HIGHLANDERS: #SundayBooks in #Scozia

paola-rinaldi2-150x150di @Paola Rinaldi

No, non c’è il castello infestato dai fantasmi e no, non c’è nemmeno il mostro nel lago: va bene la Scozia e le sue tradizioni, il gaelico e le leggende, ma insomma possiamo sperare anche in qualcosa di meno noto. E’ vero però che la Natura della Scozia sembra esercitare ancora un grande potere su chi abita da quelle parti, e non pare essere una Natura proprio simpaticissima; ma è pure certo che gli esseri umani hanno grandi risorse, soprattutto se alla cupezza si risponde con un sorriso intelligente e malizioso.

Highlander sì, ma, caro il mio Immortale, ti sbagli: ne rimangono almeno tre!

A noi!

1. Graeme Macrae Burn, PROGETTO DI SANGUE, Neri Pozza, trad. M. Ortelio

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Finalista al Man Booker Prize, ecco un thriller psicologico mascherato da atto criminoso realmente accaduto che apre un mondo, anzi un abisso, in cui il lettore casca senza possibilità di ripensamento. Una raccolta di documenti “ritrovati” che giocano mirabilmente con le tradizioni della letteratura scozzese, un ritratto geniale di una comunità rurale a del XIX secolo che già mette in evidenza teorie contemporanee sulla questione di classe e sulla criminologia; ma il libro è anche un’inchiesta attraversata da un umorismo un tantino macabro sulla pazzia e sulle motivazioni dei nostri gesti, che forse non porta più in la della triste conclusione di uno dei personaggi, secondo cui un uomo non può vedere nella mente di un altro più di quanto veda all’interno di una pietra. E per un giallo, sono premesse ottime! Con un sottotitolo che ci costringe a fare gli equilibristi tra realtà e fiction, perché si fa riferimento a i documenti relativi al caso di Roderick Macrae come se stessimo iniziando la visione di Un giorno in pretura, Progetto di sangue (che in inglese è ancora più bello perché bloody è ‘sanguinoso’ ma anche ‘maledetto’) raccoglie le memorie del reo confesso diciassettenne, figlio di un fittavolo in miseria, scritte nell’attesa del processo a Inverness nel 1869 per tre brutali omicidi commessi nella piccola comunità scozzese di Culduie, e scoperte dall’autore (quale autore, deciderete voi) nel corso delle ricerche sulle proprie radici nelle Highland. Questo manoscritto, ci viene detto con tono serio ma ovviamente prendendoci per il naso (perché è mica è vero, o no?!), ha diviso gli editori di Edimburgo dell’epoca, che temevano si ripetesse il lungo rognoso dibattito sull’autenticità del poema I Canti di Ossian pubblicato da Macpherson nella seconda metà del Settecento (ogni epoca ha i suoi plagi!), perché o Roderick Macrae ha un ghostwriter, o, diciamocelo, è abbastanza inconcepibile che un contadino semi-letterato possa produrre un’opera di così alta ed eloquente scrittura. Il resoconto, apparentemente onesto, di come Roderick si sarebbe introdotto nella casa del suo vicino odiatissimo con intento omicida è arricchito e ‘inspessito’ da dichiarazioni di testimonianze, relazioni mediche e persino da un resoconto giornalistico del processo. Non può certo mancare pure una relazione psicologica su Roderick dal medico della prigione James Bruce Thomson, un pioniere della criminologi arealmente esistito (adoro queste contaminazioni!!!) che ha opinioni decise circa le caratteristiche e le inclinazioni della ‘classe’ criminale (in epoca vittoriana, è sempre una questione di classe!). Roderick confessa fin dall’inizio la sua volontà di liberare il mondo da Lachlan Mackenzie, il vicino, che, come conestabile del villaggio, ha di fatto il potere legale di tenere sotto controllo la comunità e lo usa per rendere la vita di Roddy ancora più misera di quanto già non sia. Ma perché Roderick confessa? È dunque pazzo? In fondo, lo hanno sempre detto tutti che quello ha qualcosa di sbagliato nella testa… O, più pragmaticamente, la  profonda povertà e le asperità della vita (orfano di madre e figlio di un fittavolo in miseria, con una sorella di poco più grande e due fratelli gemelli molto più piccoli, Roddy ha dovuto abbandonare gli studi per lavorare la terra) lo hanno spinto al di là del bene e del male? Paradossalmente, l’unico a non credere alla colpevolezza e alla confessione di Roddy è proprio il suo avvocato, Andrew Sinclair. Le nuove teorie antropologiche di pazzia o imbecillità morale (ah sì, coi Vittoriani pure la morale c ‘è sempre) possono spiegare il suo comportamento o non alla fin della fiera sono solo un altro modo per esprimere la medesima condanna del ministro, per cui non si tratta di altro se non della conseguenza dello stato naturale selvaggio e barbaro in cui vive la comunità contadine (perché va bene il buon selvaggio, ma solo se si chiama Venerdì e sta al suo posto)? Le descrizioni della comunità contadina che cerca tirar fuori da un terreno arido quel poco che permetta la sopravvivenza, in balia dei proprietari terrieri, della chiesa e del tempo, sono affascinati. Il motore che spinge la vicenda verso la tragedia è un stoicismo che attribuisce ogni inconveniente ad una provvidenza avversa (ognuno ha i Malavoglia che si merita: e andate a rileggervi pure Verga, non fidatevi dei brutti ricordi scolastici!). E come non pensare un po’ anche a Franz Kafka e a Flann O’Brien in questo romanzo che, oltre a coinvolgerci nella vicenda in sé di cui vorremmo capire di più, si addentra nei meandri della legge, anzi della Legge e delle Giustizia? Perché quando pare che non ci sia che il fato a decidere di noi nonostante noi, si finisce per credere che sopportazione e occasionali esplosioni di violenza siano le uniche possibili risposte a un mondo in cui non si ha alcun potere. Nella sua cella in prigione, Roderick continua a riflettere sull’assurdità del fatto che è stato proprio l’omicidio di Lachlan Mackenzie a farlo diventare agli occhi della gente, quella che lo ha sempre considerato come un mentecatto deficiente, un gentiluomo. La simulazione della veridicità messa in atto da Graeme Macrae Burn, oltre ad essere un sottile gioco psicologico letterario, mette a fuoco un periodo storico straordinario, mentre le molteplici prospettive non affidabili da cui è portata avanti la narrazione nel romanzo costringono il lettore a porsi costantemente domande per tutto il libro e anche dopo: non perché si tratti di una storia confusa o complicata, al contrario ciascuno pare essere molto sicuro, ma perché la verità raramente si palesa univoca, ancor più se la si affronta con un paio di secoli di ritardo, quando le premesse di giudizio (in fondo non è questo, che davvero ci interessa, ancor più della verità?) sono radicalmente cambiate. E se pensate che almeno di uno ci si deve fidare, di quel poveraccio che non ha più nulla da perdere e guarda il suo destino dritto negli occhi… beh, ecco, ci siete cascati di nuovo! Bravo e ancora bravo Graeme! Gran bell’arazzo di verità e finzione, uno in cui i fili che ne sostengono la trama sono suspense, tensione e pure un po’ di pena: fatevi un regalo e leggetevelo!

