Saggi romanzi al #SundayBooks

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di @Paola Rinaldi

Uno dei criteri per capire il valore di un oggetto o di una attività è, per me, vedere se, dopo aver usato l’oggetto o svolta l’attività, io mi sento più ricca; se c’è in me qualcosa di più; se ho imparato qualcosa di nuovo. Questo metro di giudizio, tuttavia, si basa su una premessa imprescindibile: mi devo divertire. Se no a cosa mi serve essere ricca?!
Per fortuna, questa domenica ho trovato tre esempi perfetti per farvi capire cosa intendo. Tre libri, ovviamente!

1) Maria Gainza, IL NERVO OTTICO, Neri Pozza, trad. M. Amerighi

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Siamo in un’epoca in cui il lavoro bisogna proprio inventarselo. Questo fa la protagonista di questo libro: una giovane donna offre le sue competenze di guida turistica e critica d’arte di Buenos Aires anche a piccoli gruppi di turisti alle ore più strampalate, per cui per esempio le capita di scarrozzare in giro per musei ricchi americani sotto piogge torrenziali, mentre cerca di tenere insieme una vita privata non felicissima e piuttosto movimentata, come quando deve  traslocare dalla casa di famiglia avvolta dalle fiamme. Un po’ come dei guardoni, noi lettori la osserviamo mentre la sua esistenza passa, a volte con accelerazione mozzafiato, dalla commedia sociale all’ironia tragica. Un romanzo che è autobiografia, cronaca sociale, rassegna di arte, diario intimo, un’acquaforte di Buenos Aires, una guida ai musei:  un po’ tutte quelle variabili eterogenee che spesso facciamo rientrare nel termine fiction. Perché Il nervo ottico è un ‘manufatto’  ibrido a più ingressi, risultato dell’intersezione tra la donna e il quadro che si scambiano vicendevolmente impressioni e informazioni; e questo ibrido si muove tra realtà e finzione, anche se questa dicotomia non pare esistere per la protagonista,  che sembra volerci suggerire che in fondo tutto è menzogna, tutto è narrazione, storia. Nel romanzo, il vero cuore rivelatore di ogni capitolo sono le opere d’arte, cioè quegli “oggetti muti” che parlano alla voce narrante – e al lettore – di  altre cose: il riscatto emotivo di una scena di caccia di Alfred de Dreux appeso nel Museo di Arti Decorative – un  tempo palazzo di famiglia della protagonista – o un dipinto minore di Henri Rousseau al Museo delle Belle Arti fungono da detonatore e specchio per parlare della morte, del passare del tempo, della banalità, della nevrosi di classe, ma pure dell’opera d’arte come qualcosa di vitale anche per l’esistenza di tutti i giorni, per il benessere fisico:  quando la nostra eroina un po’ sfortunata guarda un dipinto, che sia di Géricault, Cándido López, Ignazio Manzoni, Tsuguharu Fujita, Rothko o Coubert, il suo corpo arriva alle conclusioni prima della sua mente, l’intelletto giunge in ritardo sulla scena, e con un’attrezzatura insufficiente.  Quella reazione fisica all’opera d’arte, quella certezza che non abbiamo bisogno di sezionare l’opera alla ricerca del suo significato, perché per se stessa l’opera d’arte più che dire può fare, è la convinzione cardine di questo libro originalissimo. La protagonista cerca disperatamente e ripone le sue speranze nel piacere visivo che le darà una dose di felicità vitale e clandestina, in una esistenza a volte triste e confusa; esamina le opere d’arte finché non scopre quel colore invisibile, quella dimensione sconosciuta che batte sotto quei dipinti come un cuore rivelatore: cattura la loro storia e insieme anche la propria. Ogni capitolo è come una partita di ping-pong in cui si rimbalzano un’opera d’arte appesa in un museo di Buenos Aires , la storia dell’artista in questione (Gainza è una studiosa di arte contemporanea, quindi gli aneddoti e gli episodi relativi agli artisti sono tutti veri e piuttosto sconosciuti) e un episodio della vita della voce narrante, mentre lei corre a rifugiarsi nei musei come durante la guerra le persone correvamo nei rifugi antiaerei: perché l’arte salva la vita, perette la sopravvivenza. Splendida la traduzione di Marco Amerighi, che ha reso perfettamente ogni prodezza stilistica di cui è capace Maria Gainza . Un romanzo curioso, nuovo, che, come hanno già scritto, inaugura con successo un nuovo genere letterario che fonde nella narrazione racconto intimo e storia dell’arte.

