Smile, sei sui #SundayBooks!

paola rinaldidi @Paola Rinaldi

Ogni tanto penso che il fascino dell’arte, nel suo senso etimologico di ciò che è fatto, prodotto, stia in quel paradosso nel quale siamo incappati tutti almeno una volta: “guarda che bello, sembra finto” (detto di ciò che è naturale, come un fiore), ma anche “guarda che bello, sembra vero” (detto di ciò che è finto ma riproduce qualcosa di naturale, come un quadro che ritrae un fiore). E’ il mistero della verosimiglianza: la quale a volte crea finzioni, cioè bugie, che tuttavia rendono la realtà da cui partono ancora più reale, ne amplificano la verità all’ennesima potenza. Di questo trattano, anche, i tre libri di oggi: lo fanno con le parole, ma anche con le immagini. Che volete di più!

cover

dolce carezzaWilliam Boyd, una dolce carezza, Neri Pozza, trad. M. Ortelio IN LIBRERIA DA GIOVEDÌ  23 GIUGNO

William Boyd ha collezionato una ragguardevole serie di premi per le sue opere (non tutte tradotte, ma quelle in italiano sono tutte edite da Neri Pozza): ora, tendenzialmente i premi mi fanno venire rush cutanei, ma accidenti, Boyd  sa scrivere davvero bene, dà vita a personaggi che non solo sono realistici e coerenti, ma vivaci e attraenti… In soldoni: il romanzo di Boyd questa volta è la costruzione di un diario in cui la famosa fotografa ora in pensione  Amory Clay racconta gran parte della propria vita, in cui professione e privato sono indissolubilmente legati. Anzi: delle sue tante vite, come recita il titolo inglese per intero (Sweet Caress: The Many Lives of Amory Clay, le molte vite di Amory Clay). Amory ha quasi settant’anni (siamo a cavallo tra il 1977 e il 1978) e ripercorre la sua vita nel Diario di Barrandale, in cui annota i suoi ricordi e riflessioni, intervallati da alcune foto che recupera dai suoi bauli.

