale, soprattutto per via della forte censura, che il quadro fu tagliato in due, e tale si ripresenta.

L’esposizione si chiude con la grassa “Risata” di Boccioni ottenuta in prestito dal MoMa di New York. L’opera, del 1911, è densa di colori abbacinanti, linee e volti frammentati, che ricordano talune performances del pimentato circo Barnum. Vale la pena ricordare che nello stesso anno Vassily Kandinski dava vita alla sua “Composizione IV”; allora potremmo dilatare le suggestioni di questa mostra ferrarese proseguendo verso Reggio Emilia, dove la mostra “Kandinsky – Cage” è stata di recente prolungata…

Lungi dal rivelare oltre, occorre sottolineare che “Stati d’animo” ha il grande pregio di fornire un esaustivo spaccato sulla storia dell’arte nazionale, a cavallo tra Ottocento e Novecento, attraverso un punto di vista totalmente inedito, quello delle emozioni, nel quale ci si potrà immergere fino al 10 giugno.