LA FINE DELLA SOLITUDINE E ALTRE EMOZIONI #SundayBooks

paola-rinaldi2-150x150di @Paola Rinaldi

Se mi chiedeste qual è il romanzo più sfaccettato, coinvolgente, complesso ma mai noioso, avventuroso, triste e allegro ma anche drammatico e sempre sorprendente, non avrei dubbi sulla risposta: l’animo umano, col suo corredo (sempre fashionable e trendy) di emozioni, di stati d’animo, davvero ce n’è una infinità per ogni stagione e non c’è pericolo che non si trovi la taglia adatta a noi. Perché si tratta di un romanzo sempre nuovo e che racconta una storia diversa per ogni lettore.

Certo, lo so, l’unico problema è che l’animo umano non è un romanzo in senso stretto: lo è metaforicamente, come si dice. Eppure, quelli che chiamiamo capolavori, i grandi classici, le opere intramontabili sempre con l’animo umano hanno a che fare: di quello si occupano, e basta (anzi, ne avanza). E’ quasi un anno e mezzo che aspetto che arrivi anche nelle librerie un romanzo che lessi forse ancora prima che uscisse a casa sua: nel frattempo, è stato pubblicato nei Paesi di lingua tedesca ed ha raccolto grandi entusiasmi, in ambiti e a livelli diversi, cosa che è già di per sé un buon segno. Ha anche vinto il Premio di Letteratura della Comunità Europea, giusto per dire che non è che fosse piaciuto solo a me (o che io ci avevo visto giusto, scusate l’immodestia)!

Capirete quindi la mia gioia ora che ne posso parlare perché Salani ha avuto la grande idea di pubblicarlo in italiano con la valida traduzione di Margherita Belardetti. E, stranamente, mi piace molto anche la nostra copertina, perché quella di Diogenes rischia di far prevalere una delle tante citazioni, belle e ricche che arrivano da tempi e luoghi differenti, e invece è anche importante lasciare libertà al lettore. Il romanzo ha un titolo bello come lui: LA FINE DELLA SOLITUDINE e l’ha scritto un giovane tedesco classe 1984, BENEDICT WELLS (che in patria ha già scritto altro ed è effettivamente molto apprezzato anche per le sue opere precedenti).

Come avete capito, si tratta di un libro che è uno scrigno di sentimenti, un vulcano attivo assai, e che difficilmente sta fremo nelle nostre mani. Così m’è venuto in mente che poco tempo fa è uscito un altro volume fantastico che ci può servire come bussola per orizzontarci nel percorso emotivo del protagonista del romanzo, Jules, e degli altri personaggi: si tratta de L’ATLANTE DELLE EMOZIONI UMANE di Tiffany Watt Smith pubblicato da UTET nella traduzione di Violetta Bellocchio.

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Jules, padre dei due gemelli Vincent e  Luise, ha avuto un grave incidente in moto. Dopo due giorni, si risveglia dal coma e comincia a riordinare i suoi pensieri. Il romanzo inizia così una seconda volta in un passato piuttosto distante, l’infanzia di Jules: sua sarà la voce narrante, perché lui è l depositario della storia, delle storie… Lui scrive e ferma (forse per la prima volta, domina) il tempo sulla pagina.

