THE SHOW MUST GO ON #Sundaybooks

paola-rinaldi2-150x150di @Paola Rinaldi

“Tutto il mondo è un palcoscenico, e gli uomini e le donne sono soltanto attori”, Shakespeare fa dire a Jacques nel secondo atto di Come vi piace; e qualche tempo dopo, Calderón de la Barca rimischia le carte e mette in scena Il gran teatro del mondo, in piena età barocca (del resto, l’opera sua che tutti conosciamo, La vita è sogno, di nuovo fa pensare all’esistenza come uno spettacolo, no?!). Tranquilli, non sto per partire con un pippone filosofico, è solo che a volte, e questa è una di quelle, leggo romanzi che mi sembrano opere teatrali, per la forma o l’organizzazione della materia o perché hanno il teatro dentro di sé. Intanto: fatevi un regalo e andate a teatro. E dato che i tempi son tristi, fatevene prima un altro e leggetevi e tre libri di oggi, in cui la commedia (tragedia) umana va in scena non su un palcoscenico  ma sulle pagine di un romanzo.

1. WANDA MARASCO, LA COMPAGNIA DELLE ANIME FINTE, NERI POZZA

COMPAGNIA ANIMENel nuovo romanzo di Wanda Marasco, di nuovo meritatamente selezionato per lo Strega come il precedente, Il genio dell’abbandono, praticamente tutto è teatro, drammaturgia, a cominciare dal titolo: una voce narrante fortissima, intensa, penetrante,  raccoglie le tante voci di una comunità serrata e ne mette in scena le storie. Le anime sono finte perché recitano ciascuna la loro parte, costrette ad essere personaggi di una vita spremuta dalla miseria su un palcoscenico unico, che parte dalla torre in cima alla collina di Capodimonte (che a me fa sempre venire in mente le statuette in ceramica che pure loro in fondo sanno di teatro) e ruzzola giù per le Centoscale fino a incastrarsi nei vicoli di una città che è proprio quella ritratta dalla copertina del romanzo. Rosa, la voce, è dinanzi al corpo morto della madre Vincenzina e racconta, a sé e a lei, di sé e di lei e della loro vita, prima e dopo loro stesse, entrambe madri e figlie in tempi sfasati: “Si chiamava Vincenzina Umbriello e aveva portato questo nome come un boato nella casa sul vico Unghiato, al terzo piano del civico 53”, così inizia il romanzo e il racconto, ma per farvi capire quanto è bello, ascoltate come Marasco stessa, anche attrice, lo ha letto alla presentazione del suo libro a Milano:

