Frances McDormand: 3 manifesti per una donna

Marta PeregoDi @MartaPerego

È bello ripartire ed è bello ripartire da lei.

Frances McDormand, una che di scelte ne sa qualcosa. A partire dalla scelta di sposare Joel Coen, che immagino non sia propriamente una passeggiata di salute, benessere, comprensione e pizze da asporto. Ma chi può dirlo. Non parlano mai di loro, sono coppia più riservata di Hollywood. Se ne fregano delle copertine. Se ne fregano dei red carpet.


Frances McDormand non sorride, non è compiacente, non finge di fare attività umanitarie per farsi pubblicità, non usa i social e penso che non sappia nemmeno cosa significhi la parola influencer. È sagace e sprezzante. È una che sale sul palco dei Golden globes e dice Sarò breve, perché siamo qui da molto e abbiamo bisogno di un po’ di tequila.

E poi scelte cinematografiche.

Da Fargo a Olive Kitteridge, passando per America Oggi e Burg After Reading. Donne  caparbie, incazzate, antipatiche e, ohibò, a volte anche irragionevolmente normali.

Ora è al cinema in “Tre manifesti a Ebbing Missouri”, un film che ha vinto 4 Golden Globes, che sarà tra i protagonisti agli Oscar ed è senza dubbio uno dei film migliori degli ultimi anni.

Quando l’ho visto alla Mostra del cinema di Venezia a Settembre, sono letteralmente impazzita.

Impazzita perché è un film insolito. Un mix di tanti generi insieme. Black comedy, western, thriller, pulp.

Lo hanno definito “post-Tarantino”, “post- Coen”, “post- True Detective”.

È tutto vero, ma non è solo questo.

Sono impazzita perché Tre manifesti non è nulla di quello che ti aspetti.

È un film che spiazza perché è un film che attraverso i dialoghi e la scrittura (ah! Quanto sono importanti le sceneggiature e non solo le videocamere che, traballanti, inseguono silenzi) parte da una cosa e ti porta ad un’altra, nella maniera meno convenzionale possibile. Meno edificante possibile. Meno retorica possibile.

Nonostante alla fine, quando esci, senti un rinnovato ( e a tratti inspiegabile) senso di fiducia nei confronti del genere umano.

La storia è quella di una donna che si arrabbia. Si arrabbia perché lo sceriffo non fa abbastanza per trovare il responsabile dello stupro e dell’omicidio di sua figlia.

Lo fa con tre manifesti che si scagliano contro di lui, con cattiveria, rancore, un misto di odio.

Ma lo sceriffo non è per niente cattivo. Anzi. È uno che fa dell’etica del suo lavoro il suo mantra.

Il rapporto tra i due è delicato, profondo e struggente.

E poi c’è l’America razzista, cattiva, l’America che viene definita “profonda”, quell’America che scoppia di rabbia e odio e paura.

Ma in questo quadro, che poteva essere disperato e senza vie di fuga, Martin McDonagh (il regista, che è inglese, viene dal teatro ed è lo stesso di In Bruges e 7 psicopatici), riesce a trovare una speranza.

E la trova dopo centinaia di parole, di scambi e di scontri. La trova dopo che la follia e l’egoismo hanno preso il sopravvento. La trova nella comunicazione degli uni con gli altri, che è difficile, a tratti impossibile, ma quando lo Stargate della comunicazione si apre, il finale, cambia. Anche se per arrivare a questo hai dovuto incendiare una centrale di polizia e causare il suicidio di un amico.

Tre manifesti a Ebbing Missouri mi ha regalato l’happy ending più crudele che abbia mai visto.

Andate a vederlo per questo, per Frances, Woody Harrelson e Sam Rockwell.

E andate a vederlo, in sala.

Perché, come ha detto Frances McDormand nel discorso di ritiro del Golden Globe “Chiamatemi old- fashioned, ma questa cosa – quella di andare ancora nelle sale cinematografiche – mi piace”.