LA GRAZIA DELLA LIBERTA’ – #SunadyBooks Intervista esclusiva a Carla Gràcia Mercadé

paola rinaldidi @Paola Rinaldi

Alla fine di giugno è uscito un romanzo che ho amato molto fin da quando ancora non esisteva: Sette giorni di grazia, di Carla Gràcia Mercadé edito da Salani grazie alla traduzione di Sara Cavavero. Come tutti i bei romanzi, mi ha regalato tante emozioni e anche una nuova cara amica, cioè Carla, che nel frattempo si è sposata, ha avuto un bimbo e sta lavorando ad un nuovo romanzo. E’ la magia dei libri: rendere il mondo di ciascuno più grande, più ricco, farci sentire più ‘pieni’ e meno soli (e questa volta io l’amica ce l’ho in carne ed ossa). L’amicizia con Carla è un’amicizia nata perché ho apprezzato molto il suo modo di scrivere, e solo dopo ho scoperto che è anche il suo modo di vivere: diretto, senza troppi fronzoli, tutto concentrato sul cuore delle persone e delle loro cose.

Carla_foto2_b

Aprile 1870. Il governo Serrano conferma di voler riprendere las quintas, un sorteggio che prevede l’arruolamento nell’esercito per un anno del quinto uomo in una fila costituita tra i maschi abili e giovani della popolazione operaia più povera – dato che il prescelto può evitare il servizio se possiede abbastanza denaro per riscattarsi – rompendo così la promessa fatta durante la  rivoluzione di abolire questo sistema iniquo. La ragione addotta dal governo è una nuova guerra con Cuba. Nasce così un movimento di opposizione, una vera rivolta popolare in diversi villaggi della piana di Barcellona, tra cui Gràcia, conosciuta come “La rivolta de las Quintas”. Il Generale Eugenio de Gaminde è incaricato di far rispettare l’ordine. Gli abitanti di Gracia, uniti contro l’esercito, vengono informati dell’arrivo delle truppe dalle note della campana di Plaza Oriente (oggi Plaza de la Vila). I militari, irritati dalla campana che non smette di suonare, le scaricano contro le loro munizioni, riuscendo solo a creparla un po’. L’assedio durò sei giorni, dal 4 al 9 aprile, causando 27 morti e il saccheggio indiscriminato di molte case.
Ogni anno, in aprile, gli abitanti del quartiere organizzano una grandiosa ricostruzione storica dei fatti del 1870, guardate qui:

(sembra un film vero? Questo perché chi l’ha girato è davvero un regista: si chiama Albert Folk, e tra i tanti meriti ha quello di aver sposato Carla e di aver creato anche il booktrailer che trovate più sotto. Come si dice, Dio li fa e poi li accoppia, quelli bravi J)

Fin qui, è la Storia. Ma lo sapete ormai, la bellezza sta nelle storie, in quello che uno scrittore aggiunge a quello che già tutti sanno, dando vita ad un mondo che ha i pedi piantati nella realtà e le braccia tese verso la fantasia. Così, se Sette giorni di Grazia è un romanzo storico, sono le invenzioni di Carla a farlo diventare soprattutto un romanzo di uomini e donne, di azioni e di sentimenti forti e travolgenti.

