#SundayBooks - Tutti pazzi per #miniMarcos

paola rinaldidi @Paola Rinaldi

Come afferma Hopcke in un celebre saggio, nulla succede per caso. Tornata a casa da un bel viaggio nei Paesi Bassi con formaggi e bulbi e una bellissima stampa del Ramo di mandorlo fiorito di Van Gogh, il dipinto dedicato a Vincent Jr., il figlio del fratello Theo,  mi trovo tra le novità di settembre un romanzo che è visceralmente connesso a quel quadro; e scopro pure che l’editore del libro, Marcos y Marcos, tra settembre e ottobre festeggia il suo 35° compleanno  con un regalo ai lettori, un libro bianco impresso ‘a secco’ del forato dei miniMarcos, a cui l’omaggio è legato, guardate qui

E allora, mi son detta, non trascuriamo queste coincidenze che tali non sono mai: seguiamo un po’ il filo rosso della follia, o meglio della percezione diversa della realtà, partendo dal nuovo libro per poi rivelarvi i miei due miniMarcos preferiti, con sorpresa finale!

2016-09-12 16.23.301)      Camilo Sánchez, LA VEDOVA VAN GOGH, Marcos y Marcos, trad. F. Conte

Camilo Sánchez non è, come si intuisce, olandese; non è nemmeno uno storico dell’arte e non credo sia nemmeno un fan sfegatato di Van Gogh. In un documentario della BBC ha visto una brevissima apparizione di Johanna van Gogh-Bonger, a cui ci si riferiva come la depositaria dei quadri e delle lettere del pittore, e ha avuto un’intuizione, come spesso capita ai poeti. Perché, seguendo gli indizi che lo hanno portato in tanti musei e biblioteche di tutto il mondo, Sánchez ha costruito un ritratto verosimile e soprattutto fortissimo della donna la cui forza di volontà e poesia ha letteralmente strappato l’opera di Vincent Van Gogh all’oblio. Eppure, paradossalmente, La vedova van Gogh non è tanto un altro tassello che va a completare il quadro (eh!) biografico del pittore dei girasoli, quanto soprattutto un racconto di crescita, di scoperta del proprio ruolo nel mondo, o, più semplicemente, è una storia di un amore profondo e generoso che può nascere solo dopo aver nutrito di bellezza e di stupore il proprio animo. Johanna sposa Theo e sa già che dovrà dividere suo marito con il fratello pittore, che entra ed esce dalla lucidità e deve ricorrere a periodi di ricovero in manicomio per frenare quella follia che ne mina l’esistenza e, cosa ancor più grave, la sua produzione artistica. L’orecchio tagliato, l’amore per la cugina, la relazione (presunta) con una prostituta, l’insuccesso in vita e la conseguente povertà, il suicidio con agonia annessa… tutte queste cose si trovano ovunque quando si fanno ricerche (sul web o in biblioteca) su Vincent Van Gogh; così come i suoi covoni di paglia o il cielo fatti di mulinelli di luce. Di nuovo, nel romanzo di Sánchez c’è anche questo, perché Van Gogh e Johanna Van Gogh-Bonger sono pure questo, ma il fulcro è altrove: Johanna vive sì circondata dalle tele di Van Gogh quando, dopo la morte di Theo che non sa sopravvivere al la morte del fratello, decide di diventare una donna indipendente con il suo piccolo Vincent (un nome che Johanna libererà dalla maledizione della morte, iniziata prima di Van Gogh, e per questo Vincent nella lingua di Johanna sarà solo il suo bambino pieno di vita, e l’altro sarà solo Van Gogh) e apre una locanda a 20 chilometri da Utrecht, dove appunto le tele vengono esposte per la prima volta su pareti fatte apposta per loro. Ma senza l’occhio e il cuore di Johanna, le tele di Van Gogh, che già erano state esposte a Parigi e altrove senza successo quando il pittore era ancora in vita, non potrebbero sprigionare appieno la loro forza: la giovane vedova (che tutti pensano sia stata sposata al pittore e non a Theo, e c’è un fondo di verità inquietante in questo lapsus che inganna il lettore a partire dal titolo) è erede, per volontà di Theo, delle opere di Van Gogh e del carteggio tra lui e Theo; e sente forte come una missione la necessità di far arrivare le opere di Van Gogh al mondo, perché, per capire meglio la morte del marito e per ritrovare un equilibrio in quel mare di follia, è stata costretta a passare per quei colori, per quei gesti, per quelle parole e ora è pronta per sostenere la grandezza di Van Gogh in un mondo che deve imparare a lasciarsi colpire da quelle opere senza pregiudizi. Il romanzo racconta, attraverso brani del diario di Johanna ma anche del carteggio dei fratelli Van Gogh, le fatiche di Johanna per arrivare a far apprezzare il lavoro di Van Gogh ai mercanti d’arte e ai critici. Di pari passo, però, ci sono le pagine di Johanna madre di Vincent che lo vede affacciarsi al mondo e crescere, e le pagine di Johanna donna che, grazie anche all’amicizia con Wil Van Gogh, la sorella femminista, coltiva la propria indipendenza, la sua ricchezza più grande, e inizia una relazione amorosa con una consapevolezza di sé assai accresciuta. Come se scoprire le opere di Van Gogh, toglierle dagli imballaggi e appenderle nelle giuste cornici per lasciare sprigionare la loro potenza della luce e dei colori, coincidesse con lo svelamento della forza, della luce interiore di Johanna, in una simbiosi che raggiunge il suo culmine quando Johanna decide di riscrivere alcuni stralci delle lettere di Van Gogh mettendoli in versi , trasformandoli in poesie che chiosano i dipinti esposti nelle mostre sempre più frequentate. La bellezza di questo romanzo sta tutta negli occhi di Johanna, che guarda i dipinti come le lettere, i paesaggi reali fuori dalla finestra  come quelli sulla tela, con lo stesso stupore e con la medesima intensità: Van Gogh è innanzitutto un poeta, ogni quadro è una poesia, “voglio portare allo scoperto le lettere a Theo […] il suo corpus teorico . […] Perché si capisca che in Van Gogh ogni pennellata aveva, dietro di sé, il sostegno di un linguaggio”, scrive Johanna, e poi ancora “le lettere […] a prestar ai quadri  il linguaggio di cui hanno ancora bisogno per camminare sulle proprie gambe”.  E’ emozionante questo passaggio dalla parola al colore, dalla poesia al disegno, e se pensate che sia tutto troppo astratto, di nuovo Johanna farà a pezzi anche questo pregiudizio: l’arte di Van Gogh è materia, come la pasta di colore sulla tela. “Che cosa sono i colori di un quadro se non la voce intima delle cose?” si chiede Van Gogh, e Sánchez risponde: “Johanna si incammina versoi casa e usa, per farsi scudo contro il vento freddo, i Rami  di mandorlo in fiore e Un paio di scarpe, le scarpe più povere e tristi del mondo”. Questo fa l’arte, a chi non ha paura di afferrarla con le mani sporche di umana fatica, a chi l’accoglie nonostante tutta la tristezza da cui a volte è generata: protegge, rende forti, non sulla carta, ma nella vita
(ps: per vedere quello di cui leggete, date un occhio qui)

