CLINT EASTWOOD: i brutti ma buoni e gli eroi americani

di @Marta Perego

Mia nonna è una signora bionda e dal carattere esplosivo. Ha ottant’anni ma se ne se sente 40 e nel tempo ha provato a propinarci torte, dolci e biscotti che, diciamolo, nonna non te la prendere, non sono esattamente la sua specialità.

Però è brava a fare una cosa. I biscotti che lei chiama “brutti ma buoni”. Sono biscotti orrendi da vedere (senza forma, dalla dubbia consistenza) ma buoni da mangiare. Sanno di nocciola e altre cose non ben identificate. Semplici da preparare, brutti da vedere, ottimi da mangiare.

Ho pensato ai biscotti di mia nonna quando sono uscita dall’anteprima del film di Clint Eatswood,15:17 Attacco al treno”, un film strano.

Un film che quando esci dici “è probabilmente un brutto film, ma bello”.

È un’operazione interessante. Prendere i tre ragazzi dell’attentato del treno Amsterdam- Parigi e buttarli in un film, che è avvolto e travolto dalla morale eastwoodiana.

Clint ormai lo conosciamo.

Ha una sua idea, una sua morale, una sua visione del mondo e usa il cinema per raccontarla.
La sua visione punta alla celebrazione dell’ “eroe americano”. Un uomo medio, che agisce per il giusto, e facendo il giusto, salva delle vite umane.
Qui racconta la storia di tre ragazzoni di Sacramento che da quando sono bambini giocano alla guerra “perché la guerra è una cosa bellissima”.
A scuola vanno male, non sono eccelsi in nulla se non forse nel mantenere la loro amicizia.
Detta così può essere interpretata come storia di rivalsa.
La storia di due bestioni e l’amico furbo di colore che non ha mai combinato niente nella vita che fanno la cosa giusta al momento giusto.

Lo è. Ma anche no.

“15:17 Attacco al treno” è un film, come ha detto il mio amico Giorgio Viaro su Bestmovie, in cui Clint Eastwood sente che non ha più nulla da dimostrare in termini di regia.
È bravo, lo sappiamo, lo sanno tutti. È un dato di fatto che forse non era necessario rimarcare.
“15:17 Attacco al treno” è quasi una docufiction a tesi.
Tre ragazzoni. Uno di colore che crescendo non combina niente, un altro che diventa militare e va in missione in Afghanistan dove però “si annoia da morire perché non succede niente”, un altro- forse il più eroe di tutti- che viene scartato dall’esercito e viene buttato nel ripiego dei militari senza armi.


Si ritrovano, vanno a fare un viaggio di feste, ragazze e divertimento in giro per l’Europa.
Lì è tutto un selfie, un “facciamoci una birra”, “uh ma quante cose vecchie ci sono in Europa”, “che
figo il Colosseo, qui ci combattevano dentro”.
Però poi si ritrovano sul treno. E fanno la cosa giusta.
Viene la pelle d’oca a vedere quel vitellone di Spencer che si lancia sul terrorista non appena quello abbraccia il fucile.
Viene la pelle d’oca quando il terrorista spara un colpo che non parte. E succede per due volte.
Viene la pelle d’oca a vedere come – il ragazzone americano che aveva un sogno ma non è riuscito
a realizzarlo – salva la vita di un signore texano a cui il terrorista ha sparato alla gola.
Clint Eastwood ci racconta i suoi eroi americani. Lo fa con semplicità in un film dove la sceneggiatura è un optional e si perdono pezzi di racconto.
Lo fa in un film imperfetto, pieno di limiti e di tesi.
È il suo “brutto ma buono”.
Un film dove al di là della forma, Clint ha fatto come mia nonna.

L’importante è l’effetto sul palato.

Ah. Io mi sono commossa. Per loro ma soprattutto per le due madri single dei ragazzoni amanti della guerra. Che davanti ad Hollande che consegnava loro la Legione d’onore hanno percepito che in fondo, forse, non è stato tutto sbagliato.