TUNNEL, FUGHE, RIFUGIATI – Muri e #SundayBooks

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di @Paola Rinaldi

Appena tornata dall’ennesimo breve ma intenso soggiorno a Berlino, mi ritrovo tra le mani un paio di libri che, direttamente o indirettamente, sono molto legati a questa città strana, sempre in divenire, che porta evidenti le cicatrici delle ferite non ancora guarite appieno dell’Occidente – il quale Occidente le nasconde sotto abiti coprenti e commette di nuovo e ancora i medesimi errori.

1. Greg Mitchell, TUNNEL – 1962: fuga sotto il Muro di Berlino, UTET Libri, trad. L. Fusari
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In realtà, i tunnel sono tanti e i progetti di fuga passando sotto il Muro, che era diventato troppo alto, spesso e doppio (in mezzo la terra di nessuno con spuntoni di ferro, filo spinato e altre amenità).
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Spiega bene Mitchell  come il filo spinato si trasformò in cemento e poi quasi in fortini a difesa dei nuovo confini tra quelle che, in piena Guerra Fredda, erano le due grandi superpotenze, America e URSS, trasformando Berlino in una sorta di teatro in cui fare le prove per uno spettacolo dal prevedibile tragico finale. Il Muro di Berlino è storia recente, se ne è scritto tanto.
4quel che resta del muroE tuttavia Mitchell trasforma il Muro in un murales, pieno di personaggi che vanno dalla scena politica a quella dello star system passando per il mondo letterario e priletario, sullo sfondo di un paesaggio eterogeneo, con casette cittadine e palazzi impenetrabili, perché in questo saggio Storia e storia, livello macro e livello micro, ragion di stato e ragion di cuore sono strettamente legati tra loro. Il libro di Mitchell ha un grande pregio: oltre ad offrire un buon apparato bibliografico per eventuali approfondimenti, una piantina che rende chiarissima la situazione anche a chi non ha mai messo piede a Berlino prima o dopo il 1989,  e una serie di fotografie che aiutano a comprendere, contestualizzare e dare un volto ai tanti nomi dei protagonisti, il saggio riesce a comunicare benissimo il senso di urgenza che stava dietro alle azioni, ai progetti di questi uomini che, da soli e senza troppi pensieri circa i gravissimi rischi a cui si esponevano, si erano messi in testa di riunire famiglie che erano state separate (a partire spesso dalle proprie) da una decisione arbitraria presa sopra le teste di tutti, di aiutare chi si era visto distruggere un’esistenza professionale e chi preferiva magari decidere da solo che l’Occidente e il consumismo erano il male, invece che sentirselo imporre da qualcun altro, che molto meglio di certo non era.

5fugheNon vi racconto certo quello che Mitchell narra: c’è il libro. Però un paio di riflessioni sì, quelle vorrei condividerle: intanto, il saggio di Mitchell mostra come non serva essere un supereroe per comportarsi da eroe. I ragazzi che negli anni Sessanta hanno cominciato a chiedersi come poter aggirare quel muro che era ed è un monumento all’ottusità umana, sono uomini e donne comuni, che nella vita hanno fatto altro. Anzi, a volte avrebbero avuto un’esistenza persino di buon livello se non avessero fatto altro che stare tranquilli, come ci si può immaginare sarebbe successo a Harry Seidel, che era un campione della bicicletta, piuttosto noto e apprezzato nella DDR. Invece, Harry molla la bici e si mette a scavare! Prima, a dir la verità, organizza fughe da Berlino Est attraverso i punti deboli di quello che era più una rete che un vero e proprio muro, ma quando i sovietici cominciano a usare il cemento, Harry si organizza e insieme a Fritz Wagner e Heinz Jercha scava un primo tunnel in Heidelberger Straße 75.

