Incantesimi e stregonerie al #SundayBooks

paola rinaldi

di @Paola Rinaldi

Chi non è rimasto affascinato almeno una volta nella vita da quel gesto che solleva un mantello e fa scomparire una seducente signora in paillette? Da due mani che agilmente trasformano un re di cuori in una donna di fiori? La magia è l’inganno che l’uomo ha inventato per poter emulare Dio, che invece si occupa del Mistero: perché, ormai lo sanno anche i bambini, anche per i maghi più strepitosi e per gli illusionisti più affascinanti, alla fine c’è il trucco. Eppure… a noi interessa davvero conoscere la verità e scoprire il trucco? No: è l’illusione di poter sovvertire ogni regola della realtà, che ci fa felici. Poi calerà il sipario e noi torneremo nella nostra realissima realtà. Ma sino all’ultima pagina, prima di chiudere la copertina, concediamoci di essere sedotti dall’incantesimo, dalla magia, anche quando sono racchiusi in libri belli: chissà mai che anche la realtà alla fine si converta!

bergmann-il-trucco1) Emanuel Bergmann, L’INCANTESIMO, La Nave di Teseo, trad.F. Gabelli

Il giovane protagonista Max, cerca disperatamente il Grande Zabbatini, il vecchio mago dell’incantesimo dell’amore eterno che Max trova inciso su un vecchio vinile del padre, durante un doloroso trasloco. Purtroppo, anche i genitori di Max hanno deciso di divorziare: il ragazzino era uno dei pochi, tra i suoi amici, a cui ancora non era successo, e se a Los Angeles non pare essere una grande tragedia il divorzio, Max proprio non si vuole arrendere. Dove non arriva la ragione, arriverà sicuramente la magia: solo che il vinile è assai meno affidabile dei cd e la gracchiante eppure profonda voce del misterioso mago si mette a saltare e non c’è verso di arrivare in fondo. Max allora si trasforma in alacre detective: deve arrivare a Zabbatini, perché in fondo si sente anche in colpa per le liti tra i suoi genitori, deve riuscire a farli tornare insieme.  E la cosa buffa, che Max ancora ignora, è che in fondo capitò lo stesso anche ad un ragazzino di nome Mosche, tanti anni prima a Praga, a quel bambino che poi sarebbe poi divenuto il grande mago Zabbatini – e che ora vive solo, povero e dimenticato in un ospizio americano (anche perché ha un caratterino davvero piuttosto ispido!). Moshe aveva seguito un altro mago del circo, lui faceva il trucco della vita eterna, e magari avrebbe potuto far rivivere la mamma di Mosche, morta giovane, che lo aveva lasciato col padre incattivito dal dolore. Insomma, due storie così lontane, nel tempo e nello spazio, che tuttavia inseguono un amore, e che raccontano della forza di volontà di chi non vede nella realtà l’unica possibile risposta. Max e Mosche sono distantissimi eppure maturano a braccetto, e fortunatamente a Max è risparmiato l’orrore che invece toccò a Mosche. A ben vedere, anche Max è un mago, pur senza mantello: riesce poco a poco a scalfire la scorza dell’anziano Zabbatini e a far tornare alla luce la pelle sensibile del giovane Moshe, che nel suo cuore custodisce un grande, bellissimo segreto, che farebbe invidia anche a Houdini. E’ lo stesso segreto che ha chiuso per tanti anni le labbra della nonna brontolona di Max, Rosl, sempre lì a rimuginare su quel passato che per Max è così incomprensibile, fatto di numeri tatuati sulle braccia, di stelle gialle di stoffa, di fili spinati, di tedeschi, del nonno scomparso e di morte. Senza sapere nulla del trascorso doloroso e drammatico di Mosche, che è passato per il tradimento, il rifiuto della propria identità (le cui tracce rimangono giusto giusto in quel nome d’arte fasullo, paradossalmente), il grande amore e la sua fine, la colpa e finalmente la salvezza, il riscatto negli occhi di una ragazzina, Max consente a Zabbatini di compiere l’incantesimo più straordinario e spettacolare mai portato sul palcoscenico più importante, quello della vita. E’ così spettacolare e magico, che alla fine… sono sorpresi tutti, il grande illusionista per primo: capita, quando, più che una magia, si incappa in un miracolo. Una scrittura cinematografica che visualizza molto bene i sentimenti (bravissimo Bergmann a svelare le cose come un illusionista col suo mantello), si muove tra due livelli con agilità tra il 2007 di Max a Los Angeles, e i primi del Novecento a Praga di Mosche, due livelli che si sviluppano specularmente e  convergono alla fine quando i ricordi di Rosl uniscono il passato col presente e la storia di Mosche con quella di Max e della sua famiglia. Il cerchio si chiude. Il miracolo che porta alla nascita di Mosche è il miracolo del Kaddish cantato in coro da tutte quelle persone riunitesi alla fine a ringraziare Mosche per essere esistito ed aver permesso a loro di esistere. Il mondo come dovrebbe essere (il titolo del capitolo di apertura) è diventato il mondo come è (il titolo dell’ultimo capitolo): non perfetto, ma sensato, nonostante tutto. Non la magia, ma la realtà che però conosce i miracoli. Una bugia al posto della verità, che però consente la sopravvivenza (e se state pensando a La vita è bella, siete sulla buona strada).Ricco di personaggi forti, che entrano nel cuore del lettore che si commuove e sorride con loro, il romanzo inizia con Mosche e finisce con Mosche, narra la sua intera esistenza, ma grazie al segreto di Zabbatini, si trasforma in una storia che coinvolge tutto il mondo. Mosche è orfano, ma è padre di Rosl, della generazione di Harry e di quella di Max. Chi salva una vita, salva il mondo intero, come recita il famoso passo del Talmud, che scegliamo come spunto di riflessione anche per la prossima Giornata della Memoria. La vera arte della magia, dice alla fine Zabbatini, è la ricerca della semplice verità: quella che emerge alla fine del romanzo, una volta che l’incantesimo è riuscito. Quale salva quale, tra le due? Se la realtà vince sempre, non vuol dire allora che a perdere sia la fantasia.

