Redemption Song  #MondayBooks

martina paganodi @Martina Pagano

Questa domenica beccatevi tre letture di quelle non facilissime, di quelle che chiudi il libro e continui a pensarci. Si parla della storia della popolazione afroamericana passata e presente, partendo da un classico tutto africano come il Crollo di Chinua Achebe – scritto alla fine degli anni Cinquanta, quando di lì a poco sarebbero scoppiate in America le grandi proteste pacifiche condotte da Martin Luther King – per arrivare a tempi più recenti, fino al giorno d’oggi, e fare il punto della situazione su cosa sia davvero cambiato.

il crollo1) Chinua Achebe, Il crollo, Jaca Book, trad di M. Grampa

Iniziamo da uno dei padri della letteratura africana e dal suo capolavoro del 1958. ll crollo racconta il disfacimento di una comunità che incarna il destino dell’Africa sul finire del XIX secolo, a causa della corsa imperialista e dell’imposizione della cultura cristiana.
Dapprima scopriamo la comunità di Umoufia di etnia Igbo lungo il Delta del Niger, la stessa di Achebe e, per capirci, quella zona martoriata dall’estrazione selvaggia di petrolio a partire dal secolo scorso.
Conosciamo il suo capo Okonkwo, un tipo non proprio dolce, incline alla violenza e molto rispettoso delle dure leggi di Umuofia. In un secondo momento Achebe ci porta a capire come si insinui la frattura e in che modo i missionari inglesi riescano a stabilirsi, raccogliendo adesioni e, di fatto, distruggendo Umuofia e la sua storia. “Le cose cadono a pezzi”, appunto, il verso tuonante di La seconda venuta  in cui W. B. Yeats si riferiva alla sua Irlanda, ma il messaggio resta invariato.
Achebe non nasconde i limiti di una tradizione troppo legata a credenze e superstizioni, che esclude chi non considera degno di appartenervi e, se necessario, prevede la morte. Okonkwo non si tira indietro davanti all’oracolo che lo esorta a uccidere il suo figlio adottivo sebbene il ragazzo lo riconoscesse come un padre e persino gli anziani lo invitassero a non farlo. Questa debolezze hanno permesso ai bianchi di agire, approfittando delle mancanze di un cultura antica e solida, ma inflessibile in cui i gemelli vengono strappati alle madri perché considerati portatori di malefici.
Il punto di vista di Achebe è illuminante proprio perché guarda ai fatti con spirito critico, senza fare sconti a nessuno, senza esprimere giudizi troppo di parte, malgrado la sua discendenza. I bianchi hanno espropriato le terre altrui, hanno ricondotto alla loro cultura e religione un popolo con tutt’altra storia, ma alla fine hanno vinto. Lo scrittore si interroga sul perché. Mentre la domanda che mi pongo leggendo Il crollo è se una cultura possa essere giudicata con parametri universali, validi sempre. Onestamente non l’ho ancora capito e stando alla storia degli ultimi anni mi sembra di intuire essere difficile per tutti. Ma l’immagine dei treni in corsa dell’antropologo Lévi Strauss mi torna sempre in mente: le culture viaggiano come su binari opposti e davvero non si incontreranno mai?