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2. Peter May, L’ISOLA DEI CACCIATORI D’UCCELLI, Einaudi Stile Libero, trad. A. Mioni

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Primo di una trilogia che vede come protagonista l’ispettore Fin Macleod, L’isola dei cacciatori d’uccelli ha in comune, con i successivi due episodi, anche il luogo dell’azione principale: siamo sulla ventosa isola di Lewis, dura e inospitale (prendete nota per le vacanze…), da cui MacLeod era scappato da ragazzo per mettere spazio e tempo tra sé e i sanguinari antichi rituali di quel posto dimenticato da Dio, che sono passati dalla terra al sangue degli abitanti in forma di rivalità e odi atavici (e ci sarà un motivo se Fin fa MacLeod di cognome, come quello di Highlander!). Dato che il fato ci vede benissimo, Fin (che ha appena perso un figlio e guarda il suo matrimonio andare a rotoli) viene inviato dalla sua sede ad Edimburgo sull’isola dei suoi peggiori incubi per indagare sull’omicidio di un uomo che, da quel che emerge, fu il bullo che infestò la scuola di Fin quando erano ragazzini. Poiché il  modus operandi del crimine è simile a quello di un caso di cui l’investigatore si è occupato recentemente a Edimburgo, c’è la possibilità che si tratti dello stesso killer. La storia si dispiega mentre in capitoli che alternano gli eventi del presente, in terza persona, e l’infanzia di Fin, narrati in prima persona direttamente dal nostro eroe. Inesorabilmente, con l’incedere della vicenda, Fin scopre che la sua infanzia e lui stesso sono intimamente legati all’omicidio e non è facile per lui indagare in un luogo dove ogni interrogatorio si trasforma in una tessera della propria memoria, e i ricordi di Fin lasciano pochi dubbi sul perché non avesse voglia di tornare ‘a casa’: forti tradizioni calviniste, resistenza al minimo cambiamento… insomma una prigione, più che un’isola, per un giovane sopra le righe e ambizioso come lui. Il racconto dell’annuale caccia alle sule (guga in gaelico) è abbastanza impressionante ed è stata una buona idea quella di scegliere, come titolo italiano, proprio i protagonisti di questa tradizione cruenta: i cacciatori di uccelli uomini scelti e valorosi dell’isola che – per tradizione – passano due settimane in autunno sulla roccia di  An Sgeir per catturare le giovani guga, dormendo all’addiaccio e facendo una vera e propria strage di volatili, che poi mangiano essiccati. Il senso di morte e di ineluttabilità domina tutto il romanzo, in cui il giallo è la forma scelta dall’autore per racchiudere anche un romanzo di formazione, di una maturità conquistata per sottrazione. È, come tutte le storie di una vita, del passaggio all’età adulta con la conseguente perdita dell’innocenza, anche una storia d’amore: certo, su un’isola così non ci si può aspettare il lieto fine, e dunque rimangono i ricordi che, come i capitoli, saltano tra passato e presente: “tutti quei sogni infantili persi per sempre come le lacrime nella pioggia” sono l’autentica materia dell’indagine di Finn. Highlander incontra Blade Runner e risolve il caso proprio seguendo i sassolini che la sofferenza ha lasciato dietro di sé.