Ovviamente, Amory Clay è un personaggio inventato. Inventato è il romanzo di Jean-Baptiste Charbonneau (altro personaggio d’invenzione), che Amory cita come epigrafe e che dà il titolo al romanzo di Boyd. Inventate sono le didascalie delle foto che Boyd ha utilizzato spacciandole per opere di Amory, che sono fotografie che l’autore ha raccolto qua e là (Boyd è un appassionato della fotografia, come racconta egli stesso). La cosa buffa è che poi scopriamo che davvero esisteva uno scrittore che si chiama Jean-Baptiste Charbonneau, “uomo di due mondi” e non ha nulla a che fare col nostro, anche se pure lui vive in due mondi, e che la foto che ritrae Amory Clay nel 1928 all’inizio del libro, descritta come “photograph of an unknown woman, found at a bus stop in Dulwich”, pare essere la foto di Martha Fiennes, la famosa (e reale, questa sì) regista di film, sorella dell’attore Ralph Fiennes: ma non è una coincidenza meravigliosa? La fantasia insegue la realtà che poi supera la fantasia! Così, i ringraziamenti di Boyd alla fine del romanzo sono solo una lista di nomi: si tratta di alcune delle famose fotografe realmente esistite a cui l’autore deve aver pensato mentre scriveva il romanzo, e che, coerentemente con il pastiche che è quest’opera, a volte compaiono nei diari di Amory, (Hannelore Hahn a Berlino, Mary Poundstone in Vietnam), punto di contato tra realtà e fantasia, ma in molti casi rimangono spunti d’ispirazione per personaggi con nomi diversi. I diari di Amory sono una riflessione inventata su ciò che è accaduto sul serio, a cominciare dagli scenari di guerra fermati dallo scatto della macchina fotografica. Amory (con le sue colleghe fittizie) racchiude l’essenza di molte figure reali, avendo però una propria personalità unica e indimenticabile. Il prologo fornisce la chiave di lettura di questo personaggio così forte: nonostante tutto, sono le risa, la luce, ad attirare l’attenzione di una giovanissima Amory, e la gioia di vivere sarà appunto il motore che spingerà la protagonista a lasciare la tranquilla Inghilterra per inseguire la Storia a Berlino, New York, Parigi, sui campi di battaglia della Seconda Guerra Mondiale in Europa e poi, dopo un’interruzione ‘domestca’, in cui Amory trova posto per il matrimonio e per la maternità (lei che pensava di non poter aver più figli dopo un pestaggio dei nazisti, si ritrova madre felice e sorpresa di due gemelle!), in Vietnam. Da fotografa di nobili alle feste, a fotografa di guerra: un bel salto. D’altronde, sembra che la guerra solchi la vita di Amory dal principio: il padre torna dalle trincee della Grande Guerra irrimediabilmente ‘guasto’, il marito porterà dentro di sé un dolore distruttivo dopo aver partecipato alla Seconda Guerra Mondiale, al fratello poeta soldato andrà anche peggio, persino le due gemelle avranno in eredità qualcosa di questa terribile esperienza paterna. Ma Amory vive voracemente, tra i suoi numerosi amanti, le amiche e le colleghe, schivando quasi sempre i pericoli. E’ sempre la vita ad essere catturata dai suoi scatti, è la vita che Amory celebra con le sue foto, e paradossalmente è questo sua attaccamento alla vita che la rende quasi amica della morte, quando vede avvicinarsi la fine della sua avventura. Boyd crea un personaggio che onora il coraggio delle donne senza scrivere un romanzo femminile, perché Amory a volte è ‘maschile’ nel suo modo d’agire (d’altronde Amory era un nome dato anche ai maschi!), persino nel suo essere madre, e non sarà un rapporto facile, quello con le gemelle, come del resto non lo fu quello con la sua, di madre, né il fratello e la sorella, divenuta famosa pianista (pure lei piuttosto lontana dal cliché romantico dell’artista e della donna in generale). Ma si tratta anche di un romanzo che viaggia nelle epoche della cultura occidentale del Novecento: non ci sono i grandi avvenimenti, ma pure per i risvolti più privati e quindi più di costume che hanno cambiato completamente il volto della nostra società, e che entrano nella vita di Amory grazie ai tanti (ma non troppi) personaggi che Boyd pone accanto alla donna. Così si incrociano tematiche come l’omosessualità, la trasgressione, il sessismo, la rivoluzione degli Anni Settanta… E il finale è commovente e vigoroso: la vecchiaia è lì, oggettivamente, con le sue conseguenze invalidanti. Ma Amory sente ancora “la dolce carezza della vita”, che pure qualche volta l’ha presa a schiaffi, e finché sarà così, proseguirà il suo “soggiorno su questo piccolo pianeta”.

un dio in rovina

Kate Atkinson, UN DIO IN ROVINA, Nord, trad. A. Storti

Da una donna che fotografa la guerra, a una che la racconta e che sembra avere dinanzi le foto di Amory.

