LOOK BACK IN ANGER  #SundayBooks

paola rinaldidi Paola Rinaldi

Ha ragione la piccola protagonista del romanzo di Raquel Robles: nei romanzi si legge spesso l’espressione “assalito dai ricordi”, perché “quando un ricordo si presenta e non eri preparato può esser peggio di un assalto”. Non si riferisce al Giorno della Memoria, questa triade di libri, o almeno non in particolare, anche se non si può prescindere da esso, perché se ci sono ricordi di rabbia e dolore esemplari nella loro terribilità, sono gli assalti dei sopravvissuti alla Shoah. Ma leggendo questi tre libri, che raccontano di vittime e di carnefici e di innocenti e colpevoli senza che una cosa escluda contemporaneamente l’altra, ho soprattutto percepito l’universalità del ricordo, soprattutto quando riprende un evento traumatico e doloroso. Vale per i ricordi di tragedie mondiali, ma tutti sappiamo che l’universale e l’individuale sono categorie, unità di misura, che nel nostro cuore hanno confini labili. Magari il ricordo portasse sempre serenità, anche se un po’ di compagnia ce la fanno anche le memorie orribili. Certo è che ricordare è un esercizio che allena l’umanità, ed è un muscolo che, ultimamente, pare rischiare l’atrofia. Per questo, e anche perché sono tre libri di rara qualità, oggi nel #Sundaybooks trovate questi tre titoli

gao_brothers_execution_of_christEsecuzione di Cristo, Fratelli Gao  Credits: http://www.offichina.com/mai-dire-mao/

morire_in_primavera_021)      Ralf Rothmann, MORIRE IN PRIMAVERA, Neri Pozza, trad. R. Cravero

Se avete pensato a De André e a La guerra di Piero, ci avete quasi preso. Si parla di primavera e di guerra, l’ultima primavera della Seconda Guerra Mondiale, quando la Germania nazista è prossima alla sconfitta ma rastrella le campagne e le città in cerca di ragazzini da mandare a morire sul fronte con una divisa che sembra sempre troppo grande. I rametti di betulla che si vedono sulla sobria e drammatica copertina dell’edizione originale sono quelli che si usavano per costruire improvvisate croci da mettere sulle sterminate distese di soldatini uccisi e lasciati lì, mentre si avanza nonostante tutto, quasi con la speranza di essere catturati dagli Americani, perché l’alternativa è morire per le ferite o trapassati dai russi.

Di nuovo un altro libro sulla guerra? E che noia, si potrebbe pensare. Ma mentre la guerra è sempre la guerra, anche se spostata nel tempo e nello spazio, ci sono libri e libri sulla guerra. E di romanzi come questo, credetemi, ce ne sono pochissimi e vanno proprio letti.

Walter e Fiete sono due ragazzi di 17 anni che di mestiere mungono mucche, perché senza latte come si farebbe, anche e soprattutto in guerra? Certo sono più utili lì che sul fronte, dove i russi e gli americani stanno chiaramente per avere la meglio, nonostante i messaggi roboanti della propaganda nazista (anche i tedeschi ascoltano la radio del nemico), ma le SS non sembrano essere della stessa opinione: ormai si ricorre agli stratagemmi più puerili per obbligare gli adolescenti ad arruolarsi, e una sera ci cascano anche i due amici. Spediti tutti e due in Ungheria, lasciandosi dietro le due fidanzate e il posto in stalla, per Walter le cose vanno meno peggio (fa l’autista), mentre Fiete finisce al fronte, viene ferito, alla bell’e meglio ‘ricucito’ e di nuovo mandato al fronte. Fiete, un po’ poeta un po’ contadino insieme, non regge e fugge, solo per venir catturato dai suoi dopo pochi passi e condannato a morte. Il plotone d’esecuzione è fatto dalla camerata in cui si trova anche Walter. Non serve andare oltre con la trama, perché c’è già tutto quello su cui il lettore si sente costantemente interrogato durante la lettura del romanzo: di fatto, la narrazione si apre con il figlio di Walter che si interroga sui silenzi di suo padre, morto a sessantuno anni di vecchiaia, di logorio, consumato dai punti interrogativi di domande che non è mai nemmeno riuscito a tradurre in parole.  Cosa avremmo fatto noi al posto di Walter? Al posto di Fiete? Saremmo partiti, avremmo obbedito o ci saremmo opposti, accettando le conseguenze (leggi: la morte)? E cosa avremmo fatto al posto delle fidanzate (oddio, a 17 anni si hanno già fidanzate?!), dei genitori, dei datori di lavori rimasti a casa ma non per questo risparmiati dagli orrori della guerra? Cosa avremmo fatto al posto degli ungheresi occupati? Cosa faremmo, se fossimo in guerra? Perché se Walter e Fiete sono due ragazzini sfigati mandati a morire a pochi mesi dalla fine della guerra nel 1945, ci sono ragazzini e bambini spediti al fronte ogni giorno di ogni anno. Quei loro interrogativi devono essere anche i nostri. Rothmann questo fa: tace, non esprime giudizi né prende posizioni morali, usa una lingua spoglia, realistica, che non ci risparmia nulla, eppure non è mai iperbolica, anzi nella misura di una esposizione quieta  e precisa sta la sua violenza, la sua forza. Non c’è pathos, ma d’un tratto in quel lazzaretto ci siamo noi, ci siamo noi su quella BMW alla ricerca della tomba del padre morto nella stessa guerra (tomba che non trova, come il figlio di Walter non troverà la tomba di Walter, tanti anni dopo, forse la guerra non solo lascia tracce nelle generazioni future, ma mina anche quelle passate, in una sorta di processo di negazione di senso che procede in tutte le direzioni), noi siamo quelli che non ce la fanno più e non sanno di che pallottola sia meglio morire, siamo noi a vedere quello che non sapremmo raccontare. D’altronde, non è che uno a diciassette anni possa davvero rielaborare l’orrore, non vi pare? Non trova le parole per commentare, registra e basta, passivamente, incapace di reagire se non con qualche lacrima, a bocca aperta ma muta, perché nemmeno un urlo riesce a prendere forma. Cosa rimane dell’amicizia in guerra? Cosa diventa la pietà? Fiete racconta di una teoria secondo cui le cellule hanno la memoria e quindi ai nascituri passeranno anche gli incubi e i ricordi delle sensazioni: il proiettile ferirà non solo il soldato ma anche i suoi figli non ancora nati. E Walter, disperato, si chiede e ci chiede cosa erediteranno dunque i figli di quelli che il proiettile lo hanno dovuto sparare. Un grande monito, questo romanzo: non c’è nessuno che esca salvo dalla guerra, non c’è futuro che non porti segni dell’orrore, anche se continuiamo a fare finta di non vederli. Come direbbe Böll: “Dov’eri, Adamo? — Ero in guerra”