Ah, anche la copertina è un incanto!

apparenzadellecose2) Elizabeth Brundage, L’APPARENZA DELLE COSE, Bollati Boringhieri, trad. C. Prinetti

Come ogni noiosa, prevedibile mattina, pigli l’auto, guidi fino al tuo posto di lavoro, ti fai le tue ore e poi te ne ritorni a casa. Solo che a casa, qualcuno in tua assenza ha fatto a pezzi tua moglie con la tua ascia, e tu e la tua bimba piccola siete così sconvolti da non saperlo nemmeno esprimere in parole e vi dirigete nella neve dal vostro vicino, così, inorriditi e muti. Ecco come si apre il magistrale thriller di Elizabeth Brundage, e le premesse non verranno deluse. Il novello vedovo è George Clare, arrivato a Chosen, cittadina fuori NY con la giovane moglie Catherine, la cui bellezza non passa inosservata (anzi, accettata!!!), e la piccola Franny, tre anni, per insegnare storia dell’arte al college. Non è facile essere degli stranieri, nelle piccole comunità: l’interesse indiretto di George per il filosofo, teologo e visionario Swedenborg (pensatore di riferimento del pittore George Inness, di cui il nostro George è un esperto) lo fa passare per un sostenitore delle sedute spiritiche; Catherine si sente isolata e tende alla depressione, e lei sì, percepisce un pericolo soprannaturale, sarà magari perché nella casa in cui abitano a Chosen, nel 1978 si suicidarono Ella e Calvin Hale, incapaci di reggere al tracollo economico, lasciando orfani i tre figli Eddy, Cole e Wade: l’atmosfera della casa è talmente cupa e tesa che, per la prima volta, Catherine prende in considerazione l’ipotesi dell’esistenza di fantasmi tra le loro pareti. Ma forse basta anche il naturale, a minare la vita di questa coppia così perfetta agli occhi degli estranei. George è un’anima oscura e un uomo violento, che Catherine subisce fino a quando non trova un sostegno esterno, una associazione in difesa delle donne maltrattate, che la spinge a ribellarsi. Tuttavia, non c’è tempo per capire come stiano davvero le cose tra i due coniugi: l’accetta fa calare il sipario e se ovviamente il marito è quello contro cui tutta Chosen punta il dito, l’omicidio rimane senza colpevole e la storia riprende solo anni più tardi, nel 2004, quando alla vecchia casa maledetta, abbandonata e in rovina, deve tornare Franny, che ora è adulta e fa il chirurgo, per portare via le ultime cose e incontra di nuovo non solo i ricordi dolorosi, bensì pure il suo baby sitter di allora, Cole Hale (figlia dell’accettata incontra figlio della suicidata, diciamo che non è proprio una passeggiata). Brundage costruisce un romanzo dall’architettura complessa che riassume in sé il meglio del thriller letterario, unendo un avvincente dramma ad una prosa impeccabile che dimostra la grande abilità dell’autrice che all’estero è già assai apprezzata: la storia si espande nel futuro, dove i figli dell’incubo segnati dalla povertà, l’ansia, le droghe sintetiche, l’Iraq sono intrappolati nelle conseguenze del passato a cui essi sono appartenuti, oppressi dal peso di tutti quei fantasmi, reali o immaginari, che grava su di loro. Muovendosi con fluidità tra i punti di vista dei vari personaggi dalla riuscita caratterizzazione psicologica, e i diversi livelli temporali su cui si spiega la vicenda, la coinvolgente narrazione di Brundage richiede e premia la massima attenzione. Molto più di un semplice giallo, il romanzo di Brundage è insieme tragico e trascendente, nel suo mix di mystery, romanzo gotico, dramma familiare e storia d’amore: a volte la magia è anche sortilegio e maledizione

