Luca Guadagnino, l'Oscar e i bagni nel Lago di Garda

di @Marta Perego

Alzo subito la mano.

Sono una di quelle che, a Venezia, non hanno amato per niente A Bigger Splash. L’avevo trovato troppo ambizioso, troppo nouvelle Vogue, estetico, fine a se stesso, non “utile”, poco contemporaneo.

E io su Guadagnino ci speravo perché invece, Io sono l’amore, l’avevo amato con passione. Ci avevo trovato qualcosa di nuovo, diverso, qualcosa di estremamente palpitante dieto una patina da copertina di rivista di moda vintage.

Poi qualcuno – che di cinema ne capisce più di me- mi ha detto: non capisci (cit.) un cazzo, la scena di Ralph Fiennes che balla i Rolling Stones, è una lezione di cinema.

Aveva ragione.

Poi Guadagnino arriva e con un triplo salto carpiato – produttore americano che arriva in Italia per realizzare un film da un grande romanzo, Guadagnino deve solo aiutare la produzione ma alla fine si ritrova a girare- confeziona un gioiello di eros, passione, desiderio, crescita e senso dell’innamoramento.

Perché al di là di polemiche, discorsi oziosi (ma… è un film italiano o americano? Ma perché Guadagnino è dovuto andare in America per farsi apprezzare, perché non ce lo siamo tenuti noi etc etc), Call me by your name – Chiamami col tuo nome- è un concentrato di delizia cinematografica.

Un film dalla patina estetizzante, che richiama – anche dichiaratamente – Bertolucci e la Nouvelle Vague, che indugia su corpi, palpitazioni e sentimenti. Raffinato, con citazioni classiche e letterarie, con personaggi rarefatti, reali solo in funzione della storia che si racconta (siamo nell’Italia del 1983 e si parla di amore omosessuale nel Nord Italia, passi per i genitori stranieri e progressisti e amanti del bello che sperano il bene per il figlio, passi meno per l’amica fidanzatina nata in provincia di Crema, comprensiva e amorevole, che capisce che il suo amato ama lo studente americano e gli vuole bene lo stesso, vuole rimanergli amica).

Ma quello non è l’importante, perché Call me by your name non è un trattato sull’amore o sull’omofobia o sulla società italiana. È il racconto di un momento. Quella magia che accade quando due persone si incrociano e iniziano a desiderarsi. Più di tutto, travolgendo tutto, andando oltre tutto.

Tutto il resto è sfondo. Le altre persone, quello che potrebbe succedere nel futuro (gli amori si evolvono e passano, ma quelli che rimangono nei cuori di noi ex adolescenti romantiche, sono quelli irrisolti, fugaci e appassionati). Quello che rimane dopo il dolore.

Il padre di Elia alla fine dice una cosa saggia che suona più o meno così “goditi pure la sofferenza perché quando si cresce, ci viene talmente paura di tutto che non riusciamo a provare più niente”.

È raro che un film sappia inquadrare un’emozione rendendola racconto.

Guadagnino ci è riuscito. Ed è cosa bella. Evviva per le 4 nomination all’Oscar e in bocca al lupo.

Hai fatto venir voglia a tutti di farsi un giro sul Lago di Garda e a Crema, io non ci sono mai stata, a Crema.