Giallo come il sole d’estate   #SundayBooks

paola rinaldidi @Paola Rinaldi

Tempo d’estate, tempo di gialli. Se, quando andiamo in ferie, preferiamo portarci dietro libri di squartamenti e orrori, è perché evidentemente abbiamo proprio bisogno di una vacanza, e comunque sempre meglio sfogarsi sulla carta che in metropolitana…

Non sono una patita del genere (di nessun genere, devo dire), ma ci sono alcuni scrittori che sono così bravi, da riempire la rigida struttura del giallo con tali architetture psicologiche da farci quasi scordare che stiamo aspettando di scoprire chi sia l’assassino, e utilizzano una lingua che ci porta lontano anche se magari quest’anno non ci muoviamo da casa nostra. Ecco, ve ne offro tre esempi, anzi due e uno che è un po’ poco giallo, ma tanto bello da far impallidire il sole!

PS: il terzo giallo con tutti i crismi esce il 7 luglio, non vi dico niente, sta qui!

la vedovaFiona Barton, La vedova, Einaudi, trad. C.Palmieri

Fiona Barton esordisce davvero in maniera convincente: con questo sua opera prima, ma anche letteralmente, perché l’incipit del suo giallo ti acchiappa e ti porta via con sé.  Niente dissezioni o paroloni scientifici da “CSI”, qui si parte da un caso da “Chi l’ha visto?”: Bella Elliot, una bimba di due anni, scompare dal giardino di casa. Tutte le ricerche si rivelano infruttuose. La polizia si concentra su Glen Taylor, il padre, ma Bella (o il suo corpo, si teme) non viene mai ritrovato e Glen è rilasciato. Il romanzo si apre quattro anni dopo – quattro anni in cui Jean, la moglie, è stata accanto al marito che non può credere sia un mostro (anche se effettivamente guardava un po’ troppo spesso foto di bimbi piccoli, a pensarci bene…) – , quando Glen muore in un incidente d’auto e il caso rimane irrisolto, con grande giubilo da parte della stampa, che incalza con ancora maggior pressione. La vedova del titolo, Jean Taylor appunto, è perseguitata da una insistente giornalista di cronaca nera, Kate Waters, che  sfrutta la sua capacità di entrare in empatia con la donna per carpire dettagli e rimanere incollata alla storia, suscitando grande invidia tra i reporter delle testate rivali. Ma chi sta davvero manipolando chi? Le lotte di potere non sono finite con la morte di quel marito strano e insignificante (ma che Jean amava così taaanto). Barton si concentra sul rapporto simbiotico e spesso scomodo tra polizia, media e vittime o testimoni. Se la madre di Bella è inizialmente intimidita dall’attenzione della stampa, rapidamente si ricompone e inquadra molto bene il valore della sua presenza, dei suoi interventi. La sua abilità nel trattare coi media è tanto ammirevole quanto abominevole, visto che stiamo parlando di una tragedia che l’ha (o avrebbe?) colpita doppiamente. E, naturalmente, c’è la grande domanda sul motivo per cui Bella fu lasciata sola così a lungo quel giorno. Ogni parte è contraddistinta dal titolo  che si riferisce al personaggio di cui assumiamo il punto di vista, quindi la vedova, il detective (Bob, che si era occupato del caso all’inizio), la giornalista e così via. Tuttavia, solo Jean parla in prima persona e ci rende testimoni di prima mano delle sue azioni e dei suoi pensieri (sorprendenti, perché scopriamo che in effetti si è sentita sollevata alla morte del marito, con le sue cose senza senso… una frase agghiacciante lasciata lì abilmente a fermentare nel nostro cervello). E dunque: Jean è stata complice di Glen? O ne era succube? O davvero non s’è accorta di niente? E prima ancora: Glen è veramente colpevole?   Jean, pur non essendo esattamente simpatica, suscita nel lettore una certa compassione (non deve essere bello trovarsi al centro della bufera per tutto questo tempo), ma anche il rapporto tra Kate e Bob è ben costruito: sono dalla stessa parte, anche se non nella stessa squadra, e Barton sa bene come funziona almeno dal lato di Kate, visto che è stata giornalista per anni – non per niente i passaggi dedicati alla stampa sono forse i meglio riusciti, nonostante tutto il romanzo sia sostenuto da una suspense sempre in crescendo, anche se si tratta, di fatto, di un cold case e la tensione nasca da un’osservazione alla lontana, da come i singoli personaggi tentino di reagire a indagini assai dilatate nel tempo. Barton tesse abilmente una storia che ci ricorda che sì, possiamo essere ingannati da altri, ma possiamo altrettanto facilmente ingannare noi stessi. La percezione è una strada a doppio senso, perché non si sa mai se essa registri la realtà o se invece non ci mostri la realtà come vorremmo che fosse. Di chi ti puoi fidare, in ultima analisi? E il dubbio investe non solo gli altri, bensì pure noi stessi, in prima persona. La vedova ci ricorda che le relazioni, i rapporti interpersonali non sono mai tutti buoni o tutti cattivi, bianco o nero: per chi li vive, il mondo è costantemente e solo in grigio

