SPESSO SONO FELICE, un'intervista a Jens Christian Grøndahl

fabioladi Fabiola Granier

Non è mai troppo tardi per cambiare vita. Prendere tutto, lasciarlo lì, voltarsi di spalle e andare via per un’altra strada. Magari opposta, magari a senso unico. Questo è quello che ha fatto anche Ellinor, una donna che decide di rivoluzionare completamente la sua esistenza all’età settant’anni. Questa è la storia raccontata in “Spesso sono felice” (Feltrinelli), il nuovo romanzo di Jens Christian Grøndahl, uno scrittore danese che ogni tanto ama fare un salto da noi, qui in Italia, dopo essersi innamorato per la prima volta del nostro paese dopo aver visto la Cupola del Brunelleschi a 14 anni.

Ellinor, dopo aver perso il marito e la sua migliore amica in un tragico incidente, affronta anche la scomparsa di Georg, marito della già defunta Anna, con il quale condivideva la quotidianità familiare per crescere i figli orfani di madre e superare il trauma della sterilità che le causa una grande sofferenza interiore. Rimasta sola, ormaI, sceglie di abbandonare gli agi dei sobborghi di lusso per tornare lì dove ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza. Un quartiere nel centro di Copenaghen che appare nuovo, profondamente cambiato, in peggio. Ma comunque un luogo che Ellinor sente finalmente “suo”. Tutta la sua vita raccontata in una lunga lettera alla sua migliore amica, in cui la donna arriva a confessare la sua esistenza, fatta di grandi dolori, inganni e tradimenti e da un grande, terribile segreto.

Jens Christian Grøndahl

Abbiamo incontrato Jens Christian Grøndahl in un piovoso venerdì milanese, in casa editrice. È qui per presenziare a I Boreali, il festival di cultura nord europea al teatro Franco Parenti. Abbiamo avuto la fortuna di scambiare quattro chiacchiere con lui

 

Parola come espressione dell’io ma anche come linguaggio comune e condiviso: quale lato della parole preferisce e quale usa per scrivere i suoi racconti?

Entrambi. Quello che faccio io è prendere le parole dalla lingua della società e in qualche modo farla mia. Cerco di trovare le parole che esprimono i sentimenti, i pensieri e le idee di una persona e facendolo creo la storia. Nel momento, poi, in cui la restituisco alla comunità le parole che sono nate in maniera individuale e personale ritornano alla società. E credo sia proprio l’interazione tra questi due elementi a essere indissolubilmente legata.

 

In questo senso i libri riescono a unire le due esigenze… lei crede che la lettura, quindi, possa favorire la comunicazione e lo sviluppo di rapporti migliori con gli altri e anche con se stessi?

Sì, assolutamente. Non scriverei se non lo pensassi. Qualche volta le persone si conoscono meglio attraverso i romanzi. Questo perché noi nella realtà siamo un mistero gli uni per gli altri e spesso i romanzi ci consentono una comprensione più profonda dell’altro. E questo vale anche per le altre culture: la letteratura ci consente di capire più a fondo e di essere più aperti. E questo vale anche nei confronti di noi stessi.

 

In “Spesso sono felice” ha toccato dei temi molto forti, delicati e sensibili: morte, lutto, tradimenti, sterilità, ricchezza e lusso. Come è riuscito a unirli tutti in un unico racconto?

Se qualcuno mi avesse chiesto di scrivere su commissione un romanzo con tutti questi temi temo fortemente che non sarei stato in grado di portare a termine il lavoro, perché non è così che inizio quando scrivo, ma in modo molto più semplice: vedo il personaggio, lo percepisco come una presenza in una stanza, immagino di essere lì con lui, cercando la sua voce e la lingua con la quale si esprimerà. Nel caso di questo libro ho capito che il personaggio si sarebbe rivolto a un’amica morta. Questo è il come. Il resto della storia è cresciuto intorno ai personaggi. Non comincio mai con degli “argomenti” in mente: questo significherebbe avere uno scheletro e poi andare man mano ad aggiungere carne.