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Il problema è che non è possibile sfruttare il medesimo tunnel troppo a lungo: dà nell’occhio e nella Germania Orientale fare la spia è uno degli sport preferiti – se avete visto Le vite degli altri, sapete di cosa sto parlando (altrimenti, andatevelo a vedere) – e così Harry si sposta in una zona dove il Muro aveva diviso per il lungo un’intera strada, Bernauerstrasse, e quindi aveva abitazioni ‘sfruttabili’ come nascondigli piuttosto vicine tra loro. E si allarga il gruppo dei collaboratori: non solo all’Est, dove vive Seidel, ma anche all’Ovest, dove i berlinesi divisi tra settori americano, francese e inglese, soffrono spesso quanto i loro concittadino al di là del Muro per l’assurdità tragica della situazione. Da entrambi i lati nascono organizzazioni segrete che collaborano per far portare gente all’Ovest, sopra o sotto il maledetto Muro.
8Schönholzer Strasse tunnel 29 insIndovinate un po’ chi si ritrova a scavare il famoso tunnel nel 1961? Avete presente la barzelletta: ci sono un italiano, un tedesco e un americano… Ecco qui di italiani ce ne sono due: Domenico Sesta e Luigi Spina, che affiancano i tedeschi nell’impresa. Anche loro hanno motivi personali per cercare di permettere la fuga dall’Est, e tuttavia quel tunnel sarà la salvezza per molti che i due italiani non hanno nemmeno mai visto. I due italiani hanno vite tranquille e il Muro, per loro, in fondo potrebbe anche rimanere: certo hanno persone care dall’altra parte, ma non sono certo attivisti politici… Mi è venuto in mente quello che successe quando l’Arno sommerse Firenze, più o meno negli stessi anni: i giovani arrivarono ad aiutare senza essere stati chiamati, senza bandiere né proclami. Serviva aiuto, ecco. Mi pare che Mitchell sia della stessa mia idea, nel narrare gli avvenimenti rocamboleschi delle fughe attraverso i tunnel sotto i piedi dei berlinesi. A proposito di rocambolesco: altro punto interessante del libro è che l’autore è bravissimo, perché usa uno stile che somiglia molto a quello dei romanzi d’azione, ai gialli con spie e colpi di scena (tra l’altro, Le Carrè era uno degli agenti segreti a Berlino e c’entra pure lui in questa storia) così da farci appassionare come se stessimo leggendo una fiction. Il paradosso è che ci fu davvero una fiction, anzi un intero film che gli americani girarono proprio mentre veramente si stava scavando il passaggio segreto! Si tratta di Tunnel 28 o Escape From East Berlin, e Mitchell non si lascia sfuggire l’occasione per mescolare Berlino e Hollywood, in una situazione surreale in cui non c’è quasi più differenza tra realtà e finzione.
7483832Da qui al reality show ante litteram il passo è breve: gli scavatori verranno affiancati da una troupe televisiva che documenterà il procedere della costruzione del nuovo tunnel, chiamato coerentemente Tunnel 29. Solo che è tutta e solo reality quella che gli operatori della NBC documentano: coi soldi anticipati dal network americano, si comprano nuove attrezzature, ci si organizza meglio (magari si pensa anche a fare qualche soldo, perché ricordo che a scavare sono studenti e gente comune, i corrieri sono le fidanzate o gli amici, e anche quando gli aiuti arrivano da qualche istituzione, è sempre iniziativa privata), Mitchell mantiene un taglio giornalistico che lascia poco tempo anche alla commozione, in questi mesi concitati, in cui ai successi festeggiati con gioia si alternano fallimenti, tradimenti, incarcerazioni e morti: non tutti riescono ad arrivare vivi al di là del Muro, e lo stesso Seidel si ritrova condannato all’ergastolo in una delle prigioni più terribili della STASI.
7prigione stasiUn ultimo aspetto vorrei sottolineare. Il sottotitolo dell’edizione originale del saggio recita: “le fughe sotto il Muro di Berlino e i filmati storici che la Casa Bianca di JFK cercò di affossare”. Tutti ci ricordiamo coi lacrimoni agli occhi di JFK che afferma co voce decisa “Ich bin ein Berliner”. Ecco: Mitchell spiega bene come si sia arrivati ad un coinvolgimento emotivo così forte, e non è una bella pagina della storia americana; perché in fondo il Muro era lontano, i tedeschi erano quelli di Hitler e l’America già ci aveva i suoi problemi. Che il Muro fosse una vergogna per l’umanità fu una scoperta tarda, risalente più o meno alla presa di coscienza del fatto che i russi volevano passare i missili a Cuba e forse era meglio fare tutto il possibile per contrastare il potere dei comunisti. Berlino andava bene per girare i film con muri di gesso, ma fa abbastanza impressione constatare che di quello vero, di cemento e ferro, fregò per lungo tempo assai poco agli Yankee. Comunque, per rassicurarvi: c’è il lieto fine, perché ce la fecero in molti, ad uscire dal tunnel e respirare aria meno pesante. E anche Harry sarà si rivelerà un osso più duro dei suoi carcerieri.

