#SundayBooks Un irlandese in America. Guida non convenzionale a New York

martina paganodi @Martina Pagano

«Non andiamo in una città per stare da soli, e il banco di prova per una città è la facilità con la quale si possono fare incontri e parlare con le altre persone. Una città è un posto dove hai meno probabilità di beccarti un morso da una pecora selvatica, e direi che in questo senso New York è la città più amichevole che conosco. Il giovane poeta russo Evtušenko affermò di essere costretto ad ammettere, in tutta onestà, che New York era il posto più emozionante che avesse mai visto in tutta la sua vita. Conosco un vecchio irlandese che ci andò a settantacinque anni, malato, e come una Lourdes illuminata, New York lo guarì e lo fece vivere ancora a lungo, sano e felice»

Peter Orlovsky, Allen Ginsberg, Brendan Behan e la moglie  Beatrice , Ne...

Nel 2016 ricorrono i cento anni della rivoluzione irlandese, quella Easter Rising narrata da Yeats quando il popolo irlandese rivendicava la propria indipendenza dal governo britannico. Quale occasione migliore per ricordare un irlandese innamorato della sua patria come Brendan Behan? Con le illustrazioni originali di Paul Hogarth, da qualche giorno la casa editrice 66thand2nd ha ridato alle stampe Un irlandese in America. La New York di Brendan Behan, uscito postumo nel 1964 col titolo Brendan Behan’s New York. La traduzione è di Riccardo Michelucci.

libro«New York è l’Inferno» disse una vecchia signora del Midwest che viveva con me all’Algonquin Hotel. Aveva una stanza al mio stesso piano e usava l’ascensore con noi, tutto qua.«In nessun posto mi sono mai sentito così a casa mia come a New York» le risposi io.

Il libro si presenta come una guida alla città fuori dal comune che contiene le memorie di Behan del suo periodo newyorkese: da un lato troviamo la città che lo ha adottato, dall’altro la patria di cui è nostalgico ma che non risparmia, complice la sua innata irriverenza.

La causa irlandese, Behan, l’aveva fin troppo dentro. Figlio di un combattente della guerra d’indipendenza a repubblicano nella guerra civile, nipote dell’inventore dell’inno nazionale, già a 14 anni si arruola nella sezione giovanile dell’IRA, ma un tentativo autonomo di far esplodere il porto di Liverpool gli costa il carcere a Borstal che gli ispirò il romanzo Ragazzo del Borstal: «I miei pregiudizi razziali sono praticamente pari a zero. E dico praticamente perché a volte, quando leggo qualcosa sulla carestia in Irlanda o la rivolta della Settimana di Pasqua, posso arrabbiarmi un po’ con l’Inghilterra e con gli inglesi».
Mentre la nonna lo inizia all’alcol a sei anni, dipendenza che lo ha praticamente portato alla morte (registra il libro al magnetofono quando non è più in grado di scrivere), in famiglia si leggono libri e ballate popolari irlandesi: un ambiente povero ma di grande cultura e denso di ideali che ha contribuito a rendere Behan un artista versatile, scrittore, giornalista, drammaturgo. Proprio nella Grande Mela porta le sue commedie come L’impiccato di domani e L’ostaggio.

Le passeggiate di Behan per i quartieri di New York sono un flusso di coscienza (geni irlandesi) che pullula di racconti, aneddoti e riflessioni sulle abitudini americane, dai taxi troppo cari, al puritanesimo di sottofondo a quella tendenza a vantarsi di essere (fintamente) un popolo di cinici.

Flâneur per Manhattan, ci immaginiamo Behan mentre passeggia per le strade fermandosi a parlare con chiunque custodisca una storia, gente semplice, connazionali immigrati e, sosta dopo sosta in un bar, ci porta tra la vita pulsante dei teatri di Broadaway dove a ogni ora del giorno non si rischia di sentirsi soli, al Chelsea Hotel insieme ad Arthur Miller fino al Greenwich Village che gli sembra la Parigi intellettuale di inizio Novecento. Al Village pranza in un ristorante ebraico con Allen Ginsberg e conosce Jack Kerouac che se ne sta seduto nei bar e a prendere in giro i drammaturghi irlandesi.

Cosa mi piace di Brendan Behan? L’entusiasmo contagioso e lo slancio verso la gente che si avvertono nel libro, dopo tutto come ci ricorda «La cosa più importante a questo mondo è avere qualcosa da mangiare, qualcosa da bere e qualcuno da amare».

behan