arton144549

Questa è la storia di Marianna, la donna che guarisce gli uomini con le erbe: di lei, gli abitanti di Gràcia sanno poco altro, anzi persino lei stessa non sa, di sé, la cosa più importante. Eppure, Marianna troverà il coraggio di suonare la campana in ciascuno di quei sette giorni di resistenza, di rabbia intensa e concentrata in poche parole, di lotta per la libertà: quella del popolo di Gràcia, ma anche la propria. E si sa, solo la verità rende liberi: così, Marianna fa passi in avanti per liberare i suoi concittadini, ma deve compiere tanti passi indietro per liberare se stessa. Il doppio racconto tra presente e passato, affidato ad un narratore che sa già tutto ma scompare, riservato, dietro i pensieri e i punti di vista dei personaggi, è introdotto da un corsivo, che è la voce di Marianna: con un tono epico, si rivolge direttamente a noi, ci guarda negli occhi, quelli con sui stiamo leggendo, e ci chiama al nostro compito, quello di salvare il racconto dall’abisso dell’oblio. In fondo, anche noi siamo personaggi della Storia, e quindi coinvolti anche in questa, di storia. Conosciamo gli  uomini, ma soprattutto le donne, che si ribellano al governo, eroi ed eroine umili, quasi anonimi, quelli i cui nomi non troveremo mai nei libri di Storia, che sono scritti dai vincitori. Non è un romanzo femminile, attenzione: è un romanzo di femmine, questo sì, di donne arrabbiate che vogliono poter decidere del proprio destino, anche della propria infelicità, nel caso. Del resto, se gli uomini muoiono in battaglia, chi resta a difendere casa? Le donne di Gràcia, guidate da Marianna, imparano a conoscersi e a comprendersi (e si odiano pure, a volte), trovano il tempo per il pianto, la preghiera e l’azione, per il silenzio e le urla d’attacco. Ci sono anche i maschi, sia chiaro: i figli, soprattutto, la giovinezza, e i mariti spesso solo in foto. E’ un grande affresco, il romanzo di Carla Gràcia Mercadé, in cui ogni emozione ha un volto e un nome, ogni ideale è un gesto o un’azione, come succede nella vita di ogni giorno, anche di quei giorni che iniziano come mille altri ma si ricorderanno per sempre.  Ma scopriamo anche che Marianna, neonata , fu accolta in casa Lledó, la famiglia proprietaria della grande fabbrica che dà lavoro alla popolazione di Gràcia, dove crebbe accanto (ma sempre un po’ al di sotto)  ai due fratelli Marcian e Félix (il sole e la notte) fatalmente attratti dalla bellezza della ragazza, e che si innamorò e si sposò (non necessariamente si tratta dello stesso uomo), e fu tradita e tradì e, non sapendo più come uscire da una vita pesante come la morte, decise di scomparire e tornare con un nuovo bagaglio di ricordi, quelli della casa di Mastro Fabra, che la accolse come una figlia tra i figli naturali (cinque!). Inesorabilmente, i ricordi tornano a tormentare Marianna, fino a quando si materializzeranno e invaderanno il suo presente, anzi lo risucchieranno: allora, la giovane donna dovrà fare i conti con l’amore, la passione ma anche il senso di colpa, l’errore e l’orrore, con Marçal e con Félix – un personaggio davvero sorprendente anche se non sempre in senso positivo, di cui non dico nulla perché vi rovinerei il piacere della scoperta… – e con la sua famiglia, come le spiegherà il notaio (di più non posso rivelare!).  Dice Marianna: “Tutti abbiamo bisogno di svelare misteri, disfare nodi e trovare il filo. Perché se no, non c’è verità. Un piccolo inganno rappresenta un’intera vita d’inganni”. E così fa Marianna, per sé e per la sua gente: la libertà ad ogni costo, la verità a qualsiasi prezzo. Nella voce di Marianna percepiamo un dolore universale declinato nell’individuale, perché Sette giorni di grazia è pure un romanzo sociale: nella battaglia si scontrano i due estremi della prima società industriale, i padroni e gli operai, e due modi di intendere la vita: quelli che uccidono e quelli che si lasciano uccidere, come spiega Marianna, opponendo Félix a se stessa. Le citazioni che incontriamo all’inizio dei sette capitoli dedicati a ciascun giorno della battaglia sono tratti da opere che contengono questi due elementi: La Tempesta di Shakespeare, i Miserabili di Hugo, Il Conte di Montecristo di Dumas, Middlemarch di George Eliot (con il suo nome di battesimo, femminile)…  Non si può non stare dalla parte di Marianna, questo grande personaggio che racchiude in sé un universo di emozioni e che ha la forza di fare la rivoluzione, ma insieme si scopre fragile e vulnerabile, eppure sa bene equale siano le azioni da intraprendere e tutto il resto, se stessa inclusa, viene dopo.  Arriverete alla fine senza fiato, e, questo ve lo posso dire, rimarrete anche senza parole!