Jules è un ragazzo sicuro di sé e coraggioso, il fratello maggiore Marty è più riflessivo e introverso, la sorella Liz è esplosiva, è la diva della famiglia. Quando i genitori muoiono in un incidente d’auto durante le ferie estive a Berdillac, il paese di famiglia, l’infanzia di Marty, Liz e Jules,  apparentemente felice e serena fino a quel momento , finisce d’improvviso definitivamente. I tre fratelli, ora orfani e ancora sotto shock, vengono messi  in un collegio senza grandi pretese, sono separati per via dell’età e Jules si trasforma in un anonimo studente timido e introverso, insicuro, silenzioso, preso in giro da tutti, fino quando accanto a lui si siede una ragazzina coi capelli rossi e gli occhiali con una montatura di corno, Alva.  L’amicizia con Alva è determinante per Jules non solo nei difficili anni dell’adolescenza, ma per l’intera sua esistenza. Alva riconosce subito il trait d’union che l’accomuna a Jules: solitudine, dolore, tristezza, l’essere in qualche modo zoppi; se Jules ha perso i genitori, Alva ha letteralmente perso la sua sorellina, scomparsa misteriosamente, cosa che ha squarciato la sua famiglia, inducendo i genitori alla separazione e ad una vita di silenzio e rabbia. Si può rimanere orfani in molti modi… A differenza di Jules, paralizzato dal senso di colpa per non aver saputo cogliere certi segnali sospetti nella felicità familiare di un tempo e incapace di andare avanti (si iscrive a legge ma poi lascia, fa un po’ il fotografo ma poi abbandona, scrive racconti ma non pubblica), Alva sopisce i suoi, di sensi di colpa, trasformandosi in quella persona che avrebbe meritato le sfortune che le sono capitate. Deve essere una specialità femminile, questa, perché anche Liz, come Alva, si consuma in una vita forsennata, tra droghe ed alcol e quando crolla, corrono da lei Jules e Marty, l’unico ad aver fatto davvero carriera e soldi con l’intuizione di puntare su internet. Certo è che la colpa non aiuta a cementare i rapporti e nonostante tra Jules e Alva ci sia davvero una profonda intesa, i due si perdono di vista, lasciandosi malamente con troppe cose non dette. Dunque tragediona?! No, perché nella casella di posta elettronica di Jules, un giorno, insieme a roba inutile arriva una mail di Ava: e così, goffamente e ansiosamente, i due riprendono i contatti e si incontrano a Monaco e quando si sciolgono un po’, Alva invita Jules a passare del tempo nello chalet di montagna vicino a Lucerna con lei… e suo marito Alexander Nikolai Romanov, lo scrittore che Alva adorava da ragazza. Alexander incoraggia a scrivere Jules e tra i due, innamorati della stessa donna misteriosa e travagliata, si sviluppa un’amicizia profonda di assai poche parole e mai davvero limpida. Poi Alexander scopre i suoi piani e…. E da qui in avanti, si inverte la tendenza: si ricostruisce quello che era andato distrutto, si ripara quello che era rotto, si ritrova quello che si era perso. Ci vogliamo credere tutti: noi che leggiamo e ancor più Jules, Alva, Liz, Martin e tutte le persone che per strada hanno imparato ad amarli, per quelle che sono nate dai loro incontri, per chi ha dovuto lasciarli anzitempo controvoglia, per chi in loro ha creduto e per quelli in cui loro credono. Solo, non è sempre vero che volere è potere. E di nuovo ricomincia il viaggio sulle montagne russe delle emozioni, quelle che ribaltano il cuore, non lo stomaco, con le loro improvvise discese nel vuoto. Tuttavia, ancora una volta, si combatte: dopo essersi incontrati di nuovo, Jules e Ava lottano per non perdersi nuovamente, poi cercano di vincere per quello che hanno costruito insieme. La vita è un gioco a somma pari a zero, dice Alva: con tutto quello di brutto che ha vissuto, deve arrivare il positivo, per sé, per Jules, per le persone che amano. Ma non è esattamente come aveva pesato Alva, la vita. Quando Jules toglie la maschera al destino, scopre che sotto c’è solo il fato: e alla fine a volte tocca mollare. Proprio poco dopo quest’ultimo colpo (di cui ovviamente non dirò nulla), Jules ha l’incidente in moto, quella moto che aveva comprato per dimostrare ad Alva che anche lui era stato tanto forte da vincere le sue paure. Che poi, dopo che sappiamo tutto quello che c’è da sapere, ci vien da pensare che forse incidente non era, povero Jules. Eppure… Ecco, La fine della solitudine è questo eppure. E’ il coraggio di rialzarsi dopo la sconfitta, di accettare che le cose vanno e vengono, passano e tuttavia non ci abbandonano e sta a noi trattenerne il cuore, preservarne il ricordo, magari, come fa Jules, scrivendo il suo romanzo. I ricordi sono la materia di cui è fatto il racconto di Jules, che ha nella sua testa un regno intero di presone spesso dimenticate. E lui vuole sottrarle tutte dall’oblio, vuole renderle immortali : solo nella scrittura Jules stesso può essere contemporaneamente ciò che è, ciò che è stato, ciò che avrebbe potuto essere, il reale e il possibile.