Il bel romanzo di Kate Atkinson del 2013, Vita dopo vita, che vi consigliammo a tempo debito qui,  ha fatto conoscere ai lettori la famiglia Todd. Uno dei membri della famiglia era il fratello minore di Ursula – quella che nasce, nuore e rinasce, quindi rimuore e così via –, Teddy Todd: nel finale, Teddy sopravvive e diventa un pilota della R.A.F. nella Seconda Guerra Mondiale, poi viene prima dato per disperso e quindi per morto durante un raid nel 1943. A sorpresa, però, Teddy ricompare alle fine della guerra, dopo aver trascorso due anni come prigioniero in Germania. Ecco: Un dio in rovina è la storia della guerra di Teddy (che è il dio in rovina, a ben vedere) e di ciò che la guerra lascerà dietro di sé, una volta finita: non un sequel, dunque, quanto piuttosto una deviazione, forse Atkinson semplicemente non se la sentiva ancora di abbandonare questa sua creazione. Meglio per noi! A ben vedere, c’è altro che lega questo romanzo a Vita dopo vita: anche qui, la narrazione si sposta avanti e indietro nel tempo, cosicché un capitolo dedicato all’infanzia di Teddy nel 1925 si affianca ad un frammento di infanzia dei suoi nipoti nel 1980, prima di saltare di nuovo indietro al 1947, quando Teddy e sua moglie Nancy, poco tempo dopo le nozze, stanno cercando di cominciare una vita dentro la devastazione postbellica. La decisione di interrompere lo scorrere lineare del tempo, di stravolgere la cronologia, permette all’autrice di rivelare i suoi personaggi a pezzetti: è come se squarciassimo qua e là la tela di cui è fatto il romanzo, e quindi cogliessimo un attimo, un’immagine senza però vedere tutto il resto. Atkinson ci permette di vedere un dettaglio, zooma senza mettere a fuoco tutto quello che sta intorno, e quindi ci nasconde volutamente informazioni vitali che contribuiscono a creare i misteri che costituiscono il centro, il cuore della storia. Per esempio, perché l’unica sua figlia, Viola (una ex-hippie che è diventata una scrittrice assai popolare, e c’è da credere che ci sia una buona sorte di autoironia in questo personaggio da parte di Atkinson!) romanziere popolare) coi suoi due figli Bertie e Sunny, è così arrabbiata, acida nei confronti di Teddy, perché sembra volerlo punire così duramente? Solo molto più tardi scopriremo quel segreto che i due serbano chiuso nel cuore per decenni, senza sapere che pure l’altro ne era a conoscenza. E quando anche finalmente ci sarà la grande rivelazione, Viola rimarrà comunque un personaggio piuttosto terrificante, sia come figlia che come madre, ma sarà anche la fonte principale di quell’umorismo sobrio che permea il romanzo. Comunque, è senza dubbio la storia della guerra di Teddy ad essere il motore del romanzo. Atkinson si è fatta una cultura sull’argomento, basta vedere la bibliografia in fondo al romanzo; ma di opere documentaristiche sulla Second Guerra Mondiale ce ne sono a bizzeffe, lo sappiamo. Quello che invece riesce assai bene all’autrice è quell’alchimia sfuggente che trasforma le statistiche e ricordi in una rappresentazione drammatica senza mediazioni, come se tutto avvenisse sul palcoscenico di un teatro e noi fossimo gli spettatori. Le parti che descrivono con ricchezza di dettagli i raid a cui partecipa Teddy sul suo bombardiere, sono straordinari esempi di scrittura drammatica, così pieni di vita da trasmetter quasi sensazioni fisiche. Né Atkinson tace o sfugge le atrocità più grottesche della guerra. Un dio in rovina, come già suggerisce il titolo, è un romanzo sulla guerra, la cui ombra si proietta anche sulle generazioni che non l’hanno mai conosciuta. Ma è anche un romanzo sulla finzione, sulla fiction, sulla scrittura e sulla consapevolezza dello scrittore (anche in questo si avvicina a Vita dopo vita): il libro si conclude con una spettacolare capovolgimento che farò infuriare alcuni e delizierà altri, ma sicuramente ci costringerà tutti a rivedere il modo in cui noi intendiamo la finzione e l’utilizzo della fantasia. Un Dio in rovina, insieme con la sua prima creatura, una sorprendente prova di Atkinson, e la conferma che la sua scrittura, che sfida la rigida divisione della narrativa in generi, continua a sorprendere e stupire: è una prova magistrale, a tratti anche esilarante, di un’autrice che sembra decisa a porsi sfide ardue, per niente intimorita dalle difficoltà, e alla fine le supera con la lode.

tutte-le-strade-sono-aperte-397x550Annemarie Schwarzenbach, Tutte le strade sono aperte, Il Saggiatore, trad. R. Perret

