SEGRETI E BUGIE #SundayBooks

paola rinaldidi @Paola Rinaldi

Se teniamo buono il fatto che una verità taciuta è già un segreto e una mezza bugia, direi che dentro questo post ci siamo tutti. Per il meglio, per il peggio, per non soffrire, per far soffrire, per potersi perdonare e per assolvere, per scrivere e svelare altre verità o altre menzogne: un segreto o una bugia sono le compresse che non mancano mai nel nostro armadietto dei medicinali. E le conseguenze sono così tante ed imprevedibili, che non possono essere elencate per intero sul bugiardino (giustappunto!) nella confezione del pratico tubettoPINStagliatocornice

E dunque, a voi i magnifici tre!

1) Hanya Yanagihara, Una vita come tante, Sellerio, trad. Luca Briasco

9788838935688_0_0_1574_80

Eccoli qui, quattro giovanotti laureati alla prestigiosa università del New England, che stanno per lanciarsi nella società tutta carriera e successo degli adulti di New York. Una compagnia ben assortita di personalità e storie diverse, eppure tutte legate strette tra loro: Willem Ragnarsson, il figo, figlio di una coppia scandinava con ranch nel  Wyoming, che lavora come cameriere ma aspira a fare l’attore; Malcol Irvine, il rampollo di una ricca coppia birazziale dell’Upper East Side, che è un associato in uno studio di architetti europeo famoso e stellato; Jean-Baptiste (JB) Marion, figlio di immigrati haitiani che lavora alla reception di una rivista d’arte patinata sulle cui pagina si aspetta di finire presto. E poi c’è Jude St. Francis, un nome che è davvero un programma, avvocato e matematico, della cui provenienza ed origini nemmeno il trio di amici fedelissimi sa molto: “Non lo vediamo mai con nessuno, non sappiamo di che razza sia, non sappiamo niente di lui. Post-sessuale, post-razziale, post-identità, post-passato. Il post-umano. Jude il Post-Uomo”, dice uno dei protagonisti del suo amico più misterioso. E, ovviamente, è Jude il vero centro di questo poderoso romanzo che mi pare racchiudere e trasporre nel XXI secolo due altre opere, magnifiche: Il Diario di un dolore e I quattro amori di C.S. Lewis (che non ha scritto solo le Cronache di Narnia, grazie a Dio), perché in fondo, la storia si muove proprio tra questi due paletti, dolore e agape (l’amore dell’amicizia). Il racconto svela poco per volta il segreto di Jude, in cui risuona la tradizione classica del romanzo: si tratta di un trovatello, cresciuto dai monaci e poi passato in orfanotrofio. Ma, come si può immaginare, di divino, nell’infanzia di Jude, c’è poco; anzi, proprio per stemperare l’orrore e il dolore che Jude ha provato prima di lasciare quelle prigioni, l’autrice si inventa una sorta di romanzo di formazione, di romanzo sociale o d’avventura (insomma la storia dei quattro amici insieme e le singole degli altri tre), da inserire tra i falshback, i ricordi frammentari, ma duri e violenti, di Jude. Non c’è una data, non un riferimento a personaggi politici o a fatti di attualità: l’effetto è quello di mettere il romanzo in un eterno presente, in cui in primo piano c’è la vita emotiva dei personaggi  e lo spirito del tempo fa solo da sfondo vago, e lo capiamo grazie alla graduale messa a fuoco del misterioso e traumatico passato di Jude, appunto. Il gruppo si ritira e il riflettore si stringe su Jude e avviene la trasformazione: Una vita come tante diventa un romanzo sovversivo che utilizza i simboli borghesi della narrativa naturalistica per esprimere un’inquietante meditazione sugli abusi sessuali, la sofferenza e le difficoltà di recupero da un passato così. E dopo aver sconvolto le nostre aspettative una prima volta, Yanagihara lo fa di nuovo, rifiutando le consolazioni che abbiamo imparato ad aspettarci da storie che prendono una svolta così nera. Non serve che mi dilunghi qui sul Leitmotiv dei tagli, quelli che Jude si autoinfligge per sensi di colpa, per trovare la pace, per dare forma fisica al suo dolore, state certi che l’autrice non è mai eccessiva o sensazionalistica. La sofferenza di Jude è così ampiamente documentata, perché è il fondamento del suo carattere e dell’intero personaggio. In tutto questa tragedia, tuttavia, le parti più emozionanti e toccanti sono nei capitoli-diversivo, per così dire, in quelli in cui si dice di amicizia, di carriera e successo (soprattutto di Jude): sono i momenti in cui Jude riceve la gentilezza e il sostegno dei suoi amici. In questo mondo senza Dio (“ambizione e ateismo” sono quello che hanno in comune i membri della società, nota JB), l’amicizia è l’unico conforto a disposizione di ognuno di noi. La maggior parte dei romanzi di oggi sono ancora presi in un mondo in cui romanticismo e sesso hanno la precedenza, ma Hanya Yanagihara  coglie l’evoluzione di un momento culturale in cui le relazioni –d’amore, sessuali, platoniche, poligamiche, on-line, e molto altro ancora – sono diventate qualcosa di molto  più fluido e complesso. Una vita come tante colpisce nel segno (e lo si vede dall’entusiasmo dei lettori in tutto il mondo e dai tanti premi raccolti) perché è disposto a esplorare quelle sfumature. Potremmo non essere in grado di riconoscerci nel materiale più drammatico di questa storia – i tagli, il desiderio di autodistruzione – ma nell’amicizia, nell’amore tra amici in un mondo in ansia, ecco lì ci ritroviamo davvero tutti. Impegnativo ma appagante, prendetevi il vostro tempo, le pause necessarie, ma leggetelo.21446713