2) Jane Harris, SUGAR MONEY, Neri Pozza, trad. M. Ortelio
3322156Saint-Pierre della Martinica, Antille Occidentali, 1756. Lucien e suo fratello Emile sono schiavi creoli al servizio dei Frères de la Charité. Coltivano la canna da zucchero, ma occhio che sugar money è anche il danaro che serve per corrompere e ‘ungere’ chi di dovere. Padre Cléophas, losco figuro nonostante o proprio a per via della tonaca, li convoca per affidare loro un delicato incarico: recarsi a Grenada e ritornare in Martinica con gli schiavi rimasti sotto il dominio inglese dopo l’occupazione: il trattato di pace con gli inglesi ancora tiene e tra Grenada e la Martinica vi è libero passaggio, e ai frati servono braccia dopo la decimazione subita a causa della febbre per coltivare la terra (che non è stata decimata) e per portare avanti il progetto della distilleria (conoscete dei frati che non producano amari?!). Emile e Lucien conoscono Grenada, hanno entrambi servito i Frères dell’ospedale di Fort Royal e poi Lucien parla un po’ di inglese. Padre Cléophas affida loro una procura che, a sentir lui, garantisce il consenso degli inglesi all’espatrio degli schiavi. Ma una volta saliti salpate ancore e vele alla volte di Grenada, Emile rivela la verità a Lucien, che pende dalle labbra del suo eroico fratello maggiore: la procura è carta straccia, la loro missione è di fatto quella di rapire (o riprendersi, dipende dai punti di vista) gli schiavi sotto il naso degli inglesi. Mission impossible?!
Che bello leggere un romanzo d’avventura con tutti i crismi! Romanzo picaresco, d’avventura, di formazione e pure romanzo storico: cosa si può volere di più? Chiarissimo e fruttuoso lo sforzo per una ricostruzione accurata del contesto storico (e sia fatto un applauso alla traduttrice per aver reso così bene quel francese approssimativo del creolo), che si unisce alla buona capacità di creare personaggi loro malgrado divertenti e rappresentativi di un intero microcosmo senza cadere in banali stereotipi. I due fratelli devono affrontare un’impresa degna del Brancaleone di Monicelli, e ovviamente non va tutto come previsto: un po’ Bertoldo e Cacasenno, un po’ Huck Finn e Tom Sawyer, Emile e Lucien sono però innanzitutto due fratelli nati e cresciuti in un sistema, quello della schiavitù, che è per loro l’unico possibile. In questo sta, a mio avviso, l’aspetto più interessante e peculiare di un romanzo già particolare per la sua storia: Jane Harris è bravissima nel rimanere nell’ambito del possibile e non sconfinare nell’utopia morale perché i suoi personaggi non sanno immaginarsi una realtà diversa da quella in cui vivono da generazioni. Con grande ironia, che è distacco lucido e pathos lieve, Harris lascia che i fatti siano narrati attraverso gli occhi di quello che è poco più di un ragazzo ma fa sì che i valori, i giudizi, le valutazioni siano cosa tutta del lettore, che è adulto e che non è cresciuto in una società schiavista. Questo romanzo ci chiama in causa e ci costringe a riflettere sull’orrore della normalità di una realtà stravolta. Per questo, la giustificazione che darà dei suoi gesti Emile, sarà quasi un urlo che ci seguirà a lungo e ci costringerà anche a pensare alla responsabilità dell’uomo libero.

3) Rafael Nadal, Il segreto dell’ultimo figlio, Salani, trad. S. M. Ciminelli
9788869188237_il_segreto_dellultimo_figlioIn un piccolo villaggio della Puglia alla fine della Prima guerra Mondiale, due donne decidono di cambiare il destino del bimbo appena nato da una della due, Vitantonio Palmisano. Ventunesimo di una discendenza che si è estinta perché tutti i maschi Palmisano sono caduti nel corso della Prima Guerra Mondiale come per una maledizione, Vitantonio viene scambiato al momento della nascita e cresciuto come il fratello gemello di Giovanna, nata lo stesso suo giorno dall’altra donna, della famiglia più ricca e potente della zona, i Convertini. Le due donne sono Donata Palmisano e Francesca Convertini, due giovani arrivate da Matera e andate in sposa rispettivamente a Vito Oronzo Palmisano e Antonio Convertini, morti nella Grande Guerra mentre cercavano di proteggersi reciprocamente. Vitantonio e Giovanna crescono tra i due mondi, quello contadino e quello aristocratico, prendendo il meglio dai due, nonostante il ragazzo senta un legame viscerale con la terra mentre Giovanna è unita alla nonna da una intima complicità. I due gemelli hanno un carattere forte, Giovanna vivace e ribelle e Vitantonio testardo e perseverante. Lo zio Angelo, il padrone della fabbrica, non ama nessuno dei due e si concentra sul primogenito Franco, fatto di una pasta assai diversa: ama la violenza gratuita pur rimanendo un vigliacco, reputa i contadini e gli operai esseri inferiori, esercita il potere come sopruso e ha un debole per l’indomita Giovanna. Insomma, diciamo che non è proprio la famiglia del Mulino Bianco, via! A sconvolgere nuovamente l’equilibrio già precario di una Italia che tenta di riprendere le forze arriva la Seconda Guerra Mondiale: di nuovo, i giovani devono abbandonare la terra, le madri e le fidanzate, e a complicare tutto c’è anche la guerra civile tra fascisti e partigiani, che si innesta sulle prime lotte operaie. Vitaliano, Franco e anche Giovanna prenderanno parte al confitto e alle battaglie, ciascuno seguendo la propria indole e ciascuno pagando le conseguenze delle proprie scelte dinanzi agli Americani dopo la capitolazione, in un crescendo che coinvolge il destino dei singoli ma anche di un’intera nazione, e in cui non mancheranno i colpi di scena, perché si sa che i segreti non son mai delle buone premesse… Non è davvero possibile raccontare meglio la vicenda, perché è ricca di dettagli, descrizioni, aneddoti, ricordi: certo una storia di amori e di passioni (a 360 gradi), ma anche un romanzo storico, un romanzo di formazione, un romanzo d’azione e d’avventura… insomma un bel romanzo, ecco! Coinvolgente, retto da un ottimo ritmo, il libro ci racconta di un’Italia lontana da stereotipi e offre una lettura intensa ed interessante di un periodo storico discusso e certamente doloroso, attraverso le emozioni e le vicende di gente comune, eroi loro malgrado, senza che l’autore dia giudizi, ma piuttosto dando voce a chi più ha sofferto. La Storia siamo noi.