La commedia umana di Erika Bianchi. Il contrario delle lucertole al #SundayBooks

martina-paganodi @Martina Pagano

Le lucertole si contraggono fino a perdere la coda quando si sentono minacciate da un predatore. Si privano di una parte di sé per non soffrire. Ma quello spazio rimasto è così forte da ricrescere subito. Per Erika Bianchi quello spazio è la vita che continua, è il vuoto originatosi dal dolore che riesce, per natura, a dare forma a qualcosa di nuovo
Dopo l’esordio nel 2010 con Sassi nelle scarpe (Dario Flaccovio editore), Erika Bianchi, storica dell’arte antica, ha pubblicato per Giunti Il contrario delle lucertole, una saga familiare che indaga la complessità e le mancanze di una famiglia che nel presente porta ancora le cicatrici del passato, che ci impiega mezzo secolo perché il gesto di ieri trovi senso oggi.

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A volte bisogna andare molto indietro, ma credo che in ogni famiglia esista un evento che segni l’inizio dei suoi guai. La colpa di Lena fu quella, ancora ragazzina, di cedere alle lusinghe di Zaro, un toscano bello e sicuro di sé che nel 1948 seguiva come meccanico la squadra di Gino Bartali durante il Tour. Pare che Ginettaccio avesse voluto dare un’opportunità a quel ragazzo pieno di entusiasmo rimasto orfano di padre dopo la guerra. Non era un periodo facile per il ciclista che, già vecchio, veniva da un anno di sconfitte che avevano invece premiato Coppi.

AVANT TOUR
Senza la benevolenza di Bartali verso il giovane questa storia non esisterebbe. Lena e Zaro si incontrano alla tappa di Dinard, in Bretagna, alla locanda in cui lei lavora. Allontanata dalla madre quando scopre di essere incinta, decide di andare fino a Ponte a Ema, poco fuori Firenze, per incontrare il padre della sua bambina, Isabelle. Ma Zaro è così egoista da far credere a tutti che Lena abbia mentito. Tuttavia continua a gravitare intorno a Isabelle e con lui anche il figlio Nanni, la moglie Elvira sempre rimasta in silenzio, l’amico Attilio, colui che cercherà di comportarsi da padre con Isabelle anche quando Lena l’abbandona per seguire un altro uomo.

Isabelle ha sempre voluto conoscere la sua storia e non riesce a perdonare di essere cresciuta nell’indifferenza e con il peso di essere un fardello di cui liberarsi appena possibile. È venuta grande tra gli uomini, nella mediocrità della vita di provincia, tra le biciclette e le memorie di Bartali che a Ponte a Ema ci era nato. Ma Isabelle su una bicicletta non è mai salita, parla il francese, desidera Parigi ed è in piazza durante le contestazioni giovanili.

Il contrario delle lucertole è una vicenda familiare, ma anche una commedia umana in cui la narrazione principale si infittisce di storie che potremmo vedere come trame secondarie. Ad appassionarmi di più sono state le figlie di Isabelle. Marta è la figlia di cui non ha mai dovuto preoccuparsi, indipendente, solare, con tanti amici e interessi. Ha perdonato la madre perché crede che la vita non debba essere sprecata rimuginando sugli sbagli. Elena, la bambina avuta dalla passione con Pablo, che sceglie di tenere nonostante la perplessità di lui, rappresenta la speranza in una famiglia che non è mai andata d’accordo con l’amore.

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Ma c’è anche Cecilia, insieme a Isabelle, l’altro intenso personaggio del romanzo. Cecilia è chiusa, sola, vuole tutte le attenzioni su di sé e soffre di disturbi alimentari. Imponendosi la fame si sente libera dal senso di colpa, il digiuno la purifica dal vuoto lasciato quando Isabelle abbandona lei e la sorella, come fece Lena: «Non avrò più fame, sarò fame io stessa. Isabelle si è presa l’amore e l’odio, la rabbia e l’abbandono, il rifiuto, l’isolamento, l’inquietudine. La fame no. La fame è mia».

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Isabelle non ha mai sentito l’istinto materno, è sempre stato Carlo a prendersi cura delle bambine. Quando la loro presenza la infastidisce fa finta di essere un mago: rincorre le figlie e getta su di loro un mantello e le lascia lì come sotto un incantesimo. A fare la madre proprio non ci riesce. Isabelle non ha ricevuto amore e per questo non è mai stata capace di darne finendo per commettere gli stessi sbagli dei genitori: «Non lo so mica come si fa ad annacquare ogni giorno la pianta dell’amore che scalda senza bruciare».
Quella volta a Dinard è iniziata una storia di dolore. Eppure si riescono a cogliere segnali di speranza e nascita e morte sono entrambe necessarie affinché le colpe si azzerino e ci si apra a una nuova possibilità, quella della salvezza.