ESORDI ITALIANI #SundayBooks di casa nostra

paola rinaldidi @Paola Rinaldi

Dopo il Nord dei Boreali e la pianura di Holt, anticipati da un lieto ritorno, torniamo un po’ a casa.In occasione della pubblicazione del romanzo che ha ricevuto il Premio Calvino, di cui davvero ci si può fidare se si parla di qualità, ripeschiamo altri due romanzi d’esordio di penne italiane che gli fanno ottima compagnia. Non solo si tratta di autori italiani, ma anche le loro opere hanno a che fare col nostro Paese, e hanno il grande pregio di farci riflettere sui fatti storici di ieri e dell’altro ieri, che fanno il nostro presente, passando però attraverso le vicende di individui, le cui emozioni condividiamo con piacere assai maggiore di quando scorriamo le news sullo schermo del nostro smartphone. Perché, come dice il De Gregori, “la Storia siamo noi”

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Dunque:

 

teorema incompletezza1) Valerio Callieri, TEOREMA DELL’INCOMPLETEZZA, Feltrinelli

Reduce dalla vittoria del Premio Calvino, Callieri inizia volando alto e come titolo del suo romanzo sceglie il teorema di Gödel che dice: “esistono enunciati INDECIDIBILI all’interno di un sistema formale”. E  dell’indecisione tratta appunto l’opera d’esordio del giovane scrittore, che porta il lettore dentro la Storia del nostro Paese ma anche la storia di un ragazzo piuttosto tribolato.

Due fratelli indagano sulla morte del padre, ex operaio Fiat ucciso nel suo bar di Centocelle (da dove venivano anche molti militanti della lotta armata e della colonna romana brigatista), durante una banale rapina. A raccontare è il più giovane, senza nome, che scopre una misteriosa dedica sul retro di una cornice che custodisce gli scudetti della Roma: chi era davvero il padre? Possibile che abbia ragione Tito, il fratello maggiore, che da sempre afferma che il padre sia stato in realtà un infiltrato della polizia nelle trame del terrorismo italiano, nelle BR? Tito che ha fatto una scelta diametralmente opposta a quella del fratello minore proprio in nome di questa sua convinzione: dietro all’immagine del barista ironico e tifoso della Roma c’è un servitore dello Stato come ora Tito, che ha raccolto con scrupolo le prove che dimostrano come il padre sia sempre stato integerrimo, proprio come Tito (poliziotto convinto protagonista dei fatti avvenuti alla Diaz e a Bolzaneto). Il fratello minore invece, tormentato dai dubbi, si trova a fare i conti con il fantasma del padre, che gli appare, nella sua testa piena di “cavallette” (succede, se ti cali roba chimica), in forme e visioni sempre più allucinate con una versione diversa della verità. I due fratelli – separati da anni di silenzio, schierati su versanti ideologici opposti, le due Italie dal Dopoguerra ad oggi – sono costretti a collaborare, anche se diffidano l’uno dell’altro, si rinfacciano colpe, si passano alcune informazioni ma ne omettono molte altre. Il maggiore, un poliziotto ‘convinto’, è aiutato dall’accesso a documenti riservati dei servizi segreti attorno agli anni di piombo; il minore ha al suo fianco due amici scalcagnati e irresistibili, una dei quali è Elena, una hacker laureanda in ingegneria, l’amore ricambiato del narratore, la quale lo aiuta a sciogliere la sua cronica incapacità di decidere, spingendolo oltre l’indolenza e la paura (come si diceva all’inizio, decidere non è nemmeno sempre possibile). Romanzo storico ma anche di formazione col ritmo del giallo, l’opera prima di Callieri è organizzata in tre livelli di narrazione: l’Io narrante del figlio minore, il Diario della Storia d’Italia (poi scopriremo compilato da Tito), e la voce del padre ucciso, creando così una frammentazione che allarga la prospettiva e crea tensione per via delle diverse elaborazioni di una stessa realtà. E mette insieme Storia e storia. I personaggi parlano ora in dialetto romanesco, ora in italiano, ora in torinese (il padre si trasferisce su al Nord, negli Anni Settanta), ma scoviamo anche citazioni colte, come Pasolini o Shakespeare, le tragedie greche, che ci portano ad un livello superiore di riflessione. Callieri ci fa entrare nella testa del protagonista  con le sue “cavallette” sempre presenti e pronte a minare la voglia di vivere, ma anche strumento di conoscenza, abbiamo visto: il nostro narratore è come un Amleto, è ironico, ha paura, pensa mille volte ad ogni cosa, è messo dentro una tragedia ma non è in grado di affrontarla. Questo moderno Amleto, e non solo lui, si muove in una Roma particolare, quella più verace e chiassosa della sua parte a sud, capace di guardare con un certo distacco e timore la sua parte a nord, opulenta e spocchiosa a suo modo, contestata più che desiderata. Un buon romanzo per riflette sul nostro ieri che è già passato. già Storia.centocelle