 

PEQUENOS COMBATIENTES2)      Raquel Robles, PICCOLI COMBATTENTI, Guanda, Trad. I. Caputo

“Noi vittime della storia siamo tutti una famiglia”, dice Robles. Ecco. Il romanzo è una versione inventata di una realtà che l’autrice conosce benissimo: anche lei, come la ragazzina dodicenne che, con voce adulta per forza, racconta la storia del libro, si è vista sparire sotto il naso, in una notte, i genitori, militanti monteros, che andarono ad arricchire il folto gruppo tremendo dei desaparecidos dell’Argentina degli Anni Settanta. La bambina è sorpresa, perché sapeva sì di essere in guerra, ma si aspettava che il Nemico sarebbe arrivato con bombe e carri armati, invece c’è stato solo silenzio e, in seguito, assenza. Poi capisce: evidentemente, i combattenti agiscono nell’ombra, camuffati da vittime, e così, col fratello ancor più piccolo di lei, organizzano l’Esercito infantile di Resistenza e smettono di fare domande sui genitori o sul Nemico, perché anche i muri hanno orecchie (e gli adulti sembrano aver inteso perché son tutti più sollevati!). Fratello e sorella vivono con gli zii e le due nonne, una delle quali ha vissuto l’orrore della Shoah (e non erano forse anche i prigionieri dei campi di concentramento dei desaparecidos?). Vanno al mare, spesso sono intorno al tavolo a mangiare, vanno a scuola, giocano e fanno l’uncinetto: insomma, cercano di ingannare (sono combattenti preparati eh!) l’attesa del ritorno dei genitori e dell’inizio della vera Rivoluzione. L’amica della mamma e del papà arriva con una verità brutta, che non dice niente in fondo: non si sa niente dei loro genitori, non si sa dove sono, e c’è anche da temere il Peggio. Fino a quando, invece di mamma e papà, arriva proprio solo il Peggio: perché quando la televisione del Nemico rende nota la lista dei “sovversivi” morti in battaglia, i nomi dei loro genitori non ci sono. Il fratellino pensa allora che siano vivi ma a lei tocca spiegargli che “il Peggio era peggio”: non solo sono morti, ma non saranno nemmeno mai ritrovati. Ma gli rimaneva la Rivoluzione, quella si può far resuscitare, e il fratellino dovrà accontentarsi di questo.

Con una narrazione che fa sorridere e stringere il cuore insieme, perché le reazioni e le ipotesi della protagonista sono così ingenue da somigliare a quelle dei personaggi dei protagonisti dei Looney Toones, ma la dittatura immonda della Giunta argentina è cosa vera, la protagonista non cerca di commuoverci. Come Rothmann, Robles sceglie una prosa asciutta, in cui ci sono solo le parole che servono, ma non dobbiamo pensare ad una autobiografia o a un libro documentario: anche qui, al centro stanno i fatti nella misura in cui essi hanno provocato dei ricordi, e la memoria è il ricordo degli stati d’animo, non delle date. Non leggiamo gli atti di un processo, ma un romanzo, che racconta il ricordo della verità attraverso le sensazioni: solo così possiamo identificarci con i personaggi  che esistono a prescindere dalla testimonianza in sé, mentre non lo possiamo fare coi testimoni reali che esistono in virtù del loro ruolo di testimoni. L’utilizzo del tutto ingenuo della terminologia propagandistica, la lotta dei piccoli combattenti travestiti da bambini ‘normali’ che compiono azioni di spionaggio, la fuga con le nonne e le perplessità all’ascolto di agitati confronti con scambio di accuse dei grandi, sempre se solo aspettando il ritorno dei genitori per riprendere la Rivoluzione e sconfiggere il Nemico: questo – passatemi il termine – buffo universo parallelo in cui vive la giovane protagonista per anni, prima di sapere la verità che non mette nemmeno la parola fine, è il modo forse più lontano dalla realtà per farci cadere a capofitto nella realtà, e la commozione, tra le risate sommesse, nasce per contrasto, per differenza tra quello che la ragazzina, con tutti i suoi ricordi, ancora non sa, ma noi sì. La memoria, a volte, fa questi scherzi.