Rosa fonde la propria voce e il proprio personaggio con quella della madre (come ha sottolineato Paolo Di Stefano durante l’incontro) e si comincia da lontano, dagli anni Quaranta agli anni Ottanta del secolo scorso, dall’adolescenza di Vincenzina, figlia degli umili contadini Adelì e Biasino coi loro dieci figli, che incontra Rafele, virgulto dell’illustre e dotta famiglia Maiorana da e per sempre contraria a questa unione, alla loro vita matrimoniale e ai figli fino a quando i figli saranno loro a loro volta coniugi e genitori: : “Ma’, mi senti? Questo è il racconto che stava sulla terra da prima che io nascessi. Sto provando a metterci dentro tutte le anime recitanti. Fino alla fine, ma, come un drammaturgo che non si arrende”. Non solo non si arrende Rosa, ma Marasco ha una forza che cresce in ogni parola pronunciata da Rosa, in ogni gesto recitato sulla pagina: “Possiedo dei raggi teatrali per immaginare i due. Certi fili di sole da attaccare ai polsi e alle caviglie di Vincenzina e Rafele, perché le loro figure si sconnettano e si riuniscano sopra i basoli, a ogni strattone di luce”. Di immobile, in questo libro, c’è solo il corpo di Vincenzina che non smette di irradiare energia, perché al centro di questi vortice sembra esserci sempre e ancora lei, come se fosse madre non solo di Rosa ma di tutte le altre madri e pure padri e se fosse anche tutte le sorelle e i fratelli, gli amici, i figli e le orche (queste donne che succhiano e risputano il dolore attorno alle disgrazie, e dunque anche a Vincenzina quando Rafele si ammala di un cancro che lo uccide), come se il ventre di Napoli fosse in fondo il suo. L’immagine del Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino che si trova proprio a Napoli nella Cappella San Severo non mi ha mai abbandonato durante la lettura del romanzo: perché c’è tanta carne, nel racconto di Rosa, tanta materia e “angoscia della gravità” (ha detto Marasco all’incontro), un senso di ineluttabilità con cui bisogna convivere e per questo, appunto, il mondo è un teatro. Io mal sopporto l’opulenza barocca nell’arte, ma quello che il teatro (e la musica) ha prodotto in questo periodo è grandioso, e l’ho ritrovato anche qui: nell’atmosfera, ma anche nella forma, che fatico a separare dalla sostanza. Tutto quello che toccano i personaggi del romanzo è stato scavato fuori dal tufo e riaccatastato come a unire sotto (e tanta della vita di Rosa si svolge nei sotterranei) e sopra: si deposita così a strati il tempo, spesso il passato finisce poi in cima e può capitare che, sedendosi su una lastra, ci si debba stendere sui fantasmi di un passato antichissimo. E’ quello che capita a Rosa nella sua inquietante amicizia dell’adolescenza con Annarella, per esempio; ma i fantasmi, come quelli di Eduardo evocati nel romanzo, sono testimoni presenti di un passato di morte (che arriva naturale come la vita ma è gialla, fatta di malattia e superstizione, di demoni nascosti in mosconi o in fessure dei muri) e si mischiano ai vivi, che Marasco dota di così tanta forza da non farci intristire, in questa tragedia (in senso greco ecco): ho trovato il maestro Nunziata una figura eroica (e tenera, nel suo entusiasmo), mi sono commossa per Mariomaria (“la creatura che ha dentro di sé una preghiera rovesciata”, che brava Marasco!) e poi c’è la madre di Rafele, la giovane Emilia, o Iolanda… e c’è l’usuraio Carmine Musca, che rende sua complice nella vergogna della miseria pure Vincenzina, la cui assenza di umanità scatenerà altrettanta bestialità. Però ci sono anche Giovanni, il marito di Rosa, e i suoi figli, in quelle parti in italiano, dove il dialetto (che Marasco ha dovuto ricostruire e studiare), che a me pare quasi un codice segreto tra gli attori di questa Compagnia di anime finte che cozzano le une contro le altre, lascia prendere aria al cuore e fa entrare la luce, riportandoci come un ascensore sul tetto della torre, sulla collina, via dai vichi scuri e soffocanti.  Con le opere di Wanda Marasco, raccontare la trama non serve, però: bisogna proprio leggerle, lasciarsi stregare dalla magia dei suoni e dei ritmi che le parole portano in sé e con cui costruiscono immagini in movimento, gesti che afferrano le viscere. Davvero una lettura che è esperienza, datemi retta… ACCATTATAVILLO!cristo-velato-scultura-napoletana Giuseppe Sanmartino

 