“A tavola la cara e bella A.M. Scwarzenbach”, annota Thomas Mann nel suo diario nel febbraio 1936. Per chi conosce la difficoltà di Mann per i complimenti, è già chiaro che questa giovane donna (di cui Mann apprezza il look piuttosto mascolino in un altro passaggio) doveva avere qualcosa di speciale, non solo per l’amicizia che la legava ai due fratelli Klaus ed Erika Mann (e che le era costato l’accesso alla Germania: la famiglia Mann non era molo simpatica ai nazisti…). E a Thomas Mann piace nonostante quel suo problemino: “amabile e morfinomane”, segna Mann. Annemarie, figlia di industriali zurighesi, è laureata in storia ma lavora come  giornalista e scrittrice free lance. In alla fine degli anni Trenta lavora ai suoi reportage di viaggi ma soprattutto entra in un circolo vizioso di esaurimenti nervosi e dipendenza dalle droghe, acuiti dalla sciagurata svolta che prende la situazione politica europea. Un nuovo viaggio può essere una via d’uscita, l’inizio di una nuova vita e il caso è benevolo con Annemarie quando le affianca come compagna di spedizione Ella Maillart, autrice di letteratura di viaggio di Ginevra, di pochi anni più vecchia. La meta è l’Afghanistan, che Ella aveva già girato in bus: in valigia ci sono macchine da scrivere, macchine fotografiche e un passaporto diplomatico che male non fa, e con la Ford corrazzata offerta dal padre, Annemarie ed Ella arrivano al confine tra Persia e Afghanistan a fine luglio 1939 e un mese dopo sono a Kabul. Lo scoppio della guerra in Europa sconvolge Annemarie che ricomincia a drogarsi, e la sua compagnia di viaggio decide di proseguire d asola per altre vie, nell’ottobre del 1939. Ad Annemarie non resta che imbarcarsi, a Bomaby, sulla nave che la riporterà in Europa, e a bordo comincia a riflettere su quel viaggio interrotto. Tutte le strade sono aperte è il titolo della raccolta che nasce da una selezione di oltre ottanta articoli e fotoreportage che Schwarzenbach ha scritto in relazione al suo viaggio in Afghanistan e viene dopo due altri volumi di reportage, dall’Europa e dall’America. Nonostante l’epilogo improvviso, il viaggio in Afghanistan è attraversato da un vento ottimista, vi si respira un sentimento di libertà e in essi si trova un buon equilibrio tra la descrizione degli stati d’animo e l’oggettività. Poetiche sono le descrizioni dei paesaggi (il Monte Ararat suggerisce ad Annemarie anche alcuni versi), mentre le parti dedicate alla società e ai legami familiari sono ricche di dettagli. La travolgente ospitalità che incontrano Schwarzenbach e Maillart è insieme possibilità e limite della loro esperienza: Annemarie non si lascia ingannare e coglie la triste esistenza delle donne sotto il chador, donne che “non sanno che si può vivere in un altro modo”, e la scrittrice esprime con grande coinvolgimento la necessità di emancipazione, di ‘illuminismo’ in questa notte della ragione in cui permane la condizione femminile. Anzi, ci crede proprio nella dialettica del  progresso: quel progresso che, per Annemarie, è in arrivo in ogni ambito, anche lì si impara a leggere a scrivere, si stabiliscono i diritti civili, si pagano le tasse, si fa il servizio militare, si costruiscono strade e si producono cannoni.  Mentre Scwarzenbach scrive queste cose, i cannoni europei fanno sentire la loro voce. Che tutte le strade siano aperte (al progresso, al miglioramento), si rivela sfortunatamente una grande illusione. Per fortuna, agli inguaribili viaggiatori, come lei stessa ama definirsi, rimane il ritorno (fuga?) in Svizzera e la passione per la scrittura. Nelle pagine di questo diario di viaggio rielaborato in patria, che al reportage di viaggio aggiunge la riflessione personale,  i nomadi con cui beve il tè nelle tende del deserto, i luoghi che ancora non conoscevano il turismo (né il terrorismo), le tempeste di sabbia esprimono anche le bufere interiori di questa tribolata autrice di grande talento, morta ancora giovane, nel 1942, la cui inquietudine ha catturato molto bene Melania Mazzucco nel romanzo-biografia Lei così amata.

Il Saggiatore, l’editore italiano delle opere di Annemarie Schwarzenbach, è molto affezionato alla scrittura dell’autrice svizzera e Matteo Battarra, l’editor della narrativa straniera, spiega qui perché le opere di Annemarie vadano ben al di là dei reportage di viaggi e si collochino in realtà all’interno della letteratura vera e propria. Dateli retta!