Luomo-dei-dadi-mini2)      Luke Rhinehart. L’UOMO DEI DADI, Marcos y Marcos, miniMarcos, trad. M. Valente

Se affidiamo le nostre scelte alle sei facce di un dado, ci scrolliamo di dosso quell’ansia che ci consuma, ci liberiamo dalla responsabilità della decisione e le azioni con le loro conseguenze, perché determinate da altro, ci paiono più lievi, financo sopportabili: insomma, niente più psicosi, se si manda la coscienza in letargo. Certo, bisogna volerci credere, che la mia mano che lancia il dado non abbia niente a che fare con me, e che io esegua la mia vita, invece che cercare di esserne artefice per quanto possibile e con tutti i miei limiti, con serenità. E’ questo il gioco d’azzardo a cui Luke Rhinehart sfida il lettore, che è costretto davvero, tra un capitolo e l’altro, a guardarsi dentro: d’altronde, la voce narrante è quella di uno psicanalista affermato, Luke appunto, che in primo luogo gioca col suo autore, che si nasconde dietro il nome del personaggio, perché Luke Rhinehart  nasce George Cockcroft, ex-docente universitario di psicologia ma anche zen e letteratura occidentale, che da tempo vive con moglie e figli in giro per  il mondo su un trimarano, e scrisse questo romanzo all’inizio degli Anni Settanta… e si direbbe che di quegli anni Cockcroft/ Rhinehart abbia assorbito le atmosfere e la filosofia. Ovviamente, Luke poi vive di vita propria, un’esistenza letteraria affidata per ogni cosa al capriccioso caso del lancio dei dadi: una specie di roulette emotiva che porta il giocatore ad eccessi autodistruttivi come lo stupro, la sessualità promiscua e deviata, l’omicidio e la follia. Luke applica la nuova ‘terapia’ con determinazione, fonda persino la fondazione “Vivere con i dadi”, riscrive insomma i testi di riferimento dell’intera società occidentale: e questo è, in fondo, il senso del romanzo, una critica spietata al perbenismo, all’ipocrisia dei perbenisti che si cuciono sulla pelle il distintivo della democrazia americana che ammicca ai neofondamentalismi ; e anche i non americani sanno di cosa si tratta. Ma non pensate ad un romanzo cervellotico da seduta psicoanalitica: crudele e irrispettoso, il racconto viaggia da eccesso ad eccesso, facendo saltare il concetto di misura, in sella ad un purosangue divertito che scalcia esilarante comicità (quella migliore, quella un po’ tragica). Preziosa anche la prefazone di Marco Malvaldi. Forza, lettori, fate il vostro gioco!