2. LARS GUSTAFSSON, IL POMERIGGIO DI UN PIASTRELLISTA, IPERBOREA, TRAD. C. GIORGETTI CIMA

PIASTRELLISTA“C’era un uomo chiamato Torsten Bergman, esile e bianco di capelli. Era piastrellista, nato nel 1917. E quindi quel grigio mattino di novembre del 1982 in cui questa storia ha inizio, a Uppsala, aveva già sessantacinque anni. Dormiva in un letto che un tempo era stato doppio e matrimoniale. Adesso era singolo, e con lenzuola mal lavate.[…] Avrebbe di gran lunga preferito il non esistere all’esistere. Se qualcuno gli avesse chiesto il suo parere. Fu proprio in quella stanza che suonò il telefono, con uno squillo acuto e penetrante, alle sei e mezza di un giovedì mattina a Uppsala nel novembre del 1982. Fu l’inizio di un giovedì senza una vera e propria fine. Ma questo nessuno poteva ancora saperlo.[…] E Torsten Bergman rifletteva. Un bel lavoretto che non richiedesse un impegno troppo prolungato, in quel momento era quel che ci voleva. I conti si stavano accumulando sopra al frigorifero.  […].Veniva preso da una sorta di malinconica tristezza anche solo a passare nelle vicinanze e vedere giovani betulle e cardi crescere fra i binari dove un tempo correvano i vagoncini ribaltabili, riempiti fino all’orlo di pesante argilla dell’Uppland. Perché gli ricordava, in qualche modo vago e generico, un’epoca in cui la sua vita era ancora popolata di gente.[…] Ogni cosa era mondo, e nulla in quel mondo gli apparteneva sul serio. Così ebbe inizio il giovedì di Torsten Bergman.”: ecco come si apre e si chiude il primo capitolo della nuova edizione di questo classico contemporaneo (pubblicato nel 1991) nella nuova e bellissima collana Luci, una sorta di ‘compilation’ di dieci titoli imprescindibili nella storia dell’editrice e delle letteratura scandinava. Capite già che siamo davanti ad un romanzo (breve) che sconfina nel mito, che è narrato col piglio del cantastorie, che parla di un piastrellista insignificante, che ormai prende solo qualche lavoretto in nero, appunto come quello che gli viene offerto quel giovedì, che sta in qualche modo ancora al mondo senza che il mondo sia parte di lui, e che nonostante si auguri la fine, in questo giovedì la sua fine non la troverà. E’ solo dei grandi scrittori iniziare e (non) finire un romanzo nelle poche righe del primo capitolo, in cui tutto è già potenzialmente chiaro, facendo solo crescere nel lettore la voglia di andare avanti a leggere ciò di cui sa già l’essenziale. Dunque. Torsten si segna l’indirizzo, prende su gli attrezzi e arriva in una casa deserta, dove inizia a sistemare il pavimento del bagno. Mentre è lì che lavora, in quel giorno e in quel luogo (unità di tempo, azione e luogo rispettate così bene che Aristotele proprio non può lamentarsi, e non ditemi che non siamo a teatro!). Il nostro piastrellista toglie le mattonelle messe male e le rimette come si deve, chiedendosi se il gioco valga la candela (o meglio, la piastrella!), quando, tra un silenzio e l’altro, tra un pensiero e un ricordo, prima si presenta il cugino, poi alla porta suona una donna con due bimbi, e dal piano di sopra arrivano voci che non sono accompagnate da corpi, incursioni disordinate di una realtà a cui Torsten sembra rimanere piuttosto alieno; o almeno, perplesso. Le voci della casa assumono progressivamente una dimensione divina e irritano Torsten, che le maledice perché non gli rispondono . Per la maggior parte del tempo, tuttavia, il nostro eroe, perché un po’ eroico è, rimane solo con il suo muro e con i suoi pensieri. Gli torna alla mente molto di quello che ha vissuto, quasi sempre si tratta di delusioni: quando da ragazzo faticosamente cercava di guadagnarsi dei soldi vendendo giornali, il cinema con la figlia dei vicini, la madre bigotta… insomma la vita pare non essere stata particolarmente esaltante, e Torsten è deluso anche dallo Stato che non si prende realmente cura di lui. Eppure… eppure, poco per volta, la malinconia del quotidiano si trasforma in speranza: meglio immaginare se stessi come un lieto Sisifo, che spinge sì senza fine e senza scopo la pietra su per il monte solo per vederla ricadere a valle e ricominciare da capo a spingere, ma non molla. Il piastrellista incespica di mistero in mistero: chi è Sophie K., la coinquilina della villa? E cosa contiene la piccola cassaforte sotto il suo tavolo da cucina? Ma il mistero più grande è la scoperta che fa Torsten quando si ferma ad osservare meglio l’indirizzo che ha annotato sul foglietto: il colpo di scena toglierà ancora più senso ad una giornata che di senso già sembrava averne pochino. E quando ormai è già buio e il giorno sta per finire, come il romanzo, ecco di nuovo la possibilità imprevista di un nuovo inizio, o di una ulteriore non-fine. Ma non siamo delusi: perché ormai siamo entrati in amicizia con Torsten, questo Giobbe della mattonella, e forse ci viene da pensare che se lui se ne sta seduto sulla sua pila di piastrelle da piazzare, noi ce ne stiamo alla finestra ad aspettare un racconto, un messaggio che potrebbe non arrivare mai, come l’ambasciata dell’imperatore di un bellissimo racconto di Kafka: perché a questi livelli stiamo, quando leggiamo Gustafsson.2012_40301_151575

 

