V PER VENDETTA #SundayBooks

paola rinaldidi @Paola Rinaldi

Lo sappiamo, occhio per occhi e il mondo diventa cieco, per citare Gandhi. Ma è innegabile che nella letteratura da sempre la vendetta sia motore di grandi eventi che riempiono le pagine dei libri. Due dei romanzi più interessanti di quest’autunno e uno di qualche tempo fa (ma è uscito recentemente il sequel) girano proprio intorno a questa violenta e deprecabile emozione, che esercita un grande fascino sempre. Purché rimanga sulla carta, chiusa tra due belle copertine, mi raccomando!

download1) Lauren Groff, FATO E FURIA, Bompiani, trad. Tommaso Pincio

Lancillotto (detto Lotto) e Mathilde si sposano giovanissimi: il classico, pericolosissimo colpo di fulmine. Lotto, prima di incontrare Mathilde, si è concesso tutte le ragazze che ha voluto: affascinante nel suo egocentrismo ingenuo, nella sua pigrizia di chi è benedetto dagli dei e a cui tutto riesce sempre e comunque, anche se non è non è stata una vita tutte rose e fiori, la sua (già chiamarsi Lancillotto non è uno scherzo, d’altra parte il padre si chiama Gawain , la madre faceva la sirena al luna park e ancora prima di nascere Lotto conosce lutti e alcol). Lotto si innamora perdutamente all’istante della sinuosità scura che è Mathilde, con un amore che risponde all’urgenza di salvezza e che fonde il suo corpo con quello di Mathilde, in una sorta di osmosi che rende i sentimenti e le sensazioni dell’uno quelle dell’altra, con un senso di possesso, da parte di Lotto, che fa quasi paura e sembra sedare i demoni segreti che albergano in Mathilde, insieme parca e furia per sé e per Lotto. Nonostante le scommesse sul fallimento veloce del matrimonio, l’unione di Lotto e Mathilde sembra salda e durerà decenni, anche se all’inizio Lotto non riesce ad avere successo e deve essere Mathilde a guadagnare per due. Poi, nella notte tra il 1998 e il 1999, la tristezza disperata di Lotto trova espressione improvvisa sulla carta: mezzo ubriaco, Lotto comincia a scrivere un’opera teatrale e la mattina dopo, con sorpresa dello stesso Lotto ancora poco sobrio, ecco la pièce che gli porterà il successo, grandioso ed unanime. Se da lì la produzione artistica di Lotto sgorga generosamente, chi non arriva mai sono i figli: Mathilde non rimane incinta e non vuole rimanerci, senza dare spiegazioni ad un addoloratissimo Lotto. Ma la vera tragedia è un’altra e darà il via ad una serie di rivelazioni che sconvolgeranno e ribalteranno la storia che ci è stata raccontata fino ad ora. Parlare di colpo di scena sarebbe fare torto alla forza narrativa di Groff, che crea tra l’altro personaggi così completi che escono dalle pagine del romanzo.  Lotto e Mathilde si completano a vicenda nel disperato tentativo di trovare l’uno nell’altra una fuga al dolore, al buio. Li lega la sofferenza, la menzogna taciuta per sopravvivere e per essere amati, da parte di entrambi : il segreto di Mathilde ci toglierà il fiato per la sorpresa, ma anche Lotto ha abissi insondati. Mathilde è il personaggio dello shock, del ribaltamento. E’ creatura del Sottosuolo, del Regno delle Furie, la bambina nel cui animo vive il demonio. Come Lotto, vive un abbandono, ma aggravato dal senso di colpa, dalla certezza che sia vero che il suo cuore è malvagio. Fato e Furia, un titolo che comunica un soffocante senso di ineluttabilità, ha un’eco classica e letteraria che ben riassume la natura del romanzo, così vicino alla tragedia greca, in cui i personaggi sembrano in completa balìa di un destino che ha deciso in partenza le loro vite. Come spesso accade nella mitologia greca, la figura femminile è il vero motore dell’azione. Lotto, baciato dagli dei, e Mathilde, creatura degli inferi, si innamorano quasi a voler ristabilire un equilibrio cosmico, ma in realtà scopriremo che, se la natura benevola di Lotto è decisa a priori, sarà Mathilde a costruire il futuro di successo dell’uomo che ama. E la ragazza che dovrebbe personificare la vendetta (come le Furie nella mitologia greca, a cui è dedicata la seconda parte del romanzo) non solo alla fine non cede ad essa, ma ci appare come un essere che ha fatto della sua vita un’occasione di redenzione dalla propria malvagità (innata, come la bonarietà di Lotto, e di cui tuttavia si sente in colpa e si vergogna). Mathilde non si assoggetterà ai demoni di cui pensava di essere schiava, e nemmeno alle Parche, che decidono il destino degli uomini. Alla fine, la grandezza di Mathilde starà proprio nel sovvertire quello che nessun dio ha mai osato sfidare, e decidere da sola cosa fare in barba a tutte le predestinazioni dell’Olimpo, lasciando la vendetta ai deboli