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3. Muriel Spark, Gli anni fulgenti di Miss Brodie, Adelphi, trad. A. Bottini

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E per fortuna esistono i mitici Anni Sessanta! Uscito nel 1961, questo romanzo breve di Muriel Spark (che divenne film otto anni dopo col titolo La strana voglia di Jean, titolo frizzantino come l’opera di Spark, e con la Buona Scuola ancor più azzeccato) racconta appunto della curiosa passione di Jean Brodie, quarant’anni ed energia da vendere per i futuri quattromila: insegnare, insegnare e ancora insegnare! Ma non come fanno tutti, che noia: Bontà, Verità e Bellezza sono le parole d’ordine del programma di Miss Brodie, che ‘opera’ alla “Marcia Blaine”, una scuola di Edinburgo a cavallo degli Anni Trenta, anche se colleghe e preside la vorrebbero tanto convincere a dare le dimissioni per trasferire quei suoi metodi poco ortodossi in una scuola progressista. Ma Miss Brodie proprio non ci pensa, e le più contente sono un gruppo affiatato di studentesse che sono nella classe di Jean dal 1930 al 1936: Rose Stanley, Mary Macgregor, Sandy Stranger, Jenny Gray, Eunice Gardiner, Monica Douglas. Su di loro si concentrerà la missione di Miss Brodie: far diventare queste ragazze «la crème de la crème», che poi vuol dire fare in modo che le sue adepte si trasformino in altrettanti alter ego di Jean che decide per loro persino il fidanzato (dato che non sarebbe decoroso scendere in campo in prima persona, diciamo!). Miss Brodie, tuttavia, è sinceramente interessata alle sue alunne e alla loro formazione anche come donne, e il rapporto prosegue anche quando le ragazze vanno alle scuole superiori: anzi le confidenze si fanno più profonde e più intime, in fondo quelle che conosciamo all’inizio poco più che bambine, si stanno trasformando in giovani donne. Le avventure sentimentali di Miss Brodie e quelle della sua ‘squadra’ tengono banco durante gli incontri del tè del sabato pomeriggio, ma le confidenze sono difficili da gestire soprattutto quando all’adorazione incondizionata si sostituisce un affetto che, certo profondo, comincia a sviluppare un certo senso critico. Così, il rapporto tra Miss Brodie e Sandy, la sua preferita (spesso è il suo punto do vista quello da cui viene narrata la storia), darà esiti sorprendenti che potrete gustare pienamente solo nelle ultime pagine (perché il fato dei due romanzi precedenti a volte è anche infinitamente giusto!) e vi farà capire ancor meglio la padronanza lieve e meravigliosa di questa scrittrice che è ironica, divertente, ma non si permette di essere leggera o sciocca (e arriveranno la guerra civile spagnola, il fascismo e il nazismo, che certo non portano niente di buono): se la lettura vola via veloce è perché Spark riesce a muoversi avanti e indietro nel tempo e a passare dalla realtà alla fantasia (le ragazzine questa hanno!) senza mai perdere l’orientamento e nonostante si tratti di una trama magari in parte prevedibile (ma davvero solo in piccola parte), i personaggi hanno una incredibile profondità psicologica e vanno ben al di là dei cliché (beccatevi la bomba sexy che insegna arte, per dire). Miss Brodie è l’insegnante che quasi tutti vorremmo aver avuto, ma soprattutto l’insegnante che mai ci saremmo dimenticati: non ci si commuove come ne L’attimo fuggente (pur avendo Miss Brodie almeno tanti nemici quanti il Professor Keating), ma insomma ogni tanto ci sia concesso anche farci due sane risate (e a volte funziona pure meglio se si gode  per interposta persona, come scoprirete leggendo questa commedia praticamente perfetta).

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