Tino Seghal riassembla l’uomo

di Marco Penzo

Più di 100 anni fa, vicino a Porta Susa a Torino, nelle Officine Grandi Riparazioni, migliaia di uomini montavano e smontavano grandi macchinari, bielle e ingranaggi, condensando tra acciaio e ghisa la potenza tecnica che nell’era del positivismo fine ottocentesco prometteva una società nuova, diversa, illuminata, ribollente di possibilità.

Il progresso tecnologico sarebbe stato un Prometeo generoso capace di far dimenticare ogni male e di potenziare l’uomo, emancipandolo da noia e fatica.

A più di un secolo di distanza, l’arte incarna questo fallimento: lo spazio è ora vuoto, come fu la promessa stessa di progresso, e uno schivo artista muove un insieme caotico di uomini che non producono nulla, che non lucrano, che quasi non sono.

Tino Seghal, maestro coreografo londinese, premio Leone d’oro di Venezia (Biennale 2013), tra i più importanti artisti della scena internazionale, dopo 10 anni di assenza dal suolo italiano, torna a mostrare sé stesso, attraverso una mostra personale curata da Luca Cerizza presso il Binario 1 delle Officine Nord di OGR, assieme ad una serie di performance-coreografie.

L’artista performer britannico-tedesco riprende il doppio binario della sua formazione, la critica ai costrutti economico-sociali alienanti e il potere delle arti più semplici, come la danza, il canto, il semplice movimento ritmato. In questo filone scisso Tino Sehgal imposta la propria idea coreografica, paradigma alternativo del semplice movimento del corpo umano, nella corale esposizione di più voci e singoli prilli, per trasmettere umanità, una melodia immersiva e benefica, contro ogni sfruttamento.

Le ‘azioni viventi’ o ‘situazioni nello spazio’, come usa definire l’autore le proprie performance, sono composte da circa una cinquantina di persone, dinamicamente (s)composte nei larghi spazi della ex officina, in costante interazione con gli astanti, collettivamente e personalmente, fermandosi per parlare vis a vis del proprio passato, cantando melodie infantili, narrando i propri traumi, il cuore ferito da vicende procellose o di quando l’animo toccò il cielo con un dito. Ogni scena è pensata in base al numero di curiosi, considerato sulla loro volontà di collaborare, per cui la temporalità dell’opera, evento unico, si ridefinisce in base alle possibilità del gioco, presenti, giorno, umore, passioni, emozioni sono le variabili che trasformano le azioni dello ‘sciame’ dei ‘non attori’. I protagonisti cantano, parlano, il ritmo viene diffuso con suoni rauchi vocali, con un sottile rimando alla video art di Bruce Nauman e Dan Graham, o anche al più classico Bacio di Rodin.

These Association, performance cardine del progetto, è un lavoro oltre i primi della fortunata carriera: in esso la complessità e la spontaneità diventano il medium base per formare una comunità temporanea, un idilliaco spazio condiviso di emozioni che puntano al parossismo più spontaneo. L’opera d’arte, secondo Sehgal, ora non è più separata o autofondata, non vive per se stessa; l’obiettivo è unire, partecipare, essere oltre il mero bene di consumo (anche artistico) che divide gli uomini. La sua arte unisce senza creare oggetti, tanto che l’artista stesso è restio alla ripresa video, alle interviste, alle foto, alla replicazione dell’aurea impossibile, nozione benjaminiana che emerge di primo acchito da un’analisi complessiva.

Fino al 17 marzo sarà possibile visitare la mostra e trasecolare di fronte alle coinvolgenti performances collettive. Tutte le info QUI