7513782_19235062) Patrick Flanery, TERRA OSCURA, Garzanti, trad. Alba Bariffi

Nel 1919, durante l’infausta Notte Rossa, la folla, convinta che i neri abbiano infastidito una dodicenne bianca, impicca il sindaco riformista che era intervenuto a favore dei due neri innocenti, dopo averlo trovato tra le braccia del suo bracciante di colore George Freeman, al quale però il sindaco, si scoprirà poi, ha lasciato tutte le sue terre. Così, Poplar Farm passa nelle mani di John e Lottie Freeman, figli di schiavi. Oggi, Paul Krovik è nel braccio della morte, prossimo all’esecuzione, e riceve la visita di Louise, a cui aveva scritto perché andasse da lui. Da Louise l’uomo aveva acquistato la grande proprietà terriera che la donna aveva ereditato dal suo bisnonno, che è proprio il Freeman con cui si apre il romanzo.  La sofferenza di Lottie, che ha dovuto separarsi dalla terra che custodiva la storia della sua famiglia, è stata resa più grave dalle modifiche che Paul ha apportato alla terra. Paul da senpre vuole costruire case, studia architettura, si sposa con Amanda e hanno due figli; poi, il grande progetto della sua vita: acquista una grande proprietà su cui costruirà un gigantesco complesso vittoriano, in cui vivranno naturalmente anche loro. Ma dei 200 appartamenti, Paul riesce a vederne solo 20 e i debiti crescono smisuratamente, fino a quando si vede portare via e mettere all’asta la sua casa e la terra. Da lì in avanti, per Paul comincia un delirio che finisce appunto nella cella in cui ora si trova con Louise: Amanda divorzia e porta con sé i figli, Paul si trasferisce nel bunker segreto costruito sotto la ‘sua’ casa e diventa lo stalker dei nuovi inquilini, la famiglia Noailles, composta da Nathaniel, la moglie Julia e il piccolo figlio Copley. E non che Nathaniel non  abbia già problemi di suo, eh: lavora alla EKK, il gigante multinazionale in materia di sicurezza e difesa che  vuole gestire ogni aspetto dei detenuti o dei condannati alla condizionale trasformandoli nella più grande forza lavoro non pagata dai tempi della schiavitù. Come dire, il lupo perde il pelo ma non il vizio… E poi fatica a comunicare con Copley, così chiuso in se stesso da sembrare quasi autistico. Non devo stare qui a raccontarvi oltre, capite da voi la direzione che prende il romanzo. Flanery costruisce un riuscito crescendo di paranoia (Paul), rabbia (Nathaniel), paura (Copley), smarrimento (Amanda e Julia) che esplode nella tragedia in cui l’unico personaggi positivo è Louise, la discendente dello schiavo cui era andata in eredità la tenuta di Dolores Woods, che mantiene un rapporto viscerale, primitivo, atavico con la terra e in qualche modo preserva il bene dell’umanità (crede a Copley, va in carcere a trovare Paul, a lei sorride il padre quasi demente di Julia…). Il romanzo somiglia è un complesso e ben riuscito ibrido di thriller, opera letteraria, elegante satira del genere distopico e romanzo storico nel senso più contemporaneo (semi-mitico), in cui non manca una solida ironia. La terra disonorata, sfruttata, testimone della caduta dei valori e dei destini di chi ci vive sopra è, di fatto, la grande, unica protagonista. Il romanzo si apre e si chiude con la terra messa a fuoco , ed in effetti il titolo mantiene la dimensione epica del romanzo (che però ha anche molto pathos), e comunica immediatamente la sensazione di tragedia, di parabola che si conclude, per così dire, negli inferi. La terra maledetta porta frutti avvelenati, i peccati dei padri ricadono sui figli e se esiste redenzione, passa per il fuoco sacrificale: l’ossessione di Paul e l’ira di Nathaniel si incontrano per caso ed esplodono travolgendo nella catastrofe le loro famiglie e l’intero sogno americano. Una lettura che è un corpo a corpo, da cui si esce con qualche livido ma anche molto appagati.