3. ELEANOR CATTON, LA PROVA, FANDANGO LIBRI, TRAD. F. SANTI

LA PROVAEleonor Catton vinse il Man Booker Prize nel 2013 con I Luminari, eppure secondo me questo suo romanzo di esordio è anche più bello: seducente, difficile da interrompere una volta che si è iniziato, intelligente, vivace e insieme dotato di autocontrollo nella materia e nella scrittura che pure sperimentano molto. Attraverso due diversi schemi temporali, in scene frammentarie mescolate insieme come le carte in un mazzo, Catton riesce ad intersecare due storie: affianca le ‘scosse di assestamento’ dopo la scoperta di una relazione sessuale tra una studentessa  adolescente, Victoria, e il suo insegnante di musica, Mr. Saladin, (prima storia), all’appropriazione da parte dalla vicina scuola di recitazione dello scandalo per un progetto teatrale (seconda storia). Oltre a muoversi velocemente dal punto di vista cronologico (un giorno dopo l’altro su un binario; di mese in mese sull’altro), la narrativa ha in sé anche sorprendenti salti di registro e tono: i personaggi parlano un mix composto dal gergo dei ragazzi stufi del mondo ma anche dal realismo perfetto e dalla teatralità, talvolta all’interno della stessa scena.  Gli interventi degli insegnanti, musicisti e attori, sono distantissimi, nei loro ritmi ‘poetici’, da quelli dei genitori borghesi dei ragazzi che sotto sotto invidiano Victoria per essere stata protagonista, non importa bene di cosa. Catton è brava a utilizzare i diversi registri per creare un effetto a volte scioccante, altre divertente o persino commovente. Le declamazioni teatrali danno voce alle correnti emotive sommerse dei teenager, permettendo ai personaggi di articolare i timori, i desideri e i codici sociali non detti, insomma di fatto mettendo in scena lo spettacolo dell’adolescenza stessa. I personaggi recitano se stessi e gli altri in un gioco reciproco, con tanto di scenografie, luci, sfondi, musica… Cosi che, col progredire del romanzo, è difficile capire se gli episodi siano fantasia, memoria, tableaux della produzione teatrale o scene dal dramma che è accaduto nella vita reale. Il romanzo di formazione spesso si sforza di ottenere sincerità, ma qui si è liberi dalle regole del realismo, si perfora la facciata sociale per esplorare temi come intimità e potenza, innocenza e esperienza, recita e autenticità. Il rapporto proibito tra Victoria e Mr Saladin rimane tanto misterioso per noi come per i suoi compagni di scuola. L’attenzione dell’autrice si focalizza invece sui personaggi che, seguendo la prima vicenda, sarebbero secondari. come Bridget o  la sorella minore di Victoria, Isolde, o l’outsider Julia, solitaria e magari lesbica. Le tre ragazze descrivono i pettegolezzi, le voci e le sessioni di consulenza scolastiche a beneficio della loro insegnante di sax, che cerca di mettere insieme Julia e Isolde mentre rimugina sul proprio amore per Patsy, un personaggio che è presente nel romanzo solo attraverso l’immaginazione , il ricordo e il desiderio. Nel frattempo, nell’altra storia, Stanley riesce a superare l’esame di ammissione per una prestigiosa scuola di recitazione, sottomettendosi alla sua discutibile didattica (per Catton l’insegnamento è un’attività predatoria, un gioco di potere in cui la relazione sessuale è solo il caso più estremo). La recitazione diventa uno strumento dell’autrice per indagare i rapporti e i rituali di ragazze adolescenti, i loro tabù, le gerarchie e le messinscena. Stanley è convinto che le ragazze recitino sempre, consapevoli però, a differenza dei maschi, della differenza tra forma e sostanza, tra il personaggio e la loro vera identità. Le ragazze a scuola indossano identità diverse, prendendo in prestito i segreti delle altre, avanzando consapevolmente verso i loro sé adulti attraverso una serie di pose provate e riprovate, e fanno anche da pubblico, quando qualcuna di loro commette un passo falso, come Victoria. Ci sono un sacco di cose notevoli, in questo romanzo: un senso affilato della vanità dei personaggi; un orecchio meraviglioso per i ritmi del linguaggio, quello di tutti i giorni e quello più raffinato; una seria preoccupazione per il potere e un grande interesse per processi del teatro e della musica; una commedia affascinante della ridicolosità degli insegnanti (specialmente la signorina Clark); e, naturalmente, c’è l’impressionante potere autoritario. Eleanor Catton scrisse questo romanzo a 22 anni: dunque bravissima doppiamente, se pensiamo che i personaggi sono quasi suoi coetanei eppure è riuscita a ritrarli perfettamente nella loro gioventù, quando tutto sembra possibile, con la distanza distaccata dell’età adulta, quando il possibile ha lasciato posto al reale.drama-theater