Quando scrivevo della copertina originale (il ritratto di Jeanne Moreau e François Truffaut cfr. Jules e Jim), dicevo che è riduttiva perché Wells utilizza tantissimi leitmotiv: le citazioni letterarie, a cominciare da quella iniziale di Scott Fitzgerald citata da Yates (“Spingi la sedia sull’orlo del precipizio e ti racconterò una storia”, quel precipizio, quell’abisso che Jules vede negli occhi di Liz e di Alva e davanti a sé nell’incidente con la moto, quando però trova il coraggio di fissarlo a sui volta, quell’abisso), la poesia di Rilke che Jules intravvede sulla pagina che sta leggendo Alva che parla della confidenza tra vita e morte, la frase di Wordsworth (“Il bambino è padre dell’Uomo” un mantra per Jules), le poesie e i racconti di Romanov che girano intorno allo scorrere del tempo; e le immagini che fissano le esperienze; e soprattutto tanta musica: la canzone di Paolo Conte “Vieni via con me” (una canzone a cui nessuna donna può resistere, secondo la madre di Jules), la musica di Gershwin, Brubeck e tanti altri jazzisti, “Moon River” (che la madre suonava a Natale), “Paperback writer”(cantata a Jules dalla madre, che ha sempre creduto nella capacità di raccontare storie del figlio)… Non per niente, c’è una splendida favolosa mitica playlist su YouTube creata dall’editore tedesco e vi prego godetevi Ginger e Fred che ballano sulla note di Conte!

Love story, Voglia di tenerezza… a questi film ho pensato, leggendo il romanzo: perché sarebbero storie patetiche se non ci fosse un grande narratore che riesce a far rimanere la tristezza e il dolore sulla pagina, o sulla pellicola, e a far passare al lettore solo la volontà di vivere, di essere felici, di sputare in faccia alla sfortuna, di non darsi mai per vinti soprattutto per chi si è amato e si ama. La commozione si fa catarsi, ma senza tirare in ballo paroloni, è proprio che non si può fare a meno di provare le emozioni che provano Jules e Alva e gli altri. Lo so che suona retorico, ma il romanzo di Wells è soprattutto una celebrazione della vita e anche della scrittura, il mezzo che Jules sceglie (o il mezzo da cui è stato scelto Jules) per celebrare la vita nella sua potenzialità, in tutte le sue possibilità, che includono i ricordi (come la vita si è resa concreta) ma anche tutte le varianti dei sé, e credetemi se vi dico che lo sguardo di Jules alla fine del romanzo, quando si allarga a comprendere tutto ciò che ha (o che gli è rimasto) e che diventerà ancora altro, riempie cuore, cervello, polmoni… La storia d’amore tra Jules e Alva è l’elemento che evita che il romanzo sia una grande tragedia: la felicità, se si vuole chiamarla così, non è una fine e sta tutto nello sforzo di combattere più che nel rilassamento della pace; nel dinamismo che è vita, non nell’immobilità che è morte; nel futuro, che è da condividere con chi ha imbracciato le armi e ce l’ha fatta, nonostante le ferite. Quest’altra prossima vita non può essere sbagliata. Perché è la nostra.

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Come promesso, ecco la bussola per non perdere l’orientamento in questo universo di emozioni.

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Tiffany Watt Smith ha raccolto ed analizzato nell’ATLANTE DELLE EMOZIONI UMANE, pubblicato in Italia da UTET, ben  156 emozioni o stati d’animo che gli esseri umani hanno nel loro patrimonio genetico emotivo a prescindere da longitudine e latitudine. Non si tratta di una semplice lista: c’è etimologia, contestualizzazione storica, sociale, culturale… e a me ha colpito molto che Tiffany Watt Smith, che si avvicina con occhio scientifico, da studiosa, alle emozioni umane, spessissimo utilizzi come apertura per la singola voce o per gli esempi all’interno della voce, brani tratti da romanzi o si riferisca a dipinti: quasi come a dire che l’arte le ha già capite e comprese e catturate tutte, queste nostre emozioni (si apre con una citazione di Oscar Wilde che è tutto un programma!). Che è il punto di partenza di questo post, infatti. Nella bella introduzione, che sembra di nuovo un romanzo, l’autrice non solo illustra il piano  e l’organizzazione dell’opera, ma riflette sulla natura delle emozione e su come l’uomo abbia cercato di definirle ed esprimerle, dopo aver scoperto di provare delle emozioni beninteso. L’uomo è l’uomo ovunque, eppure scoprire che un’emozione in Occidente è da nascondere e in Oriente è oggetto di lode, o che la medesima emozione nel passato potesse condurre alla morte, se palesata, e oggi invece sia palesemente accettata, fa riflettere. Cambia la testa e cambia anche il cuore, insomma… anche se mi pare di poter dire che le emozioni di base, quelle più basic insomma, siano davvero i mattoncini con cui sono costruiti i muri portanti dell’intera umanità. L’Atlante è una lettura che prende come un romanzo perché, di nuovo, ci dice di noi stessi e di come possiamo essere senza nemmeno saperlo; e in più io personalmente ho imparato un sacco di cose e mi sono ritrovata delle connessione tra emozioni che mai avrei detto nemmeno lontanamente presenti. I miei complimenti ammirati vanno poi alla traduttrice che non oso pensare quali emozioni abbai provato in alcuni casi davvero complicati!