4173-Sovra.indd2) J. R. Moehringer, Oltre il fiume, Piemme, trad. di G. Zucca

Quella che racconta J. R. Moehringer, e che gli è valso il Premio Pulitzer nel 1999, è una vicenda che ci riporta alle origini della popolazione nera degli Stati Uniti. Perché Gee’s Bend, in Alabama, è rimasta nelle mani di ex schiavi e dei loro discendenti anche dopo la liberazione, come spiega l’anziana Mary Lee Bendolph, al giornalista allora inviato del Los Angeles Time nel suo libro-inchiesta.
Oltre le acque paludose del fiume che porta lo stesso nome dello Stato, i benders (in tutto circa 750) hanno sempre vissuto al riparo delle loro storia, quando all’inizio degli anni Sessanta, il movimento di Martin Luther King è arrivato anche qui, forgiando l’identità della comunità afroamericana, risvegliando la speranza di un futuro senza più discriminazioni. Mary Lee si emoziona ancora quando ricorda l’arrivo di King: il libro è, infatti, uno splendido ritratto delle aspettative di quegli anni racchiuse nelle linee di espressione di Mary Lee che oggi è stanca dopo tante fatiche. Ma l’entusiasmo per le parole del pastore e l’adesione alle marce a favore dei diritti civili non sono piaciuti a chi comandava la contea di Wilcox. L’esito è stato quello di interrompere il collegamento fluviale che collega Gee’s Bend alla cittadina di Camden dove si trovano i servizi principali, isolando e impoverendo una popolazione che si è sempre retta su agricoltura, allevamento, ma anche sui famosi quilts, coperte fatte con scampoli di tessuti cuciti insieme, esposte nei musei più importanti degli USA. Il provvedimento ha riportato indietro agli anni Trenta quando Gee’s Bend fu duramente colpita dalla Grande Depressione e furono necessari gli interventi umanitari.
All’epoca dell’inchiesta di Moehringer si parla di un possibile ripristino del traghetto caldeggiato, ironia della sorta, da un ex giudice non esattamente amico della popolazione nera. I benders non sono convinti e come dar loro torto: dopo quasi quarant’anni da un imposizione che ha condizionato molte vite chi si fida più? Nel 2006 una compagnia fluviale ha preso in carico la tratta che collega Gee’s Bend a Camden e sarebbe bello se Moehringer, o qualcun altro, tornasse in quei luoghi a vedere cosa sia cambiato.

coates3) Ta-Nehisi Coates, Tra me e il mondo, Codice, trad. di Chiara Stangalino

Immaginando di scrivere una lettera al figlio, Ta-Nehisi Coates, giornalista nato a Baltimora, prova a rispondere alla domanda che in molti si faranno: cosa significa oggi essere neri negli Stati Uniti? La risposta più immediata è in realtà un avviso, un ammonimento severo: proteggere il proprio corpo. Quella del corpo, sottolinea Coates, è una questione antica quanto gli schiavi che dalle coste occidentali dell’Africa venivano condotti di forza nelle Americhe. Sul loro corpo è stata scritta la storia: le violenza, la fatica del lavoro, le morti durante gli spostamenti fino all’odio razzista con cui si deve ancora fare i conti.
Ma perché poi i neri hanno cercato di somigliare ai bianchi? si domanda il giornalista. Si piastrano i capelli afro, utilizzano creme per sbiancare la pelle, si fanno assottigliare il naso. Questo avviene perché il Sogno, quello che hanno davanti ai loro, è per tutti un il modello come lo è stato a lungo per lui. La famiglia bianca in cui il padre non ha guai con la polizia, la casa grande con il giardino curato e il vialetto per l’auto, la serenità che si avverte da lontano: «il Sogno è una casa sull’albero, e i lupetti degli Scout. Il Sogno profuma di menta e ha il sapore della torta alle fragole». Tutto questo si traduce nell’immagine distorta che gli americani hanno della loro nazione in  cui pensano la democrazia abbia trionfato.
Evidentemente non è così, spiega Coates, perché altrimenti non si spiegherebbe come l’odio razzista esista ancora e come i cittadini americani di colore siano vittime di ingiustizie e, in molti casi, di episodi di violenza da parte della polizia (nel libro sono riportati diversi casi di scontri tra afroamericani e forze dell’ordine, sfociati nella morte dei primi).  Le gang rivali, il linguaggio duro, gesti che sono continue minacce fanno parte di un rituale: sono le armi che da ragazzini si indossano per difendersi, per imparare presto ad affrontare un nemico più forte. Ma a questo va aggiunto anche il degrado dei quartieri più poveri, le morti in strada o per droga, la disoccupazione e molto altro.
Tra me e il mondo non scende giù lasciando indifferenti. L’Italia non è l’America e probabilmente certe contraddizioni con le capiremo mai, ma la voce di chi vive questa realtà non può non far riflettere anche noi.