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di @Martina Pagano

Dopo avervi raccontato dell’entusiasmo per l’uscita in Italia di La fine della solitudine (Salani), la nostra Paola Rinaldi ha dialogato con Benedict Wells lo scorso mercoledì 29 novembre al Goethe Institut di Milano.
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Una serata letteraria ma anche musicale, potremmo definirla: un connubio apprezzato da molti nel pubblico che hanno colto la capacità di Benedict di mettere in musica parole e emozioni del suo libro. «I libri si possono anche ascoltare, chiediamoci perché fino a ora lo si sia fatto solo nei film. Per il mio prossimo romanzo, ambientato negli anni 80, ho già raccolto 300 tracce». I brani che Wells ha scelto per la serata sono stati Vieni via con me di Paolo Conte, I still do dei I am Kloot, Between the bars di Elliott Smith e l’incontro si è chiuso sulle note di Across the Universe nella cover di Fiona Apple (e qui c’è l’intera playlist).

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La fine della solitudine è il frutto di uno scrittore giovane ma già con la struttura del romanziere, che sa tenere insieme una storia fatta di tanti personaggi  articolata su piani temporali diversi. Jules, reduce da un grave incidente in moto, si ritrova in ospedale a pensare al suo passato, alla sua vicenda famigliare segnata dalla perdita di entrambi i genitori quando lui e i suoi fratelli Marty e Liz erano  poco più che bambini: «ho impiegato sette anni per scrivere questo romanzo.  Inizialmente avevo pensato a un possibile finale, poco alla volta è arrivato il resto  in maniera naturale. Ho dovuto inseguire alcuni personaggi tra cui Alva, che si è lasciata costruire a fatica, mi sfuggiva di continuo e anche ora, a essere sincero, non ho capito molte cose di lei».

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Come ha sottolineato Paola, in questo libro ci sono alcuni buchi da riempire soprattutto nelle parole e nelle azioni di Jules, sempre reticente e come non pronto a rivelarci tutto di sé. Proprio per questo ci chiediamo se il romanzo finisca all’ultima pagina o sia il lettore a decidere: «inizialmente avevo scritto 800 pagine, ho tagliato molto non solo a favore dell’intreccio, ma volevo che rimanessero parti non dette, verità a metà per dare a chi legge la possibilità di trovare una propria interpretazione. Ho giocato anche con il tempo e i ricordi in un arco di 35 anni che per il lettore sono molti da percorrere».

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L’uso narrativo dei passaggi temporali mi ha fatto pensare a un romanzo che fa del tempo il suo punto di forza e cioè Il senso di una fine di Julian Barnes, a sua volta ispirato nel titolo dal saggio omonimo di Frank Kermode e che peccato non averci pensato subito per chiedrelo proprio a Benedict! A causare sofferenza è l’incapacità di collegare inizio e fine, di trovare una giustificazione a quello che accade. Per questa ragione, e credo sia quello che a lungo accada a Jules, si immagina di vivere in un eterno presente fatto di indugi , rabbia e senso di colpa.

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Certo, non è facile. Non è forse la storia della nostra vita? Quando Jules e Alva si incontrano dopo anni scoprono parole taciute perché sopraffatte delle rispettive incapacità di fare i conti con il passato. Quando Jules lotterà affinché  anche per lui esista la possibilità di essere felice, ecco che il romanzo (e il titolo cade alla perfezione) si trasforma in una celebrazione della vita, della sua pienezza e soprattutto in quella cosa che a volte ci sembra strana e cioè che si può sempre ripartire da dove ci si è fermati e che nessun dolore è per sempre : «Jules balza di continuo, il volo in sella moto è significativo, tuttavia è bloccato perché teme di perdere tutto di nuovo e non vede opportunità all’orizzonte . La fine della solitudine è un romanzo sul coraggio di rischiare, ma prima ancora sul coraggio di prendere per mano le proprie paure e avere, finalmente, la capacità di accettarle. Dobbiamo ricordarci di una parola magica: “ciononostante”».

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Ad intervenire in chiusura è la traduttrice del romanzo, Margherita Belardetti che ha descritto La fine della solitudine come un respiro a pieni polmoni in controtendenza agli standard letterari di oggi: «spesso tradurre è una coabitazione forzata con lo scrittore, il rapporto non funziona perché la scrittura non rispecchia la propria idea di romanzo. La trama di Benedict regge per tutta la durata in coerenza e spessore, i personaggi sono profondi e mai stereotipati, ogni scelta è lontana dai fini commerciali così frequenti nella narrativa di oggi».

Nel caso non aveste ancora pensato ai regali di Natale, conviene che prendiate nota!