In-viaggio-contromano-cop3)      Michael Zadoorian, IN VIAGGIO CONTROMANO – The Leisure Seeker, Marcos y Marcos, trad. C. Tarolo (nei miniMarcos dal 13 ottobre)

Se la vita è un’autostrada, meglio viaggiare comodi: per questo Ella e John Robin hanno scelto un bel camper gigante, un Leisure Seeker (un nome, una garanzia: più o meno vuol dire ‘il cercatore di svago’), per spostarsi coi bambini verso Disneyland. Certo, dall’ultimo viaggio è passato un po’ di tempo: i due coniugi hanno superato gli 80, i figli sono già grandi e sistemati, solo Disneyland è rimasto là dov’era. Così, Ella decide che è ora di un amarcord romantico: si parte per il grande parco di divertimenti ma senza figli, solo lei e John, da Detroit giù giù lunga la mitica Route 66 fino alla Florida! Che forza eh? Eh già, perché davvero bisogna essere molto determinati per mettersi in pista quando si sta morendo di cancro (Ella) e la coscienza è minata dall’Alzheimer (John). Ma Ella è stufa di aspettare, tra chemio e radio, e John avrà pure l’Alzheimer ma sa guidare benissimo, oggi come da giovane, e se lo si rassicura con un paio di coordinate spazio-temporali, si diverte pure lui. Nonostante le proteste quasi violente dei figli Cindy e Kevin, ragionevolmente assai preoccupati, Ella non demorde: la anima una missione il cui finale si può pure intuire (salvo poi doverci sorprendere quando lo scopriremo sul serio, all’altezza di Anaheim), e ciò nonostante non possiamo che divertirci con i due vecchietti che ne vedono di ogni, mentre passano ordine attraverso Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, New Mexico e Arizona, telefonando ogni tanto alla prole che è sempre su punti di andare a “Chi l’ha visto?”.  Zadoorian è così bravo da farci accettare il punto di vista di Ella, in questo viaggio contromano, anzi, controtempo, perché la sera Ella e John appendono un lenzuolo e proiettano le diapositive dei loro primo viaggi a Disneyland coi bambini, delle vacanze con gli amici, insomma macinano, insieme ai chilometri, anche i loro ricordi, e là dove non c’è più memoria, si sovrappone il presente a colmare i buchi. John si accontenta di guidare per ore senza proferire parola senza sapere troppo bene dove si trova, purché possa mangiare tutti gli hamburger che vuole; ed Emma, in un gesto che è il manifesto dell’intero romanzo, si toglie la parrucca e la getta fuori dalla finestra del camper in corsa. E sono grata all’autore per non aver dimenticato che Ella e John sono due anziani malati: perdono i pochi capelli che hanno, hanno quell’odore dei corpi invecchiati, hanno attacchi di stanchezza e di sonno (sempre nei momenti meno opportuni). La vecchiaia è la vecchiaia, con coraggio si può viverla meglio, ma quella è, ed è per questo realismo onesto che improvvisamente il nostro sguardo va oltre le rughe e le dentiere e coglie il mistero della vita. John, durante una lite furibonda con Ella, si scorda che stanno litigando e si mette a flirtare con la moglie: Ella si ferma, gli toglie la mano dal suo ginocchio e ricomincia da capo il litigio, perché l’importante è portare a termine insieme quello che si è iniziato insieme. Non bisogna essere vecchi per capirlo, non è necessario essere moribondi per scoprire la bellezza di questo romanzo. Non c’è da stupirsi che Paolo Virzì abbia iniziato proprio questa estate le riprese della trasposizione cinematografica del romanzo, e nei panni dei malandati coniugi Robina ci saranno niente meno che Helen Mirren e Donald Sutherland. Ma ormai lo sapete, il libro è sempre meglio!!!