3 libri che ne vale la pena  #SundayBooks

paola rinaldidi @Paola Rinaldi

Non sono una grande sostenitrice dell’idea che il dolore sia un elemento necessario nella nostra vita. Credo che la gioia convenga di più, ecco.

Però ci sono delle volte in cui anche se si sta male, alla fine ci si sente molto meglio: e questa magia la fa la scrittura, quando è potente e azzardata.

Lo sapete tutti cosa diceva Kafka: “Di una cosa sono convinto: un libro dev’essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi”. Appunto: così dopo si può navigare meglio!

Buona lettura!

l_estate_degli_annegamenti_011)      John Burnside, L’ESTATE DEGLI ANNEGAMENTI, Neri Pozza, trad. M. Ortelio

“Chi vuole essere sicuro? Chi vuole essere sano di mente? Chi vuol essere normale?” si chiede Burnside nel secondo volume delle sue memorie. La normalità è una maschera da indossare per il bene degli altri e toglierla può gettarci in un reame fatto di tabù e pericoli (chissà se ha letto Pirandello!). Ottime premesse eh?! Non è una sorpresa, dunque, che quest’ultimo suo romanzo sia allo stesso tempo un horror ricco di suspense e un mystery a cui si aggiungono elementi della fiaba, un romanzo sull’angoscia adolescenziale e quindi anche un romanzo di formazione, narrato dalla voce di una giovane ragazza, Liv. Anche se all’inizio ha quasi trent’anni, Liv, per gran parte del romanzo, cerca di tornare nella mente del suo io adolescente, ricordando gli eventi di una “strana estate” di circa una decina di anni fa (lei ne aveva 18), zeppa di fantasmi e segreti e bugie. “Alla fine del maggio 2001 […] Mats Sigfridsson fu ripescato nello Stretto di Malangen”: l’attacco dell’azione è collocato nel nord della Norvegia, su una remota isola chiamata Kvaløya, un luogo di “neve e luce opaca” d’inverno, e di “richiami di uccelli e mormorii attutiti dal vento” d’estate. Due fratelli, Mats e Harald, sono annegati. Un terzo, Liv spiega, annegherà prima della fine dell’estate; un quarto uomo scomparirà. “I prati erano deserti e silenziosi, il cielo terso e l’acqua immobile […] quei tre annegamenti non hanno nessun senso”. Come sua madre, pittrice famosa e reclusa che non ha bisogno degli altri, Liv è una donna solitaria e vigile, una delle “spie di Dio”, il cui attento osservare altro non fa che portarle storie a cui nessuno crederebbe mai, e trascorre quell’estate alla deriva in una dimensione onirica: “la luce era immobile, con una sfumatura bianca e argentea che dava ad ogni cosa un che di spettrale […], uccelli fantasma si libravano nell’aria”, quando arriva lo straniero, pure lui uno spettro, Martin Crosbie: “alto e magro, sulla trentina […] un essere smarrito se non ferito […] uno spirito angosciato, la sensibilità di chi è sempre in attesa di qualcosa”. Con fitte a metà tra la compassione e pietà, Liv stringe amicizia con Crosbie, della cui esistenza reale ancora non è forse troppo convinta. Liv si introduce di nascosto nella casa dell’uomo che ha una volta e mezzo gli anni suoi, e rovista tra le sue cose. Così scopre il suo segreto: un computer pieno di immagini di ragazze adolescenti. In un primo momento Liv cerca di convincersi che Crosbie è semplicemente una spia, proprio come lei. Eppure, mentre si passa le duecento immagini di ragazze in abiti sportivi e uniformi, bionde, brune, rosse, si rende conto della verità insopportabile: le ragazze non sono oggetto di osservazione, bensì di desiderio. Liv cancella tutte le immagini e si rifiuta di parlare ancora con Crosbie. Pedofilia? Mah… forse piuttosto la storia di qualcuno disconnesso dal mondo degli altri esseri umani al quale, una volta che riesce a stabilire un contatto con un’altra persona, non  importa niente di tutte le altre cose, come l’età. Crosbie è, nei ricordi di Liv, un uomo che sembra essere altrove, in un altro mondo, o in un altro momento. Crosbie inizia a vedere una studentessa, Maia, un’amica dei ragazzi annegati. Per Liv, Maia è simbolicamente connessa con un personaggio misterioso che ci accompagna sin dal principio: l’huldra – una figura della mitologia norrena, una bellissima donna che seduce, ricompensa o uccide gli uomini, a seconda di come le gira. O forse no, Maia è solo un’adolescente, in questo romanzo in cui le parole sono apparenza, nascondono citazioni e trappole (“Aprile è crudele?” chiedere a T.S. Eliot!) e la prosa va sottobraccio alla poesia e alla musica, creando immagini che escono dalla pagine per trafiggere il nostro conscio e inconscio. Il finale è volutamente ambiguo; non sappiamo se Liv, la ragazza che cammina nei suoi sogno sommersi in Norvegia invece che su Marte, sia riuscita a realizzare la sua versione onirica degli eventi, a cui deve ancora decidere se credere o ne lei per prima. Cos’è che Liv non riesce a dirci? Ammesso che ci sia, qualcosa di non detto… Scritto con eleganza ingannevole, pieno di ‘buchi’ e non sequitur sulla cui illogicità c’è da dubitare, questo romanzo è un libro provocatorio, inquietante, una parodia intelligente di diversi generi, ma è soprattutto un esempio di come la vita reale possa trovare parole, espressioni, strutture in prosa, che la rendono incredibile e magica e poetica. Grande scrittura che travolge la storia. Di tutti.