il_mondo_di_belle_023) Kathleen Grissom, IL MONDO DI BELLE, Neri Pozza, trad. Chiara Brovelli

Lavinia McCarten è una specie di schiava bianca, arrivata dall’Irlanda così povera che è costretta a vendere i propri figli in una piantagione di tabacco della Virginia alla fine dell’Ottocento, pochi anni prima dello scoppio della guerra civile. Il Capitano Pyke ha trovato la bambina sulla sua nave e l’ha destinata alle cucine della sua tenuta: così Lavinia si paga il biglietto della traversata, in cui i suoi genitori sono morti. In cucina c’è tanto calore, e non per i fornelli, è un nido che accoglie tutti e che ha un Dio con tanti nomi, come a dire che la tolleranza inizia dai locali di servizio: ad accoglierla c’è la comunità di schiavi neri composta da Mamma Mae, Papà George, Dory, Fanny e Beattie, le figlie; Ben, il figlio maschio; e Belle, una bella ragazza di diciotto anni, figlia di un capriccio del Capitano, che mise incinta una delle sue schiave nere. Non è questo però l’unico segreto: il rapporto ambiguo tra Belle e il padre-padrone, la dipendenza di Martha, moglie di Pyke, dal laudano, le punizioni inferte da Rankin, il sorvegliante violento e razzista, l’odio che il fratellastro Marshall, una sorta di psicopatico, nutre per lei. Gli Americani si sono accorti di avere un passato razzista negli ultimi anni (Il buio oltre la siepe lo aveva già spiegato, ma la digestione è lunga) però niente paura: Il mondo di Belle è solo in parte una riflessione profonda sulla schiavitù, perché è in primo luogo un melodramma ben riuscito in cui i climax (raggiunti con maestrale escalation: l’autrice sa preparare bene il lettore alla tragedia incombente) e le vicende sono solo ‘fornite’ dalla frizione tra schiavi e uomini liberi, tra bianchi e neri. Non è nemmeno un polpettone rosa, per fortuna: il grande amore, quello vero, è il legame che unisce Mae e George! Ma certo è un romanzo di amore materno, di amore tra gli esseri umani che soffrono e sanno che non ci sarà per loro altra realtà se non quella in cui sono nati. Kathleen Grissom pesca a piene mani dalla tradizione del romanzo classico inglese e si salva dagli stereotipi grazie alla scelta di una struttura narrativa particolare, oltre che a una scrittura attenta e raffinata: due punti di vista per una stessa storia, quello di Lavinia e quello di Belle; uno bianco e uno (quasi) nero; uno al passato e uno al presente; uno giovane, che cresce e scopre, uno maturo, che vede solo la storia ripetersi sempre uguale; uno che racconta quello che vede perché non ha strumenti per decodificare e interpretare, l’altro che racconta quello che desume da ciò che vede. Nonostante ci sia Belle nel titolo, è il personaggio di Lavinia a scuotere quella cucina della casa padronale in cui le due donne (anche se ora sarebbero una bambina e una ragazzina, per i nostri standard) si scontrano, si conoscono, si prendono cura l’una dell’altra, si sostengono. Belle e Lavinia sono legate da un sentimento che muta e paradossalmente si consolida tanto più quanto le circostanze sembrano loro avverse. Più il Destino si ostina a creare situazioni che dovrebbero metterle una conto l’altra, più Belle e Lavinia diventano madre e figlia, sorella maggior e sorella minore, e alla fine le parti quasi si invertono: ma in guerra non lo saranno mai, unite forse anche dal loro sentirsi sempre un po’ fuori posto. Lavinia cresce, recupera in parte il suo passato che entra nel suo presente in punta di piedi (qualche nome ricordato all’improvviso; un colore; una bambola; un sapore) e da bimba timida, afasica, insicura, denutrita, diventerà la locomotiva che trascinerà nel futuro i sopravvissuti, novella Mosé sul Monte Ararat che indica la via al suo sparuto equipaggio. Ma non sottovalutiamo nemmeno il coraggio di Belle, che non si lascia piegare nemmeno dalle violenze subite, dai lutti: il suo rapporto molto moderno con Ben è un grande esempio di una volontà di vivere che è così forte da superare quella di dominare. “Domani è un altro giorno”, come non pensare a Via col vento; ma per oggi vale la pena di lasciarsi prendere dalle vicende ricche di colpi di scena e dall’altro grado di intrattenimento di qualità che offre l’opera in bianco e nero di Grissom (e se vi piace, sappiate che è già uscito il seguito!)