Carla mi ha accompagnato da lontano nella lettura del suo  romanzo e alle domande che mi venivano in mente per strada ha risposto con attenzione e affetto (per me e per Marianna!) e giuro che non ci sono spoiler!

Carla_foto4_b

Scrivere un romanzo che è anche un romanzo storico vuol dire studiare e ricercare un sacco. Com’è andata per te?

La documentazione e l’ambientazione storica sono elementi chiave. Ci ho lavorato tre anni, insieme alla strutturazione e alla creazione dei personaggi. Per me  non era tanto importante che Sette giorni di grazia fosse un romanzo storico quanto che io  e il lettore sentissimo la storia delle persone come loro la vissero, perché non impariamo fai fatti, ma dalle esperienze di vita. Era molto più importante percepire l’odore, i piccoli dettagli, il modo di vivere e pensare, o il suono, che non imparare lo svolgimento dei fatti (che pure ho ricostruito in modo molto accurato e preciso). La mia intenzione era di creare un mondo, non di rappresentarlo

Certo che di materiale ne hai raccolto e inventato parecchio… Come hai organizzato la materia narrativa, come hai gestito i due livelli temporali in cui è divisa la storia di Marianna, come hai deciso che voce dare al tuo romanzo? A me è piaciuto molto per esempio che i pensieri dei personaggi arrivino senza mediazione al lettore…

Il gioco dell’alternanza tra presente e passato per indicare il momento in cui ci troviamo nel romanzo nasce da una serie di prove e di errori. Era imprescindibile una struttura con il filo conduttore della rivolta che però contemporaneamente facesse luce sugli eventi del passato. Tuttavia mi spaventava l’idea che il salto tra i due livelli potesse disorientare  il lettore, però credo che il cambio del tempo verbale sia un codice facile da capire e che ti offra, a volte, il medesimo punto di visto dei personaggi, che ricordano, al passato, tutto quello che gli è capitato.
Sono contenta che ti piaccia l’espressione dei pensieri più intimi in modo diretto. Questo fu per me un grande dilemma: capivo che in momenti tanto profondi come la preghiera, la supplica, l’angoscia di una guerra, il narratore non era nessuno per parlare al posto dei personaggi. Sarebbe stato troppo poco o, al contrario, esagerato. Ma non potevo scrivere un romanzo in prima persona perché allora non avrei potuto raccontare molti fatti necessari, né avrei raggiunto quel tono epico che vivono i personaggi e con loro il lettore. Così, dopo lunga riflessione e grazie all’influenza di autori come Jaume Cabré (è fantastico, per fortuna è stato tradotto anche in italiano!), arrivò questa soluzione. Ho fatto molte prove e mi resi conto che così si capiva e che mi permetteva di mantenere tanto lo sguardo generale, quanto quello individuale. E, a dir la verità, mi faceva vibrare!

I latini dicevano “Nomen est omen” e nel tuo romanzo sembra che i nomi vestano i personaggi come una seconda pelle: Marianna (Maria, madre di Cristo e quindi di tutti i cristiani + Anna, madre di Maria) è una sorta di arci-madre, di mamma all’ennesima potenza, infatti si prende cura dell’intero popolo di Gràcia; Félix nasce con le premesse per diventare l’uomo più felice del mondo, contrapposto al cugino Marçal, che obbedisce agli ordini come un buon soldato; Benets, Mastro Fabra, è una sorta di pater familias mosso da nobili ideali; il capo della famiglia Lledó, il rigido e antiquato Pacià e Bonell, il precettore buono che cerca di rammendare quello che Pacià strappa; o ancora Eugenio de Gaminde, che viene sempre introdotto con tutti i suoi titoli militari (Capitano generale del principato di Catalogna), dietro ai quali cela la sua codardia, vigliaccheria, brama di potere. Non può essere un caso…