 

scorpion-dance-light3)      Shifra Horn, SCORPION DANCE, Fazi, trad. S. Castoldi

Eccoci arrivati: qui c’è la Guerra dei Sei Giorni, la Guerra di Kippur, la fatwa contro Rushdie, la speranza di una pace ai tempi di Sadat, ma prima ancora c’è la Seconda Guerra Mondiale, la Germania nazista e la Shoah. Come dire: scegliete un po’ voi da quale nemico farvi ammazzare, quale tragedia volete ricordare.

Ma per fortuna c’è anche tanto amore: quello di un uomo per la sua donna, ma anche quello dell’uomo per l’universo femminile e di un popolo per la propria terra ferita.       Si può anche finire in bellezza, magari quasi con un perdono, in barba alla tragedia.

L’inizio del romanzo racconta già la sua complessità: da piccoli, l’autrice e i suoi amici prendevano a sassate la porta del garage in cui vivevano due anziane donne sopravvissute ai campi di concentramento, dunque ebree come loro. Forse perché parlavano tedesco, forse per i numeri tatuati sul braccio, forse perché diverse e la diversità mette sempre a disagio. In quel garage, appunto, si svolge la vicenda di questo romanzo. Orion, un ragazzo orfano di padre (Uri-Ulrich, arrivato a 3 anni dalla Germania per morire nella Guerra dei Sei Giorni), cresce a Gerusalemme con la nonna Johanna (ostetrica tedesca appunto, scappata dall’odiata Germania che ha tentato di annientarla – Shoah – e parla un pessimo ebraico), dopo che sua madre lo ha abbandonato per rifarsi una vita in Australia. E con Sarah, che è un pappagallo maschio col nome da donna, che a Orion parla con l’umanità del Grillo parlante di Pinocchio e che è l’eredità del vecchio proprietario, il ricco arabo che aveva abitato lì. Johanna diviene presto un fantasma, una presenza di puro ricordo, ma è forse la donna che davvero Orion ha amato più di tutte: per questo le dedica la biblioteca dei libri bruciati dai nazisti, “Biblioteca ambulante – Museo Johanna dei  libri bruciati 10 maggio 1933”, sistemata in un camioncino di gelati (si chiama Falada e ha pure uno spiccato senso dell’umorismo), che Orion compra e sistema ad hoc. Nella vita di Orion, che sembra tutta rivolta al passato, entra Christina -Anna, una cantante d’opera berlinese la cui famiglia in patria no sarebbe affatto piaciuta a Johanna, che Orion chiama in yiddish Basherte, colei che è destinata a stare con lui. Grazie a lei, Orion riuscirà a scavare nel proprio passato, che è in fondo il passato della follia lucida che travolse il mondo occidentale ma anche dell’odio che alberga in Medio Oriente: per questo il romanzo va avanti e indietro nel tempo e nello spazio. A danzare è l’intera narrazione, non solo lo scorpione del titolo, che è già un capolavoro di rimandi in sé: Orion è del segno dello scorpione, ma Orione è anche il cacciatore mitologico morto per la puntura di uno scorpione e, dopo la sua morte, diviene una costellazione luminosa nel cielo. Il protagonista ha in sé tutte le caratteristiche di uno scorpione davvero: è determinato a portare sulle spalle i suoi segreti, il dolore e le aspirazioni, come lo scorpione femmina porta la prole sulla propria schiena. I movimenti dello scorpione, mai lineari, sono la danza erotica che Orion balla con la sua amante tedesca, una danza in cui è coinvolto anche il lettore. E non si tratta solo di questo: è la danza che ballano anche israeliani, palestinesi e tedeschi insieme. Orion si è illuso che fosse una danza di corteggiamento, ma non è forse più una lotta elegante per la sopravvivenza? Gli scorpioni non si tengono le chele per amore, ma per la paura di morire uno per la puntura dell’altro. La voce narrante maschile scelta da Horn, che riproduce le mille sfumature delle voci di tutti gli altri personaggi, avvolge il lettore con calore ed emozione. Realtà e magia si mescolano con grande fascino e da questo libro esce una musica che fa danzare il lettore in equilibrio precario sui solchi della memoria e quelli di un passato dimenticato, che i ricordi non sempre vogliono davvero recuperare.