momo3) Micheal Ende, MOMO, Longanesi, trad. D. Angeleri

Un giorno gli abitanti di un piccolo villaggio, situato alla periferia della città, trovano nell’antico anfiteatro limitrofo una bambina sconosciuta, analfabeta, quella che adesso si definisce elegantemente una homeless, che si presenta a loro come Momo. Momo diventa ospite fisso della vita degli abitanti di questo hinterland senza nome né codice postale, perché anche se (o forse proprio perché) Momo è solo una bambina, ha una dote rara che manca a molte persone: Momo ha tempo e sa ascoltare, e chi apre il proprio cuore a Momo se ne va più forte e più contento di sé. Grazie a questa sua capacità Momo sarà il fulcro intorno a cui girerà questo piccolo insediamento di periferia, insieme ai suoi amici, tra cui  uno spazzino onesto e silenzioso, Beppo, e una guida turistica poetica e introversa, Gigi; e molti bambini, che insieme a Momo scoprono che per giocare e vivere incredibili avventure bastano un paio di scatole di cartone. Tuttavia, l’idillio non è destinato a durare a lungo: dalla Cassa di Risparmio del Tempo vengono mandati sul territorio degli uomini con sigari tra le labbra e completi grigi, coperti di ragnatele si direbbe, che offrono agli abitanti della zona un affare imperdibile, a loro dire. Perché mai limitarsi a risparmiare soldi per il futuro, quando quello che più manca ai mortali è il tempo? Dunque meglio evitare di chiacchierare coi clienti quando fai loro la barba, o di stare dietro alla vecchia nonna un po’ andata che sarebbe così bene accudita nella casa di riposo… Tutto tempo risparmiato oggi per il domani! Momo, che magari di pianificazioni e time systems non sa un gran ché, capisce però il giro del fumo: a furia di non vivere oggi, cosa mai potrai aspettarti dal tuo domani? Esisterà mai un domani se il tuo oggi si riduce sempre più, se non hai più tempo di giocare, di ridere, di fare cose inutili e gratuite che però in fondo son anche quelle che al tuo tempo danno il valore maggiore? E allora la nostra senza tetto si mette in azione, cercando disperatamente di attirare l’attenzione degli adulti, che però non trovano nemmeno il tempo di andare alla riunione generale che Momo e i suoi giovani amici indicono per svelare ai concittadini il segreto che Momo è riuscita a strappare agli uomini grigi e che è sicura che spezzerà l’incantesimo dei libretti di risparmio… temporali. Rimane solo una speranza  a Momo, prima che i ladri del tempo la eliminino per poter proseguire indisturbati la loro opera: raggiungere l’amministratore del Tempo, Mastro Secundus Minutus Hora, grazie all’aiuto della provvidenziale Cassiopea, una tartaruga che comunica scrivendo sul guscio e vede mezz’ora avanti nel futuro. Per capire il significato del tempo, Momo sprofonda nel proprio cuore, da cui il suo tempo scorre sotto forma di Orefiori, e arriva al covo dei Signori Grigi, dove si accumula il tempo che le persone pensano di risparmiare. II coraggio e l’amore di Momo, sostenuta da Maestro Hora e da Cassiopea, saranno le potentissime armi con cui la ragazzina affronterà, in un’epica battaglia, il grigiore e la sterilità del tornaconto economico e dell’egoismo. Nato durante un viaggio in Giappone, il romanzo è molto più di una favola per ragazzi: perché il vero problema col tempo ce lo abbiamo noi adulti, e se anche Ende sceglie la modalità narrativa della fiaba, della parabola, feroce e concreta è la sua critica ad una società come la nostra, in cui l’unica dimensione che conti sembra essere quella dell’io, dove tutti siamo consumati da una frenesia che ci fa cedere di risparmiare tempo quando in realtà il tempo vero lo perdiamo senza che ce ne rendiamo conto. “Perché il tempo è vita. E la vita dimora nel cuore”, si legge nel romanzo: e prendersi del tempo per leggere un bel libro, giocare a briscola, fare una passeggiata, bere con gli amici, è un atto sovversivo che ci rende migliori, vivi. Questa è la magia di Momo.