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Ellinor deve affrontare tanti cambiamenti nella sua vita: famiglia, affetti, casa, abitudini, amore. È questa davvero la forza delle donne? Riuscire a vivere il cambiamento, stravolgendo la propria esistenza, e ricominciare di nuovo partendo da zero? E i giovani sono pronti a vivere queste sfide?

Non sono sicuro che i giovani siano davvero preparati ad affrontare i grandi cambiamenti. Verrebbe da pensare di sì, perché hanno maggiore capacità di adattarsi, ma al tempo stesso non hanno esperienze di vita passata. Le donne, invece, vivono diversamente: Ellinor era giovane negli anni ’60, quando abbiamo vissuto la seconda grande ondata di movimento di emancipazione della donna con la rivoluzione sessuale, con la pillola contraccettiva che ha rappresentato un passo in avanti notevole per consentire alle donne di prendere decisioni sulla loro vita. Ellinor fa parte esattamente di questo mondo, tuttavia fa qualcosa che la manda nel senso contrario. Lei prende una decisione molto importante, andando a ricoprire un ruolo delicato. Ma così sacrifica la sua vita. La cosa strana è che in tutto questo, comunque, c’è un senso di libertà. Quando Georg alla fine muore e i ragazzi sono ormai adulti, arriva finalmente per lei il momento di affrontare la sua vita e torna a essere quello che era prima di tutto questo. La forza delle donne è proprio questa: riuscire a stravolgere la propria esistenza.

 

Nel libro parla di tanti luoghi italiani: Salerno, Bolzano, le Dolomiti… ha visitato Roma e Firenze. Qual è il suo rapporto con la nostra terra e quello con la Danimarca?

Vengo in Italia da sempre, sono stato a Firenze la prima volta quando avevo 14 anni e ricordo benissimo l’emozione quando ho visto la cupola del Brunelleschi. Da lasciare senza fiato. Ogni anno cerco di tornare in Italia. C’è un legame anche con la storia del mio paese: gli artisti scandinavi vengono in Italia per un periodo di formazione. In Italia, però, c’è molto altro: i conflitti politici, le difficoltà, la crisi. Negli Italiani, comunque, c’è un grande spirito guerriero, inarrestabile, patriottico, che si esprime con i valori culturali della vostra dignità. Lo scorso febbraio sono stato a Lampedusa e parlando con la gente del posto a proposito di “invasione” mi hanno detto: “Non sono i rifugiati che vengono dall’Africa, l’invasione la subiamo da parte dei funzionari che vengono qui a controllare tutto. Noi siamo gente di mare, non chiediamo da dove vieni, salviamo chi è in mare e in difficoltà”, e questo non è solo un fatto di sensibilità umana, c’è qualcosa di più profondo. Questa è una mentalità del Mediterraneo, perché molti hanno esperienze di integrazione e origini multiculturali. Non esiste lo scontro, esiste la comunicazione. Nel mio paese invece non la si pensa così, ecco perché si deve lavorare su questo punto.

 

Vorrei darle quattro parole: futuro, stato sociale, integrazione e multiculturalismo. Vorrei che lei, con qualche frase, le unisse per costruire il suo punto di vista.

Lo stato sociale in Danimarca è quello che caratterizza la nostra società ed è proprio il sistema di solidarietà che è condiviso. Ora sta subendo molte pressioni anche a causa dell’immigrazione. Non si tratta di essere totalmente chiusi o aperti all’immigrazione, quello che è necessario è tenere in mente la nostra eredità europea. Saper distinguere tra principi e valori. Questi possono dipendere dalla cultura, i principi invece devono essere condivisi da tutti, come uguaglianza tra uomo e donna, libertà di parola, libertà sessuale. Tutti quelli che condividono questi principi devono essere accettati.