LE NOSTRE EMOZIONI DI NOTTE CON #HARUF

martina pagano@Martina Pagano alla #SerataHaruf e i suoi appunti per CHOOZEit

Per chi non c’è potuto andare, per chi non aveva la penna per segnare, per chi era troppo commosso per pensarci, a prendere nota, per chi, come me, ha voluto fermare prima di tutto nel mio cuore e poi sulla carta delle tracce che mi ricordassero le emozioni profonde che ho provato ieri sera al Teatro Franco Parenti in occasione della serata dedicata all’uscita nelle librerie italiane, proprio oggi, dell’ultimo romanzo di Kent Haruf, Le nostre anime di notte, edito da NN di cui vi ho raccontato nelle #Anteprime dei #SundayBooks

Invito-Parenti

«Non era Hemingway, né Faulkner, né Steinbeck o McCarthy. Haruf veniva Haruf: un canto piano fatto di soggetto, predicato, complemento oggetto» (Marco Missiroli)

«Primo effetto harufiano: avere meno spavento. In Benedizione si riesce a sentire il ticchettio del presente di Dad Lewis, non della sua fine». (Marco Missiroli)

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«Kent Haruf getta uno sguardo luminoso sulla vita. I suoi personaggi rappresentano forme di ribellione a una società malfunzionante e piena di pregiudizi come quella di Holt. In lui è del tutto assente il cinismo e la crudeltà propri di tanta letteratura contemporanea. Questa fiducia negli altri si potrebbe definire quasi l’Umanesimo a cui ha saputo dar vita». (Fabio Cremonesi, traduttore dell’opera di Kent Haruf)

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«Kent impiegava circa un anno per concepire i suoi romanzi e sei anni per scrivere un romanzo. Era molto metodico quando si metteva al lavoro. Si alzava verso le 8.30 e leggeva Faulkner o Cechov, l’autore che più ha amato negli ultimi anni. Leggeva spesso le stesse pagine.  Quando si iniziava a scrivere a macchina nel suo capanno di legno in giardino non voleva essere disturbato. Utilizzava una carta gialla che gli piaceva particolarmente e si calava un berretto sugli occhi. Diceva che voleva scrivere come fosse cieco, senza lasciarsi distrarre dagli spazi, dalla punteggiatura, per poter sentire le parole più intensamente. Questo fino all’ora di pranzo, non ha mai scritto dopo mezzogiorno». (Cathy Haruf, moglie di Kent)

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«Le nostre anime di notte è stato composto in tutt’altro modo. Kent sapeva che doveva morire e non poteva permettersi di prendersi tutto il tempo come era solito fare con gli altri romanzi. Gli dicevo che doveva mettersi sotto perché io di certo non potevo finirlo per lui! Quando rientrava dopo la mattinata non gli sembrava vero di aver scritto così tanto. Credo si sia divertito a lavorare in quel modo così inusuale». (Cathy Haruf)

«Kent amava moltissimo i suoi personaggi e la loro condizione umana, ma non pretendeva di entrare nella loro testa. Lasciava che paure e fragilità uscissero. Così era nella vita, aperto e vicino alle persone». ((Cathy Haruf, moglie di Kent)

«Una volte mio marito ebbe un diverbio acceso con un pastore battista sui temi religiosi e la Chiesa, elementi che, a suo dire, mancavano in Canto della pianura. Al contrario io credo che nella opere di Kent ci sia una profonda spiritualità ed è l’amore che le persone sanno offrire l’uno all’altro». (Cathy Haruf, moglie di Kent)

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Un grazie grande alle amiche Giovanna, Flavia, Raffaella e Valeria che ci hanno regalato le loro foto (la mia visuale era troppo laterale)

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