 

2) Ayelet Gundar-Goshen, Svegliare i leoni, Giuntina, trad. Raffaella Scardi

9788880576679_0_0_1628_80Uno si distrae un attimo a guardare la luna più bella che sia mai apparsa in cielo e, zac, diventa un omicida. Un solo attimo che cambia tutta la tua vita. Insomma, che senso ha? Il Dottor Eitan Green, neurochirurgo appena stato trasferito suo malgrado a Beersheba con la moglie Liat e i loro due figli – così per consolarsi s’è comprato un bel SUV per attraversare il deserto del Negev – sta guidando verso casa dopo un estenuante turno di notte quando colpisce qualcosa, o meglio qualcuno: a terra c’è un corpo che respirerà ancora per poco, date le ferite al cranio. Dai tratti si direbbe un africano (sono tanti i migranti che arrivano in Israele), poi sapremo che era arrivato dall’Eritrea. Non c’è speranza di salvare la vita allo sconosciuto, ma Eitan si trova a pensare che invece la sua, di vita, quella sì che si può ancora salvare, e così, dopo qualche scrupolo morale, risale sul SUV, scappa e alla moglie non racconta nulla (in fondo, chi di noi non ha imparato a convivere con qualche segreto?). La questione si complica quando la mattina dopo, mentre Liat (ah già, la moglie di mestiere fa l’ispettore di polizia) accompagna  a scuola i figli, alla porta di Eitan si presenta una donna scura, sconosciuta: è Sirkit, la moglie dell’uomo che Eitan ha investito e ucciso la notte prima. Ecco, la solita ricattatrice che approfitta di un buon uomo che ha avuto un cedimento: deve pensare questo Eitan, che non reagisce molto bene all’inizio. Ma progressivamente le cose mutano ed Eitan è quasi affascinato dal mistero che Sirkit porta con sé, anche perché la richiesta della vedova non è quella che ci aspetteremmo: Sirkit, in cambio del silenzio, esige dall’affermato neurochirurgo non vile danaro ma… opere di bene (capirete meglio, leggendo il romanzo!). E anche la donna, la cui prospettiva è uno dei punti di vista della narrazione, si sente intrigata da quell’uomo  arrogante su cui esercita un potere così grande. Di questi lenti movimenti si accorge in qualche modo anche Liat, a cui il marito sembra quasi un’altra persona, soprattutto da quando è incaricata di risolvere il caso di omicidio dell’eritreo: il romanzo è narrato anche dal suo punto di vista e progressivamente al centro della storia si colloca il deterioramento del rapporto tra Liat ed Eitan, sempre più coinvolto da Sirkit, insomma una sorta di triangolo emotivo in cui ciò che è importante sta in quello che non si dice. I tre personaggi si rivelano sorprendentemente più complessi di quello che ci immaginiamo quando facciamo la loro conoscenza (perché i nostri pregiudizi ci fregano sempre), e c’è una tensione ‘morale’ che allarga e restringe il romanzo come una fisarmonica nella nostra coscienza. Ciò detto, la vicenda è complessa e di ampio respiro: intanto, sullo sfondo c’è la spinosa questione dei migranti (sì, li ha pure Israele), ma più avanti nel romanzo capiamo anche che Eitan si è imbattuto in una rete criminale che include assalti, stupri e omicidi, e l’autrice è abile a cambiare la marcia e a far scorrere tutto veloce come se si trattasse di un thriller (del resto, già in Ua notte soltanto, Markovitch avevamo detto che Gundar-Goshen è in grado di gestire allo stesso tempo diversi generi letterari). Lo scontro tra il neurochirurgo di successo e il migrante con vita di serie c è in realtà uno scontro tra (almeno) due mondi, tra culture e generi differenti, e alla fine torna sempre la solita, inquietante domanda: cosa avremmo fatto noi, al posto di Eitan? Ciascuno di noi diventa protagonista in questo romanzo e il cerchio si chiude se pensiamo che alla base di quest’opera c’è un evento reale: in un viaggio in India, Gundar-Goshen ha incontrato un uomo che le racconta di aver travolto uno sconosciuto e di non essersi fermato a soccorrerlo, mettendola a parte del suo segreto e quindi rendendola complice o almeno personaggio della sua ‘narrazione’. Svegliare i leoni è un ottimo termometro per misurare il nostro grado di umanità e un romanzo che ci inghiotte, in sol boccone, dalla prima riga.