Ecco le emozioni che secondo me è necessario indagare quando si legge La fine della Solitudine. Ovviamente si tratta di estratti dalle voci, che non solo sono MOLTO più ricche, ma in fondo rimandano anche ad altre emozioni simili od opposte (spesso impronunciabili, che rende la ricerca una vera e propria caccia al tesoro misteriosissima e divertente!)

VEDI ALLA VOCE:

AMORE

Questa emozione inafferrabile è tanto importante da richiamare su di sé tutta l’attenzione, e tanto sfuggente da mandare all’aria ogni tentativo di definirla con esattezza. Anche al termine di una vita passata insieme felicemente, è difficile dire che cosa sia, di preciso, l’amore. Sappiamo che c’è – deve esserci, per forza, altrimenti come faremmo a mettere al primo posto l’altra persona, come saremmo sopravvissuti ai litigi e alle incomprensioni? Qualcosa che ci tiene insieme c’è, ma cosa, e come, e perché? […] Le parole ci sgusciano via proprio nell’attimo in cui stiamo cercando di dirle, e ci resta solo un’alzata di spalle, un po’ dimessa, e un sorriso. «L’amore è, sapete…» Magari siamo capaci di farci sopra tanti bei discorsi, ma altrettanto spesso restiamo muti.

AWUMBUK
C’è un senso di vuoto che rimane dopo la partenza di un ospite. I rumori echeggiano tra le mura di casa. Lo spazio che sembrava tanto ridotto mentre lui o lei era ancora qui adesso sembra stranamente ampio. E anche se spesso proviamo un certo sollievo, ci può comunque restare addosso una sensazione ovattata – come se su di noi fosse calata una nebbia e ogni cosa ci sembrasse priva di senso

CORAGGIO
La parola “coraggio” deriva dal francese antico corage, a sua volta derivante dal latino cor (cuore). In origine si riferiva al cuore stesso, che all’epoca veniva inteso come il luogo dove erano contenuti tutti i sentimenti e la fonte dei più profondi desideri di una persona […]Parliamo dell’eroismo come della capacità di restare fermi e risoluti di fronte alla fatica o alla sofferenza fisica: troviamo eroismo nel parto, per dire, o nel recuperare le forze dopo una grave malattia, e anche in quelle medesime forme di sacrificio che in età vittoriana tanto strettamente si associavano al valore di una persona. Ma forse è l’enfasi che poniamo sulla forza d’animo, la capacità di affrontare i propri demoni o di realizzare se stessi nonostante le ferite lasciate da un trauma, che ricorda più da vicino la concezione medievale del coraggio. Quello, e l’idea che l’eroismo non riguardi soltanto i grandi uomini a cavallo, ma sia qualcosa a cui possiamo aspirare tutti quanti noi
Una cosa ancora, che aggiungo io : anche RICORDO viene da cuore (ri-COR-do: dono nuovamente cuore alle cose). Ricordare è un atto di coraggio. Jules lo sa, Rilke lo sa, Wells lo sa!