 

pccoli colpi fortuna2)      Claudia Piñeiro, PICCOLI COLPI DI FORTUNA, Feltrinelli, trad. P. Cacucci

Dopo il romanzo tributo al padre, Un comunista in mutande, Claudia Piñeiro tona ad una storia che tende al giallo, ma, come si capisce bene dall’epigrafe (una potente citazione intorno al dolore tratta da Le bambine restano di Alice Munro), è lontana dai suoi gialli ed è in primo luogo una gran bella prova letteraria che si legge con grande piacere (così facciamo pari col dolore di cui sopra). Ancora un ritorno al passato, nell’Argentina di vent’anni prima, ad certo punta della propria vita (oggi sa Boston), segnata dalla fuga da un colpo di sfortuna. Ma, come sappiamo, se anche il passato rimane eternamente lo stesso, noi invece siamo per sempre cambiati, come la protagonista che non si riconosce nelle foto di tanti anni prima, proprio per via di quel passato. La fortuna del titolo è più che altro la sorte: ci sono persone che aspettano quel momento lì, quando passerà il loro treno, e muoiono che sono ancora lì che aspettano. Altri aspettano, il treno passa, loro tutti felici ci saltano su, ma alla fine del viaggio si accorgono che era il treno sbagliato. E’, quella di Mary, cioè Maria Lohan già Marilé Lauría già Maria Elena Pujol, la storia di una vita (s)travolta dal fato, dalla sorte anche se poi la donna ci mette così tanto del suo per completare il disastro, a cominciare dalla fuga che è soprattutto un abbandono (cui farà da contrappasso uno sconvolgente incontro), nato dal senso di colpa (paradossalmente giustificato più per le scelte fatte dopo il momento incriminato che per il momento sfortunato in sé), che mette in discussione questioni come la maternità (ma forse l’abbandono è il più nobile altruismo? O la più grande punizione?), l’integrità, l’amore. In apparenza un classico diario di viaggio di una donna costretta ad affrontare nuovamente la tragedia della sua vita precedente, Piccoli colpi di fortuna è costruito come un thriller, senza mai esserlo davvero, perché c’è una tensione, un’ansia palpabile: un’auto, ferma ad un passaggio livello, con una madre e due bimbi dietro che cantano, e un treno che sembra non arrivare mai mentre l’allegra brigata non vede l’ora di arrivare al cinema. La scena ricompare a più riprese, ogni volta con una tessera del puzzle in più, e solo quando la narrazione passerà da un’asettica terza persona ad una empatica prima persona (quella esterrefatta e incredula dell’allora piccolo Federico, il figlio di Maria, e poi quella della protagonista), la tensione si stempererà in dolore. Quel dolore dell’epigrafe, ma in primis quello di Maria, scritto con parole così cariche da ferire quasi fisicamente il lettore che aggiunge sofferenza a sofferenza; e quello di Federico, chiaramente, e di tutti quelli coinvolti in quello che accadde al passaggio a livello. “Perché la questione non è sapere cosa farsene della felicità […]. Per qualcuno di noi è il malessere e non la felicità l’habitat in cui vivere”, riflette Maria. Mary/Maria torna indietro nel tempo e nello spazio e ripercorre la sua via crucis sostando ad ogni stazione, e lentamente arriva di nuovo a Boston, alla sua nuova vita acciaccata. Bel personaggio, quello di Mary/Maria: impariamo a comprendere la sua generosità solo dopo averla giudicata male, capiremo da soli perché non è facile raccontarsi, quando gli ascoltatori sono così prevenuti come… noi, per esempio. Ci sarà chiaro anche come ci si attrezza di corazze, come parlare un’altra lingua che non è la nostra (nel caso di Maria, l’inglese): una maschera, un filtro in più. E scopriamo che a volte il dolore è fecondo, che ci può rendere così fragili eppure capaci di contenere tanto: così riassumerei il meccanismo che porta Maria ad innamorarsi, ricambiata, di Robert, un altro addolorato. Robert, che ha ascoltato Mary con amore, spiega che ciò che è danneggiato può essere riparato, anche un essere umano, anche lei, anche lui: c’è la speranza di tornare ad esistere, anche se non più come prima. Perché quasi sempre, al dolore si sopravvive e si diventa compagni di viaggio. Prima di andare ad incontrare suo figlio estraneo, Maria passa per il luogo della disgrazia: e scopre che non c’è più la barra del passaggio a livello, c’è un tunnel che è un buco nero di protezione e finalmente arriva il sollievo. E sarà solo l’inizio della riparazione, ma per questo, dovete leggere il romanzo e ne sarà valsa la pena.