9libertaIl saggio di Mitchell, nell’epilogo, ci racconta cosa è stato dei protagonisti di questa eroica impresa ora che il Muro non c’è più.Tuttavia, le tracce di questo nostro passato recentissimo sono ancora molto visibili: Mitchell vi avrà fatto venire voglia di capire meglio cosa voleva dire vivere divisi, spiati, in fuga a casa propria, e allora vi consiglio di visitare, a Berlino, non solo il museo del Check Point Charlie, ma soprattutto il Memoriale e centro di documentazione del Muro di Berlino, proprio intorno alla Bernauerstrasse e il Memoriale Berlin Hohenschönhausen, quello che la STASI chiamò “istituto centrale per la carcerazione preventiva” funzionante fino al 1989 (lì fu rinchiuso Harry): giusto per farvi un’idea del perché si rischiasse la vita per spostarsi qualche metro più a ovest.
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2. Viet Thanh Nguyen, I RIFUGIATI, Neri Pozza, trad. L. Briasco
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«A chi ancora oggi pensa che i muri possano essere una soluzione politica, Tunnel fornisce un duro monito: le barriere non riescono mai davvero a separare le persone, possono soltanto spingerle a cominciare a scavare.», scrive Nicholas Kulish sul New York Times proposito del libro di Mitchell. E allora mi è venuto in mente che pochi mesi fa, quando in America di nuovo si parlò di innalzare muri e in Europa già si erano iniziati i lavori per via dell’esodo dalla Siria, Rachel Unkovic, responsabile di programma dell’International Rescue Committee, scrisse sull’Huffington Post che la risposta alla crisi dei rifugiati siriani negli USA stava nella loro storia col Vietnam: «È una storia che ormai ci è familiare. Bambini, donne, uomini – dozzine e dozzine e dozzine, gli uni sugli altri – ammassati stretti in piccole imbarcazioni destinate a contenere solo una trentina di persone. Sanno che non c’è più una vita nel loro paese d’origine. Affidano i corpi loro e dei loro figli ad un oceano spietato e le loro anime ad un futuro insondabile sulle coste di una terra straniera. Ma oggi non parlo di rifugiati siriani. Ma di una storia che è successa quasi 40 anni fa. »
profughi ier e oggiNon c’è un vero e proprio Muro nelle storie che Viet Thanh Nguyen inventa e raccoglie nel suo secondo libri tradotto in italiano da poco (col primo, Il Simpatizzante, vinse il Pulitzer l’anno scorso), ma di fughe ce ne sono parecchie. Nato dalle stesse esperienze del primo romanzo, anche ne I rifugiati troviamo vietnamiti, quasi sempre giovani e quasi sempre soli, che fuggono dagli abissi della guerra e arrivano con abiti laceri, idee confuse e sentimenti contrastanti in un nuovo Paese in cui non hanno niente, per il quale loro stessi sono niente. Le voci che si fanno largo sulla pagina sono tante e diverse, e Viet Thanh Nguyen scrive così bene da renderle tutte autentiche, inconfondibili e dirette proprio a noi, che nelle loro parole scelte una ad una finiremo per ritrovarci, nonostante la distanza spazio-temporale: tutte però dicono di uno iato insanabile, di una lacerazione e di un dolore che si sedimentano nella memoria, contemporaneamente maledizione e salvezza dei rifugiati, in bilico tra una forte identità che è un fardello pesante e il bisogno di trovare se stessi in una nuova dimensione, per poter trovare una nuova vita con cui rivestire quella passata. C’è chi trova persino il coraggio di essere quello che non avrebbe mai potuto essere in patria:
CITAZIONE4C’è chi, nel suo negozio ben avviato di alimentari e prodotti tipici vietnamiti, scopre che forse persino tra loro rifugiati ci sono modi diversi di confrontarsi col proprio passato. Ci sono i più giovani, quelli nati in America, che già non distinguono più tra “noi” e loro”:
CITAZIONE3Ci sono quelli che scoprono che esiste un prima anche in Vietnam, quando non c’era la guerra e dunque c’era la gioventù con la sua passione per il futuro:
CITAZIONE2E ci sono le storie di persone che mai si sentiranno a casa propria, perché saranno sempre nel posto sbagliato:
CITAZIONE1Perché non dobbiamo dimenticarci che ciascuno di noi è ‘il diverso’ di qualcun altro e che tutti noi abbiamo qualcosa da cui fuggire, tutti noi siamo stati almeno una volta profughi.
Ci sono però anche storie in cui non è poi così importante essere fuggiti da un altro paese, perché è nella nostra memoria che, a volte, finiamo per non trovare più la strada verso casa, come capita ad una anziana coppia che da tempo occupa una posizione di prestigio nella società americana: «Si domandò allora cosa sapesse lei dell’amore, sempre ammesso che sapesse qualcosa. Non molto, forse, ma quanto bastava per essere certa di una cosa: ciò che avrebbe fatto per lui di lì a pochi istanti lo avrebbe ripetuto il giorno dopo, e quello dopo ancora. Avrebbe letto ad alta voce, dall’inizio. Avrebbe letto regolando il ritmo del respiro, fino alla fine. Avrebbe letto come se ogni lettera pesasse: pagina dopo pagina, parola dopo parola». Ma il tema che come un filo rosso cuce insieme tutti i racconti è quello dei fantasmi che non abbandonano mai i personaggi: non a caso, la prima storia ha come protagonista una ghost-writer che scrive dei fantasmi di un altro rifugiato per scoprire di vivere lei stessa in un mondo di spiriti.
chi viene e chi vaLa scrittura, la narrazione, intese forse come strumento primo di espressione e preservazione della memoria, tornano spesso nei racconti: «Queste sedute spiritiche serali sarebbero divenute il nostro nuovo rituale, la conversazione tra una donna ormai anziana e una che stava invecchiando a vista d’occhio. “Perché allora trascrivere quello che ti dico?”. «Perché qualcuno deve pur farlo» risposi, con il taccuino in grembo e la penna sull’attenti. “Scrittori”. Scosse il capo, ma credo che fosse compiaciuta. “Se non altro non ti inventerai tutto, come fai di solito”». E la ghost-writer osserva: «Le storie sono cose che fabbrichiamo: nient’altro. Le cerchiamo in un mondo che non è il nostro e poi le lasciamo qui perché qualcuno le trovi, come altrettanti indumenti abbandonati dai fantasmi». Sembra quasi di sentire la voce dell’autore, di Viet Thanh Nguyen che, appena prima delle elezioni presidenziali americane, aveva scritto: «Attraverso le storie dell’America sono diventato un americano. Non c’è bisogno che mio figlio diventi uno scrittore, ma sicuramente diventerà un narratore. Siamo tutti narratori della nostra vita, delle nostre identità americane. Voglio che mio figlio si mostri all’altezza della sfida e combatta per decidere quali storie definiranno l’America. Questa è la scelta tra alzare muri e aprire i cuori. Piuttosto che rendere l’America di nuovo grande, dobbiamo aiutare l’America ad amare di nuovo».
Alzare i muri o aprire i cuori?

3. Un ultimo veloce suggerimento, nel caso servisse un’ulteriore dimostrazione che i muri non hanno età né nazionalità: Harry Bernstein, IL MURO INVISIBILE, Piemme, trad. C. Lenzi. Una strada di una cittadina industriale nel nord dell’Inghilterra, due religioni, tante accuse e poi la guerra, la Grande Guerra, le cui bombe fanno saltare tutto per aria. Tuttavia, la forza che creerà le crepe nel muro non sarà la violenza, ma, di  nuovo, un atto d’amore.