PERCHE’ LA LA LAND E’ MOLTO PIU’ DI UN MUSICAL

di Redazione

Cerchiamo di andare per ordine e di non essere spoiler.

La La Land esce questa settimana, è il film più atteso della stagione e che ha vinto più Golden Globes della storia del cinema. Il regista ha 31 anni, la faccia simpatica e leggermente nerd.

Si chiama Damien Chazelle e nel 2014 è diventato il golden boy della regia americana con Whiplash, che, non so se lo ricordate, racconta la storia di un aspirante musicista jazz che si scontra con il suo insegnante e le sue ambizioni.

Ama la musica, il jazz in particolare, per laurearsi ad Harvard ha girato un musical di bassissimo costo, con le musiche scritte da Justin Hurwitz, suo compagno di corso e amico, che si è portato anche in Whiplash e che è l’autore della super colonna sonora di La La Land.

Nonostante la sua giovane età è già stato sposato e ha divorziato. Anche qui con una compagna di corso, la produttrice Jasmin McGlade. Si sono lasciati nel 2014, quando usciva il suo primo film, ovvero, quando si avverava il suo sogno.

Perché è importante raccontarvi queste cose? Perché anche lì sta il senso di un film come La La Land.

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La La Land è sicuramente un gran film di per sé: le interpretazioni di Ryan Gosling ed Emma Stone - affiatati, simpatici, sorrisoni sornioni di lui, occhioni di lei -, le coreografie, la musica – che non annoia mai, fidatevi, serve nella storia, la scena di apertura – piano sequenza da appalusi a scena aperta con più di 100 ballerini che danzano al ritmo di Another day of Sun nel traffico di Los Angeles-, il tributo alla Hollywood classica, al musical, ai cliché narrativi di un cinema che non c’è più.

E’ però anche un film che ha un senso fuori dal sé. Perché è il film che a nostro parere racconta, come nessuno ha fatto finora, il “senso della vita dei neoadulti di oggi” tra scelte, sogni, fallimenti e compromessi.

Leggerete che è un film d’amore. Lo è. È la storia dell’incontro e innamoramento tra un musicista jazz che sogna di aprire un super club a LA per difendere e ridare un senso al genere che lui ama e nessuno ascolta più e un’aspirante attrice, che le prova tutte per farcela. Intorno, una Los Angeles che è la città delle stelle e dei sogni ma anche della superficialità e degli inganni.

Ma, in verità, La La Land è soprattutto un film sull’individualismo. Se non realizzi te stesso, non puoi realizzarti in una storia d’amore. E, oggi, nel 2017, l’io è più importante del noi. O per lo meno è l’ostacolo più grosso, sia per gli uomini che per le donne.

In Casablanca, che viene citato nel film non a caso, l’amore veniva sacrificato per la vita. In La La Land, senza essere spoiler, il problema è soprattutto l’ego.

Damien Chazelle è nato negli anni Ottanta e come tutti noi nati negli anni Ottanta, viviamo a cavallo di due mondi: passato e presente. Siamo terribilmente vintage, se vediamo una cabina del telefono ci commuoviamo, sappiamo a memoria le sigle di Cristina D’Avena e non riusciamo a resistere alla maratona Bim bum bam su Mediaset Extra, ma non riusciamo più a vivere senza aggiornare il nostro profilo di Facebook. Invidiamo i Millenials perché sanno usare i social meglio di noi, però, poveri loro, non “sanno cosa si sono persi a non avere un Nokia 3310 a 15 anni”.

La La Land è un film non solo per i trentenni ma per tutti ma non poteva che essere scritto da un ragazzo di 30 – che tra l’altro sarebbe l’età giusta per fare film, non 50 come succede spesso, ma qui entriamo in un altro campo- perché è un film contemporaneamente vintage, sospeso come la generazione a cui appartiene. E’ un grande tributo alla Hollywood dei musical più classici, da Cantando sotto la pioggia a Cenerentola a Parigi, ma con un significato tutto diverso. La La Land prende i cliché e li fa propri, adattandoli alla contemporaneità, svuotandoli e reinventandoli.

CLUB

È il film simbolo della nostra epoca, dell’era 2.0 come dicono, proprio perché con i social e con gli smartphone non c’entra proprio niente.

Sebastian e Mia per sentirsi non usano quasi mai il cellulare, lui la va a prendere sotto casa e per farla scendere suona il clacson, una cabriolet del 1982.

È la cosa più lontana dalle dirette Facebook che possiate immaginare.

È un film che ha senso molto più in una sala cinematografica che sullo schermo di un computer e che fa della sospensione d’incredulità il suo mantra – bè, è ovvio, non è che possiamo metterci a cantare in coda all’Esselunga -, ovvero quel patto meraviglioso tra lo spettatore e lo schermo per cui per quelle due ore chi sta lì seduto è disposto a credere a tutto quello che succederà nella sala buia.

In La La Land è dichiaratamente tutto finto, ma è proprio lì, nella finzione estetica, che ogni spettatore ritrova la sua verità. Rivive le sue scelte, i suoi amori, i suoi sogni.

Nel dialogo che Ryan Gosling ha con John Legend, che interpreta il cantante della band pop che ad un certo punto coinvolge il nostro pianista jazz, il cantante dice “se vuoi fare arrivare alle nuove generazioni quello che ami, non puoi essere reazionario”.

No, Damien Chazelle non è stato reazionario, ma ha fatto un film che è la quintessenza di Hollywood, che è pop – sì a qualcuno non piacerà perché piace a tutti -, cinefilo, musicale, piacevole e straordinariamente bello in ogni inquadratura. Ma è un FILM, in tutti i suoi attributi: grandioso, colorato e classico. Non ammicca alle serie tv, ai formati web o, al contrario, a chi per sottolineare che sta facendo cinema, adotta un linguaggio per pochi.

Chazelle non ha inventato niente di nuovo ma ha preso il vecchio e gli ha dato un nuovo senso.

E quindi perché piace così tanto? Perché il cinema – passatemi il termine – “vero”, quello che ci fa credere che i sogni (almeno in quella sala) sono importanti, ci mancava così tanto.

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FRASE PREFERITA: A bit of madness is key, to give us new color to see