 

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2) Pia Ventre, PALAZZOKIMBO, Neri Pozza

Napoli, fine anni Settanta. Stella D’Amore ha appena iniziato le elementari quando tutta la sua famiglia viene trasferita in un palazzone costruito dalla Saint-Gobain, la vetreria in cui lavora suo padre, all’estrema periferia di Napoli. Il PalazzoKimbo, come l’ha ribattezzato Stella per via della pubblicità luminosa del caffè che illumina il tetto, la fa pensare a sua madre: sempre esausta, da tempo solo fatta di sfumature di grigio, la fronte solcata da una preoccupazione costante. Eppure, in quel gigantesco edificio in cui si è stabilita alla meglio un’umanità proletaria, che va a braccetto coi sacrifici e con la povertà, la piccola Stella brilla e cresce spensierata, come sanno fare solo i bambini: perché in fondo quel palazzone per lei diventa un castello e la sua quotidianità una fiaba dove il suo principe eletto è, almeno al principio, il padre che le dona tutta la sicurezza di cui ha bisogno. Fuori dal castello e dalla fiaba però, tira tutta un’altra aria: sono gli anni duri degli scioperi della Saint-Gobain – con la messa in cassa integrazione di suo padre e la successiva riconversione aziendale –, il rapimento di Aldo Moro e la strage alla stazione di Bologna. Naturalmente, in questa generale mutazione antropologica, oltre che politica, Napoli, con le sue mai risolte contraddizioni, è parte essenziale del racconto. Ed è una Napoli buia, lontana dalla retorica e dal folclore locale (rimane scolpito nella memoria l’episodio del colera, che colpì Napoli agli inizi degli Anni Settanta). Con l’invasione di campo della storia ‘ufficiale’ d’Italia e con la nuova consapevolezza che arriva quando si lascia l’infanzia, Stella comincia lentamente a sospettare che Palazzokimbo non sia poi quel luogo magico che credeva, fosse anche solo per il fatto che scopre che anche le persone che ama sono soggette alla decadenza del tempo: sua madre è sempre più chiusa nella sua tristezza, il nonno si ammala di Alzheimer … E fuori, le immagini del terremoto in Irpinia del 1980 che sconvolgono il Paese. Stella sa che la vita come l’ha conosciuta fino ad ora è finita e che deve trovare una via di fuga.  Ad interrompere il racconto del mondo di Palazzokimbo, c’è il corsivo di Stella in cui Palazzokimbo è quasi un’entità viva, che l’ha partorita e che la stringe in un abbraccio quasi mortale. Riuscirà Stella a scoprire, ad inventare una nuova modalità per non perdere l’amore che la legava a Napoli, alla sua città dai mille volti, alla sua famiglia, alla bizzarra umanità di PalazzoKimbo e persino a quell’enorme, grigio casermone? Palazzokimbo è popolato da un’umanità multiforme eppure è una comunità forte, con le sue superstizioni e i suoi riti arcaici; strani personaggi, come Consiglia, la stravagante amica di Stella, Zazzà, zia Marina, o la stessa madre di Stellina, nell’incomprensibile dialetto come nell’esibito comportamento auto-rappresentativo, sembrano sempre impegnati in un’ininterrotta recita collettiva. Stella ritrae queste strane figure con l’occhio disincantato di una bambina, mentre ci racconta del suo mondo interiore, delle trasformazioni del suo corpo e della sua vita, del difficile rapporto con la madre, che la opprime nella sua ansia di libertà col suo autoritarismo. Una storia coinvolgente che, attraverso gli occhi di una bambina, riesce a restituirci tutta la complessità dell’Italia degli Anni di Piombo, della Napoli operaia e seducente, e di una famiglia che, nonostante tutto, ha sempre messo l’amore davanti ad ogni cosa. Scrittura che viene dalla pancia, carnale, viscerale e sincera. Alternativa che consiglio di cuore alle amiche geniali…50851016