Nel nome di mia figliaLousie Doughty, Nel nome di mia figlia, Bollati Boringhieri, trad. M. Faimali

La trama ruota attorno alla morte di Betty, una bimba di nove anni, che viene investita da un’auto mentre torna a casa da scuola per incontrare sua madre, Laura. Doughty inizia il libro con una bella dose di drammaticità: due agenti di polizia stanno comunicando alla madre la ferale notizia. E già prima di pagina 10, Laura deve identificare il corpo di sua figlia: il suo cervello scioccato osserva a rallentatore come il viso della bambina sia ancora ben composto, rovinato solo da quell’unico segno, un lungo graffio sulla fronte, che è stato ripulito dalla sabbia  e dal lerciume. E’ un inizio di straordinaria potenza, proprio grazie al controllo teso che Doughty esercita sul dolore viscerale della madre e ci fa entrare immediatamente in empatia con Laura, pur conoscendo molto poco di questa donna e del suo rapporto con la figlia. La storia si sviluppa senza dare tregua: il tema è tetro e insieme trascinante. Bastano poche pagine per capire che si tratta di un romanzo costruito magistralmente, al tempo stesso avvincente e tenero.

Doughty tesse la sua trama avanti e indietro tra presente e passato, ricostruendo le varie situazioni fino alla  morte di Betty con precisione lirica. La storia d’amore di Laura con David, l’uomo che diventerà poi suo marito, è descritta quasi in termini ossessivi. Il matrimonio finisce e rimane l’acredine,  David mette su casa con la sua nuova compagna, che presto rimane incinta. Laura, colma di risentimento, si sente abbandonata, è sola ad occuparsi dei figli in una cittadina della costa inglese sempre più popolata da lavoratori immigrati e giovani teppisti . In questo contesto cupo, Laura comincia a ricevere lettere anonime che la rimproverano per il fallimento del suo matrimonio. L’infedeltà di David e la morte di Betty sono i due assi attorno a cui si svolge la trama e nella mente di Laura diventano due momenti in cui malevoli forze esterne hanno strappato via dalla sua vita le persone che ama va di più. La sua psiche spezzata è consumata da pensieri di vendetta – contro l’uomo alla guida dell’auto che ha ucciso sua figlia e contro l’amante che le ha rubato il marito. Doughty percorre in maniera convincente la discesa di Laura nei più oscuri recessi del suo dolore, suscitando la nostra comprensione, anche quando le azioni di Laura si fanno moralmente dubbie e sfociano in una certa instabilità mentale. La potenza emotiva della prosa di Doughty è tale che il lettore è complice nel viaggio di Laura dalla perdita alla punizione. Siamo costretti ad affrontare l’oscurità che sta sotto la pelle di Laura, ma anche sotto la nostra. Il risultato è un romanzo eccellente anche se brutale, che continua a turbare il lettore anche molto tempo dopo ave letto la sua ultima riga.

un_giorno_di_festa_01Graham Swift, Un giorno di festa, Neri Pozza, trad. L. Briasco

Jane, una delle donne di servizio di casa Niven, trascorrerà questo giorno libero (è la Festa della Mamma ed è tradizione che la servitù sia in ferie) col suo amante, quel Paul Sheringham scampato alla guerra (è il 30 marzo 1934), che si sposerà a breve con  Emma Hobday, altro illustre casato del Berkshire. L’occasione è ottima: i Niven e gli Sheringham hanno invitato al loro classico picnic anche gli Hobday, tutte le case sono vuote, Paul inventa la scusa che deve studiare un po’ e si presenterà alla festa familiare solo più tardi.