Israel-2013-Ein_Avdat_02

 

3) Brian Friel, Tutto in ordine e al suo posto, Marcos y Marcos, trad. di Daniele Benati

20170405_133355

Brian Friel chi?! Come scrive Daniele Benati nella postfazione a questa raccolti di racconti, è davvero incredibile che in italiano, di questo grande autore irlandese noto soprattutto per la sua produzione teatrale, ci sia quasi nulla. Per fortuna Marcos y Marcos colma in parte questa lacuna con la pubblicazione di dieci racconti, tradotti egregiamente dallo stesso Benati. Già a guardare i titoli, qualcosa si capisce: Il rabdomante, Gli illusionisti, Ginger l’eroe… A Friel sembrano interessare i tipi strani, quelli che guardiamo un po’ con sospetto e un po’ con ammirazione, che portano scompiglio nell’ordine naturale delle cose (quello a cui si fa riferimento un po’ nel racconto che dà il titolo alla raccolta, per esempio): l’artista, il ciarlatano, il santo, l’ubriacone, il mago… Ma poi ci sono anche I raccoglitori di patate, L’oro in fondo al mare, Fra le rovine, La valle delle allodole e ci accorgiamo che anche la natura è un elemento che ricopre un ruolo importante. D’altra parte, stiamo parlando di letteratura irlandese, e Friel ne è un grande rappresentante, che riprende la tradizione dei sempre citati Joyce e Beckett, ma che poi ci mette del suo. Tanto per dire, la paralisi dell’Uomo e della società che è materia di Joyce, salta fuori nei ragazzini che vano a raccogliere patate o nei pescatori di salmoni che fanno finta di credere all’oro che sta sotto il mare; ma c’è anche la voglia di riscatto, una ricerca di vittoria, e per questo Harry alleva il suo colombo per le gare ne Il sistema della vedovanza e Billy invece si concentra su suo gallo in Ginger l’eroe (fa niente se poi magari non va tutto come sperato); e c’è la potenza della piccola crepa che si insinua nella quotidianità logora che guarda solo alle apparenza, come appunto ne Il rabdomante, che alla fine trionfa nonostante tutti facciano finta di ignorarlo. Io sono molto affezionata a La valle delle allodole, dove la natura ma anche la pietas e una sorta di nostalgia rendono più sopportabile la mancanza di senso di certe esistenze. Ma chi porta la dose maggiore di ottimismo, in Friel, sono i personaggi femminili (a me piace tanto Judith!), pragmatici e poco inclini ad accettare lo status quo, piuttosto determinati ad infischiarsene del decoro ipocrita delle piccole comunità in cui vivono, tanto da divenire l’unico vero sostegno su cui poggia l’intera famiglia. In ogni caso, quello che unisce i racconti è lo stile, la maniera di scrivere e descrivere di Friel: è uno strano modo di essere narratore, il suo , perché in realtà non percepiamo la sua presenza, eppure, alla fine, sentiamo la sua vicinanza, grazie alla tecnica che somiglia  a quella di un orologiaio, che lavora di fino sui meccanismi che noi non vediamo per darci l’ora esatta di cui però poi ci fidiamo. Ecco, senza capire come, siamo tra la grinze degli animi dei personaggi, capiamo i loro silenzi più delle loro parole e dalla loro postura, dai loro gesti, che Friel ritrae con maestria, escono le storie silenziose che poi ci portiamo via anche dopo aver terminato il racconto. Friel usa la lingua come un pittore i colori, o un regista le scene: senza incistarsi in sproloqui astratti o partire con pistolotti psicologici, Friel usa parole pulite e nitide, è leggero nelle sfumature e nelle descrizioni, e proprio perché è così retratto, così delicato e tenue, nell’immaginazione del lettore si scatenano i fuochi d’artificio. Forse è proprio  Friel il mago più abile di tutti quelli che troviamo nei suoi racconti! Definito il Cechov irlandese, è sicuramente un classico da non ignorare più a lungo di quanto colpevolmente non abbiamo già fatto.Ambleteuse, 14-11-13