 

cade-la-terra-cover3) Carmen Pellegrino, CADE LA TERRA, Giunti

Il titolo è già tutto un programma: è un verso di Autunno, una poesia di Rilke, che fa così:

Ed ogni notte pesante la terra

cade dagli astri nella solitudine.

E si capisce bene fin da subito che siamo in un mondo sottosopra, in cui a cadere non sono le stelle, bensì la Terra, che sprofonda nella solitudine. Il romanzo nasce dalla curiosissima professione dell’autrice, che fa l’abbandonologa (neologismo creato ad hoc, ecco la definizione della Treccani: “Chi perlustra il territorio alla ricerca di borghi abbandonati, edifici pubblici e privati in rovina, strutture e attività dismesse di cui documentare l’esistenza e studiare la storia”) e trasporta le impressioni, le suggestioni nate dall’ambito lavorativo sulla pagina bianca con ottimi risultati. Pellegrino immagina il progressivo ritorno di chi ha abbandonato quei luoghi ora vuoti, lasciando un’azione a metà, una finestra socchiusa, un ciocco di legno accanto al camino, il giornale sulla sedia: “Ho tratto dai ruderi una prospettiva capovolta, come un invito alla resistenza: ho visto una possibilità nelle cose lasciate a perdersi, nell’inutile. Così, prendermi cura di tutto questo puro e fittissimo nulla è divenuto un modo di stare al mondo, tra i tanti possibili”, spiega l’autrice. Alento è un borgo abbandonato (non lo cercate, sta solo sulla mappa immaginaria di Pellegrino), che si lascia dolcemente e lascivamente cadere verso l’oblio, desideroso di scomparire. È un paese che frana un po’ per volta; franano non solo i muri ma pure le anime dei fantasmi che la protagonista Estella, la luce della notte della poesia di Rilke e sicuramente amica di Stella D’Amore di Palazzokimbo, l’ultima irriducibile abitante del paese protagonista del romanzo, cerca di tenere con sé da questa parte dell’universo, con tenacia e affetto. In questo microcosmo chiuso e autistico, Estella, ex monaca ma anche ex figlia alla ricerca di una propria dimensione in cui respirare a pieni polmoni, incontra qualcuno che la trattiene, e che la induce a trattenere gli altri a sua volta, il giovane Marcello. Ma la terra e l’acqua e le intere potenze metereologiche si abbattono sul borgo che inizia a sciogliersi, portandosi via, nei suoi rivoli, anche gli abitanti (e sul potere di acqua e terra troverete anche nel nuovo romanzo di Carmen Pellegrino, Se mi tornassi questa sera accanto, in uscita in questi giorni). E allora Estella deve sbrigarsi, per preservare le voci, le storie di Alento: un anarchico, un venditore di vasi da notte, una donna che non vuole sposarsi, un banditore cieco, una figlia che immagina favole, un padre abile nel distruggerle. Uno stile che è come il romanzo: poetico ed evocativo, affascinante e misterioso; e una lingua che è complice della nostalgia, ma si ferma come una lente di ingrandimento sui tanti dettagli che racchiudono i segreti di interi universi. Un’altra dimensione tutta da esplorare!

PS:i primi giorni di marzo esce il nuovo romanzo di Carmen Pellegrino, Se mi tornassi questa sera accanto, ed. Giunti, e ci troverete di nuovo quel legame così viscerale con la terra e con la memoria che unisce il lettore all’opera di questa giovane ecletticala-piazza-e-le-botteghe-con-vignettatura