In questo giorno in cui tutto è all’incontrario, Jane entra dalla porta principale a Casa Sheringham, dove Paul è diventato suo servo  (ha persino accompagnato in auto le due giovani donne di servizio della tenuta alla stazione!), e quando Paul la lascerà sola per raggiungere la promessa sposa, sarà padrona dell’intera magione, potrà scendere in cucina e mangiare e bere quello che Paul ha lasciato per lei, senza riassettare o riordinare nulla. Jane vaga nuda, come nudi sono stati lei e Paul per la durata del loro incontro – una nudità provocatoria, più che provocante, e sfrontata ma allo stesso tempo naturale, che mette a proprio agio Jane m anche il lettore – , e visita quelle camere deserte una ad una, con la consapevolezza di sé che aumenta ad ogni passo. In biblioteca si avvicina ai libri che ama di più, quelli ‘da maschi’, da avventura, quelli che erano stati dei figli del Signor Niven e dei due fratelli di Paul, tutti morti in quella guerra che ha tolto la gioia serena per lasciare posto, nei sopravvissuti, ad una gioia di rivalsa, li sfoglia e li preme contro i seni nudi. Poi prosegue fino a quando decide che è ora di tornare a casa, per continuare la lettura del romanzo di Conrad che tanto l’appassiona (ormai sa leggere anche libri ‘impegnativi’,  Jane quasi è grata a sua madre che, nell’abbandonarla in un orfanotrofio, le ha regalato il lusso di una educazione scolastica, sostenuta poi dalla coppia dei Niven). Ma questo giorno così particolare, l’ultimo giorno come amante di Paul, le offre una tragica, inaspettata sorpresa, che contraddice tutto quello che Jane aveva immaginato fino ad ora per quel giorno. Il 30 marzo 1934 sarà l’ultimo giorno in senso più assoluto, più… definitivo. E che vita sarà quella di Jane – del resto, le tre parole dell’epigrafe iniziale, “Andrai al ballo!”, ce lo avevano anticipato con chiarezza: è la promessa che la fata fa a Cenerentola; quel ballo, quella festa, che cambierà per  sempre la vita della sguattera maltratta dalle sorellastre, anche se Jane non ha nemmeno bisogno di un principe, a ben vedere. E sulla magia, ecco lì dobbiamo metterci d’accordo, perché se la fata ha la bacchetta, Jane (e prima di lei, Swift) ha la penna e i suoi incantesimo non scadono alla mezzanotte.

Non so se Un giorno di Festa . Una storia d’amore , sia un capolavoro, come è stato definito dalla critica inglese, perché spesso si abusa di termini di questo tipo. Certo è che ci si avvicina molto,  per questo sta qui  pur non essendo un giallo (qualche mistero c’è, ma non sta lì il senso del libro, anche se la possibilità di ri-narrare la realtà ogni volta includendo il possibile, oltre che l’accaduto, ci fa riflettere su quello che capita a Paul, per dirne una, e allora il romanzo diventa un giallo in cui il lettore detective cerca di scoprire la verità, cioè la versione più probabilmente vera ecco), era da tempo che non leggevo un romanzo così perfetto nella struttura, nella lingua e nella storia. La “politica della nudità” e il silenzio che connotano l’incontro tra Paul e Jane, che, dopo anni e anni e anni e anni, da scrittrice affermata dirà che le parole (mai troppo affidabili) avvolgono la realtà e la definiscono permettendoci di dirla, di parlarne, ci fanno venire un dubbio seducente: senza abiti e senza parole vuol forse dire che Jane e Paul sono nella condizione ancora del possibile? Che sono la materia di cui è fatta la letteratura, quella materia a cui Swift decidere di dare la forma di questo romanzo breve… In questa novella non c’è una parola in più o in meno del necessario, e la magia, il fascino, inizia già dal titolo: quale festa (della mamma), per una che è orfana? quale amore (per uno che si sta per sposare e va a letto con un’altra o per uno scrittore che muore poco tempo dopo o per se stessi riflessi nudi in unospecchio)? Ma soprattutto, quale storia (le tante ‘scene’ a cui pensa Jane, anche se poi solo ad alcune darà sostanza)? Ecco, il romanzo per me sta tutto o quasi in quest’ultima domanda. Eros e Thanatos, funzione e realtà, apparenza e verità. Il libro è breve e vale la pena leggerlo più volte per trovarci ogni volta un romanzo nuovo. Non soffermarsi troppo sui nomi delle cose, che sono puri accidenti, per andare a cercare il cuore più vero delle cose, modulando le espressioni nostre su di esso. Tra le tante scene che Jane vive, ha vissuto, avrebbe potuto vivere, c’è anche la sua passione per Joseph Conrad, il cui Cuore di Tenebra sembra uscito da casa Nietzsche e racchiude tutto l’Ottocento: mi pare che Graham Swift sia quasi profondo quanto lui. Ma senza la drammaticità. Perché Un giorno di festa è storia di rinascita e di vittoria, nonostante tutto e su tutto. Una grande gioia è leggere questo romanzo, davvero!