IJIRASHII
Quel restare colpiti o commossi nel vedere una persona che parte in svantaggio ma riesce a superare un ostacolo, o a portare a termine un’impresa degna di elogi, in giapponese ha un nome preciso: ijirashii. È la sensazione che possiamo provare quando guardiamo un corridore che taglia il traguardo contro ogni aspettativa, o quando sentiamo raccontare di un senzatetto che restituisce un portafoglio smarrito.[…] In Giappone questa sensazione viene considerata la reazione opportuna davanti all’immensa forza d’animo dimostrata da chi, a un primo sguardo, sembrava fragile e vulnerabile

FELICITÀ
Se torniamo a vedere la felicità come un sentimento fuggevole al pari della sorpresa, oppure complesso come il lutto, potremmo scoprire molte sfumature differenti, e molte contraddizioni. Perché se per qualcuno la felicità sta in un gemito di appagamento, per qualcun altro sta in quella strana sensazione che sia “tutto a posto”, e per qualcun altro ancora è un palpito di eccitazione, essa è anche un’emozione che può apparire pericolosa, o azzardata: per citare Stephen Dunn, «un ponte meraviglioso sotto cui stanno i coccodrilli”

GIOIA
In tutti i modi, la gioia può essere una forma di violenza, ed è sempre una sorpresa. Dall’antico francese joie, che aveva lo stesso significato, ma imparentata anche con joiels che significava “gioiello”, la gioia è un’emozione che ci abbaglia e ci soggioga. […] Una delle migliori definizioni di gioia la dobbiamo al filosofo del Seicento Baruch Spinoza […]:«La Gioia è una Letizia accompagnata dall’idea di una cosa passata, accaduta insperatamente.»

Ma anche MUDITA
Per Buddha,  la gioia non era una risorsa limitata su cui litigare o a cui avevano diritto soltanto pochi fortunati. La gioia era infinita, illimitata. Per Siddhaˉrtha la parola mudita esprimeva la piena esperienza di una Gioia (e non di invidia o risentimento) che si provava nel venire a sapere le cose belle accadute a qualcun altro. Secondo lui, il puro fatto di poter provare mudita in prima battuta era la prova che la felicità degli altri non diminuisce la vostra: la aumenta.

LUTTO
«Sto cominciando a capire come mai il lutto e la suspense siano tanto simili», scrisse [Lewis in “Diario di un dolore”]. Se di suspense si tratta, è costellata di sentimenti più duri: la rabbia e l’amarezza dell’essere stati abbandonati; la maniera in cui ci può capitare di rimproverare noi stessi per il contributo che abbiamo dato alla nostra infelicità – se solo non gli avessimo voluto bene, pensiamo, o se perlomeno gliene avessimo voluto con meno forza. E poi il dolore ricomincia da capo, i ricordi come una fitta. Il guizzo di un’ombra dentro lo specchio, il rumore immaginario di una chiave che gira nella toppa, l’attesa di una telefonata che non arriva mai.

NOSTALGIA
Una canzone nello spazio di poche note vi può riportare a una vecchia storia d’amore. Sfogliare un album di fotografie, forse, non suscita in voi soltanto meraviglia – «Guarda quella carta da parati!», «Com’ero magro!» – ma anche tristezza per i legami andati perduti e le speranze ormai svanite. Il piacere generato dai ricordi è qualche cosa di caldo e malinconico insieme, e infatti, non a caso, spesso viene definito “dolceamaro”.  […] Un sorprendente numero di ricerche recenti hanno messo in evidenza i vantaggi del concedersi qualche riflessione nostalgica, suggerendo che questo genere di riflessione aumenta il nostro senso dei legami sociali e del significato della vita.

SOLITUDINE
Verso la metà dell’Ottocento, tuttavia, il significato del termine “solitudine” smise di avere a che fare con l’isolamento fisico, e cominciò a essere utilizzato per descrivere un’emozione dolorosa. Era la prima volta che si parlava di “sentirsi soli” mentre si era comunque circondati da altre persone. […]Esiste un altro genere di solitudine, però, uno di cui non parlavano i romantici e non parlano oggi i neuroscienziati. È quella sensazione buia e angusta del non essere capiti, e può colpire anche una persona che ha una vita familiare molto attiva.[…] In Giappone, la cosiddetta hikikomori (stare in disparte, isolarsi) è una patologia di cui sono affetti soprattutto i maschi adolescenti di classe media. E questo ci ricorda che la solitudine non nasce in noi soltanto quando siamo persi nelle terre selvagge del mondo esterno, ma anche quando ci sentiamo prigionieri delle aspettative e dei desideri espressi da quel mondo nei nostri confronti

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