Jesus Carrasco, il  Premio dell'Unione europea per la letteratura e la palestra della coscienza

di @Paola Rinaldi

Si dice sempre che la Storia non si fa coi “se” e coi “ma”. Non sono d’accordo, ad essere sincera: perché il presente com’è ci è talmente familiare che ci viene a noi e allora smettiamo di occuparcene; e dunque, paradossalmente, ci serve vedere come avrebbe potuto essere il nostro oggi se il nostro ieri fosse stato diverso, per tornare a guardare al nostro presente con occhi attenti e critici.

La terra che calpestiamo ci aiuta a compiere questo esercizio, fondamentale per la coscienza. La lettura del nuovo romanzo di Jesus Carrasco, che nel 2016 ha ricevuto con pieno merito il Premio per la Letteratura dell’Unione Europea, è una palestra che allena alla memoria e alla giustizia in una umanità che preferisce passare la serata sul divano dell’oblio.

All’inizio del XX secolo, la Spagna è stata annessa al più grande impero che l’Europa abbia mai visto. Dopo la pacificazione, le élite militari scelgono una piccola città dell’Estremadura come resort-premio per i leader dell’occupazione. Eva Holman, sposata con Iosif, valente colonnello ora in pensione e gravemente invalido, conduce un’esistenza tranquilla e serena fino a quando, nella loro immensa tenuta, non compare inaspettatamente un uomo che inizierà occupando la sua terra e finirà dominando la sua vita, costringendola ad una rivoluzione interiore che sa di riscatto e libertà. Leva, questo il nome dello sconosciuto che ha solo una lettera che lo distingue dalla padrona di casa, è un perentorio punto di domanda che sollecita con insistenza una riposta da Eva, da Iosif, da noi. Parla poco e spesso pronuncia frasi rotte e sconnesse, Leva, ma la sua solo presenza, il suo corpo lì vivo e piantato al suolo, basta a instaurare un dialogo con Eva, in un drammatico confronto di passati profondamente diversi tra loro ma uniti dal sangue, dalla violenza, dal sopruso – e anche, per fortuna, da un conforto che viene dall’aver saputo amare e da una coscienza che non vuole saperne di tacere per sempre.

Il premio della Comunità Europea è significativo, perché Carrasco, in questo romanzo costituito da numerosi capitoli a volte super-concentrati, di poche righe, costruisce una storia globale della discesa nell’abisso del Male che certo non può non far pensare alla Shoah (c’è un tallit che compare per un istante), ma davvero comprende le guerre civili, le ‘pulizie etniche’, le mire espansionistiche, la vittoria dei totalitarismi, l’omologazione al più forte in ogni ambito: un affresco immenso che non conosce coordinate spazio-temporali se non quelle del mondo intero, ma che si concentra su di noi, sul suolo che calpestiamo ogni santo giorno, quella terra che copre una enorme fossa comune. Se pensate però che si tratti di un romanzo di resa, vi sbagliate. Perché lo sapete anche voi cosa succede alla terra che accoglie i morti, anche quando è straziata dalla sterile gestione dell’uomo coi suoi confini artificiali: diventa più ricca, produce più vita. Come già nel suo primo splendido romanzo, Intemperie, Carrasco riduce la lingua all’unica parola necessaria, caricando ogni singolo termine di una potenza che esplode nel cuore del lettore e costruisce immagini dalla drammaticità grandiosa. Sono esagerata? No. Scrivere della violenza senza morbosità, senza spettacolarizzazione o patetismo; dare voce alla solitudine e al trauma con rispetto e pudicizia senza perdere in efficacia; trasmettere la consolazione che offre la natura senza cadere nell’esaltazione bucolica, è prova di un talento raro, che Carrasco ha imparato a piegare alle storie che vuole raccontare (o viceversa).

Eccolo qui, dunque, il personal trainer della nostra attenzione, che ci allena a non addormentarci davanti allo schermo della quotidianità. Voglio credere che la storia delle vittime, il confronto tra Eva e Leva, ci suggerisca che non c’è solo orrore, nei morti sotto i nostri piedi, ma anche forza che scaturisce da un’unione primordiale lì sotto, una forza che, ora che sappiamo che c’è e da cosa è costituita, ci può aiutare a guardare al nostro presente in un modo più consapevole, che rinnovi, nel futuro, il nostro rapporto con la nostra terra.

Jesus CARRASCO, LA TERRA CHE CALPESTIAMO, traduzione di Claudia Marseguerra, Ponte alle Grazie