 

room3)      Emma Donoghue, Room. Stanza, letto, armadio, specchio, Mondadori, trad. C. Spallino Rocca

Room è un romanzo molto, molto, molto particolare. La prima metà si svolge interamente all’interno di una stanza di 12 piedi quadrati, in cui una giovane donna ha trascorso i suoi ultimi sette anni, da quando, cioè, è stato rapita all’età di 19 anni da Old Nick. Violentata ripetutamente, ora ha un bambino di cinque anni, Jack, ed è con la sua voce che Donoghue racconta la loro storia.  E che voce. Ma’ ha trascorso questi cinque anni dedicando ogni atomo di energia mentale ad insegnare, nutrire e intrattenere suo figlio, riuscendo così a conservare la propria sanità mentale. Leggere questo libro vuol dire incappare in un mondo totalmente privato. Ogni nucleo familiare ha un proprio linguaggio fatto di codici e battute comprensibili solo ai suoi membri, e Donoghue coglie e rende questo aspetto in modo perfetto. Per ogni elemento della stanza, l’autrice crea un personaggio con cui Jack interagsce: Cassettone, Tappeto, Pianta, Cucchiaio Fuso, Spazzolino… Hanno anche una televisione ma Ma’ limita il tempo che Jack  può passare davanti alla tv per non ridurre il cervello in poltiglia. Fanno ginnastica ogni mattina, si attengono severamente ai pasti, compongono poesie, cantano Lady Gaga e, soprattutto, Ma’ ha una catalogo apparentemente infinito di storie – dal muro di Berlino e alla Principessa Diana ( “Avrebbe dovuto allacciarsi la cintura di sicurezza”, dice Jack) a favole come Hansel e Gretel passando per ibridi in cui Jack diventa Principe Jackerjack o Gullijack a Lilliput. E a ben vedere, non sembra questa storia, quella di una ragazza rapita e rinchiusa in una casa con il suo figlioletto innocente, una versione drammaticamente macabra di una fiaba? Ma non lo è: a volte bisogna fuggire con orrore dalla lettura (quando la sera Old Nick entra in camera e Jack deve nascondersi nell’armadio e contare fino a quando sente quel suono che emette Nock e solo dopo può smettere e aspettare che la mamma lo tiri fuori; e poi ci sono i giorni in cui Ma’ è ‘andata’, con lo sguardo vuoto in preda a crisi depressive, e allora Jack sta lì seduto e basta). Tuttavia, l’elemento grottesco è costantemente equilibrato da quello edificante e c’è un momento, a metà del romanzo, dove prenderesti a pugni chiunque provasse a toglierti il libro dalle mani  con la stessa ferocia con cui Ma’ si batte per Jack, talmente grande è il potere di Donoghue di trasformare le circostanze più vili in qualcosa di coinvolgente, sincero e bello. Nell’altra metà, il romanzo si trasferisce “Fuori”, e il rapporto Ma’/Jack si diluisce nell’alternanza delle voci, anche per via del numero di cose nuove con cui Jack deve fare i conti, L’inserimento di Jack nel mondo confuso della libertà è gestita con incredibile abilità e delicatezza – come anche la prima separazione del bambino dalla mamma. Con coerenza, il romanzo, come Jack che racconta, ora deve seguire un percorso più logico e lineare. Nelle mani di questa scrittrice audace, il racconto di Jack è molto più di una storia di vittima/superstite: è quasi uno studio sullo sviluppo del bambino, mostra il potere del linguaggio e della narrazione, ed è una sorta di poema in lode della maternità e l’amore genitoriale. Era da leggere anche prima, ma adesso che c’è pure il film, dovete proprio.