I personaggi portano il nome che più li caratterizza. E sono completamente d’accordo con te, il nome ci serve per avvicinarci a loro. Questi nomi mi hanno parlato per tutto il tempo in cui ho scritto il romanzo, ho vissuto con loro. Dickens fu uno dei miei riferimenti: Olver Twist e, soprattutto, Tempi difficili, proprio con Pacià e i suoi oppositori. A mio parere, Dickens era un genio a creare personaggi profondi, duri ma che a volte ti predispongono ad una certa compassione. In ogni modo, si percepisce sempre l’ignoranza interiore che hanno e che è causa della loro stessa disgrazia.

Cosa scopriamo di te dal tuo romanzo? Cosa ci dice del presente il tuo romanzo storico?

M’è piaciuto molto il tuo commento su come i personaggi esprimano la propria rabbia in due parole, è in parte il mio stile naturale, anzi più che stile è il mio modo di vedere il mondo. Le persone non sono abituate a esprimere e o descrivere in dettagli le emozioni: lo facciamo con parole corte, paragonando quello che sentiamo a cose che abbiamo già vissuto. Le fioriture, quelle le usiamo per dire cose false. Credo che il cuore sia un padrone di poche parole che commuovono. Anche i miei personaggi  mi parlano così e non ha sentito necessario abbellire qualcosa che di per sé già diceva così tanto.
La lotta del popolo di Gràcia ci pone una domanda che si ripete tutti i giorni: vale la pena? Oppure, ne valse la pena? Trovo il momento in cui viviamo molto interessante: senza piccole azioni di tanti sommate tra loro non avremmo ottenuto il mondo in cui viviamo, nel bene e nel male e se vogliamo cambiarlo, probabilmente è ancora questa la via. Senza dimenticare le nostre responsabilità prioritarie, però sentendo che, in quanto umanità,  non siamo separati dalla nostra storia passata e futura.

Chi sono le donne del tuo romanzo? Dacci tre aggettivi per Marianna, la grande protagonista!

Lo donne sono il cuore di questo romanzo. Marianna, Ermínia, Doña Consol o Amália. Le donne sono state costrette al silenzio in molti modi nella storia. Attraverso la pausa, un’idea distorta della sicurezza e della protezione, persino in nome dell’uguaglianza. Eppure non hanno mai smesso di lottare e anche di affrontare le contraddizioni: l’amore per qualcuno che non le ama, la fedeltà senza amore, la libertà in solitudine, la limitazione dei sentimenti forti come ira o rabbia. Tutte le donne che parlano nel romanzo lottano soprattutto per la loro libertà, quella profonda, del cuore.
Marianna parte idealista, temibile e sensibile ma alla fine è coraggiosa, compassionevole e libera. Mariana compie il percorso che la porta ad uscire dalla sua personale disgrazia per arrivare alla lotta per gli altri. E non fanno questo le donne? Ho usato sei aggettivi al posto di tre, ma era necessario!

Spesso nel romanzo ascoltiamo i personaggi pregare: non credo però che sia solo la preghiera dei cattolici, mi sembra una dimensione più profonda e universale…

La preghiera è importante, il suo significato profondo è cruciale. Infatti, la Grazia del titolo non fa solo riferimento all’allora cittadina di Grazia, bensì si riferisce soprattutto a           quei momenti di Grazia, di vicinanza alla trascendenza dell’anima, quei momenti in cui gli esseri umani tirano fuori la part e più profonda di se stessi, buona o cattiva che sia. Così, la preghiera rappresenta il ritorno alle origini, alla necessità di trascendenza nei momenti limite, quei momenti di dolore tale che non puoi rimanere del tutto connesso alla Terra

Grazie Carla!

Carla Gràcia Mercadé
SETTE GIORNI DI GRAZIA, Salani, trad. S. Cavavero

torre settegiornigrazia