In fuga verso se stessi #SundayBooks

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di @Sabine Bertagna

E’ quasi un desiderio fisiologico. Il bisogno incontrollato di identificarci in qualcosa. Che sia la famiglia (possibilmente non la nostra), un paese (che spesso e volentieri non ci vuole), o una fuga (che non si può più rimandare), identificarci è un atto indispensabile quanto quello di respirare. A farlo ci aiutano anche le storie, nelle quali spesso scivoliamo proprio alla ricerca di un senso. Pieni di aspettative. Le parole ci confortano e la speranza di essere accettati acquista una luce reale. Una speranza che non vogliamo abbandonare per nessuna ragione al mondo. In fondo, non vogliamo mica la luna.

bojangles1) Olivier Bourdeaut, Aspettando Bojangles, Neri Pozza, traduzione di Roberto Boi

Nessun argomento è più delicato di quello che riguarda la famiglia. Territorio dove spesso si consumano crudeli equilibri o dove regna la pace più insospettabile. O una follia perfetta che si è trasformata inesorabilmente in un regno fantastico dal quale diventa difficile o addirittura impossibile allontanarsi. Il bambino protagonista di questa incantevole storia ha due genitori che ballano sempre. Ovunque. Un padre che non chiama mai la madre con lo stesso nome. Una madre che non concepisce la tristezza ed è la fautrice dell’universo parallelo che candidamente avvolge la sua famiglia. Il bambino ha imparato a tenere lontana la tristezza e a inventarsi storie immaginarie che raccontano giornate diverse. Lei, in compenso, lo copriva di baci e se lo “piluccava”. Ma quanto può durare il rifugio di una vita scritta per essere vissuta come un romanzo, se la vita reale ti chiama e non è per niente perfetta?

anchenoiamerica2) Cristina Henriquez, Anche noi l’America, NN Editore, traduzione di Roberto Serrai

A quel tempo volevamo soltanto le cose più semplici: mangiare del buon cibo, dormire sereni di notte, sorridere, ridere, sentirci bene.” Come sembrano improvvisamente banali queste esigenze di fronte ad uno sradicamento dalle proprie radici per garantirsi un futuro migliore. Una famiglia messicana che lascia la sua terra per coltivare il sogno americano. Per dare alla figlia l’unico futuro possibile. “Eravamo tanto lontani da tutto quello che conoscevamo. Avevamo impacchettato la nostra vecchia vita e l’avevamo lasciata indietro.” E’ tutto nuovo, la nuova vita non è un dettaglio tra una lingua diversa da imparare per sopravvivere e la diffidenza di chi ti circonda. Il ricordo del passato è sale per le ferite. Ma il futuro non ammette repliche. Andrà tutto bene, dice una delle protagoniste quasi stesse ripetendo una preghiera sottovoce. Andrà tutto bene.

baxter3) Charles Baxter, Vorrei che facessi qualcosa per me, Mattioli 1885, traduzione di Nicola Mannuppelli

La ricerca della serenità o della felicità. O del senso. E’ questa la definizione che l’editore dà del libro di racconti di Baxter. Racconti che in qualche modo si legano fra di loro e giocano ad intrecciarsi. Un libro che tocca i vizi (lussuria, accidia, avarizia, gola, vanità) e cinque virtù (coraggio, fedeltà, castità, carità, tolleranza). I personaggi, una volta incontrati, non li puoi dimenticare. La scrittura di Baxter alterna una visione chirurgica della vita alla poesia di una speranza. Quella per la quale alla fine di ogni fuga ci sia la felicità tanto agognata. Quella per la quale vale, alla fine, la pena vivere.