#SundayBooks  Libertà di sentirsi liberi… con la scrittura

martina paganodi @Martina Pagano

Quando Frank Biberkopf, il protagonista di Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin, esce di prigione ha come un attacco di panico. È l’effetto della libertà. In quattro anni da recluso ha dimenticato i rumori della città che ora gli rimbombano assordanti nel cervello: «inizia il castigo».
Per calmarsi è costretto a cercare riparo nel cortile di un palazzo in cui inizia a emettere dei lamenti, quasi per ricordarsi chi sia, come si faceva in cella di isolamento per non sentirsi soli.

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Anche se le notizie recenti ci fanno paura, non capita tutti i giorni di riflettere sulla libertà, sulla normalità con cui viviamo le giornate e progettiamo i programmi per il giorno dopo.

Tuttavia, ci sono le storie di chi questa libertà l’ha persa con il carcere, un luogo che fa fare i conti con se stessi senza risparmi, molto spesso nell’indifferenza e trascuratezza.

Da cinque anni il Premio Goliarda Sapienza Racconti dal carcere offre ai detenuti dei penitenziari italiani uno spazio in più, quello della scrittura.

Il progetto è stato creato da Antonella Bolelli Ferrera, scrittrice, giornalista, autrice televisiva e radiofonica, che insieme a Elio Pecora è socio fondatore di inVerso Onlus , associazione per la diffusione della letteratura e della scrittura a favore delle categorie socialmente svantaggiate. Il Premio è promosso da inVerso Onlus, DAP  Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, Dipartimento per la Giustizia Minorile, Siae (principale sostenitore del Premio dalla prima edizione) e a questa edizione è stata conferita la Medaglia  del Presidente della Repubblica e il patrocinio di Senato della Repubblica, Camera dei Deputati, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero della Giustizia, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, RAI Radiotelevisione italiana.

Lo scorso 16 novembre si è conclusa l’ultima edizione del Premio nel carcere Regina Coeli a Roma, occasione in cui sono stati nominati i vincitori della sezione adulti e minori: Ivan Gallo (Nelle scarpe dell’altro), Stefano Lemma (Giulia), Biagio Crisafulli (Diario di una lunga morte); Unknown (Doubleface), Giulio (Vivo o morto), Coccinella (La mia strada).
Per partecipare occorre iscriversi a un bando e inviare il proprio racconto. I finalisti vengono successivamente affiancati da tutor con cui portare avanti il lavoro, tra i nomi di quest’anno anche Erri de Luca, Paolo di Paolo, Luca Zingaretti, Luca Argentero. Madrina dalla prima edizione è Dacia Maraini.

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All’inferno fa freddo è l’antologia dei 25 racconti finalisti pubblicata da Rai ERI: «la voglia di studiare, di leggere e poi di scrivere aiuta a guarire la mente, persino la più ostinata. Così la scrittura diventa anche strumento di contatto con il mondo esterno, un modo per mettersi a nudo. È’ un atto di libertà. Un’evasione che non infrange regole» scrive Antonella Bolelli Ferrera nella prefazione della raccolta.

Le storie di All’inferno fa freddo non vogliono giustificazioni, sono spaccati di vite complesse, fatte di delinquenza, degrado a volte situazioni familiari complicate che, come tutte le storie, chiedono di essere lette, lasciano chi le ha scritte per consegnarsi al mondo: scrivere è sempre un atto di libertà.

Per molte persone pensare di poter raccontare la propria vita è un modo per iniziare a ritornare a sentirsi parte del mondo, una sorta di ci sono anche io che quando si parla di detenzione troppo spesso viene accantonato:

«Sono detenuto dal 1984 e condannato all’ergastolo. A un certo punto non sai più andare avanti perché non avere il fine pena ti fa andare avanti per inerzia e si può finire non si sa come. Agli addetti ai lavori, vi dico trovate una soluzione, non si può pensare di morire in carcere»

Sono le parole schiette di uno dei detenuti finalisti durante la premiazione, che mi hanno ricordato Cattivi, il romanzo di Maurizio Torchio, pubblicato quest’anno da Einaudi, in cui il protagonista racconta dal proprio punto di vista l’incubo della reclusione, l’alienazione totale a cui un carcere senza nulla di umano destina.

Ma dietro al peggio può nascondersi una seconda chance la convinzione che non tutto sia andato sprecato e che da qualche parte, prima o poi, anche quel poco di vita rimasto sepolto chissà dove riaffiori per tutti:

«Chi dice che in carcere si sta come in albergo si sbaglia, perché niente come un albergo prosciuga la speranza. Fuori c’è un sacco di gente che dopo i cinquant’anni si ammazza, perché ha capito che il mondo non si aspetta più niente da loro. Tolto l’eredità, forse.
Qui invece con il fine pena a sessant’anni pensi di avere ancora tutto da fare. Di potere diventare astronauta, ballerino, imprenditore. Perché dietro hai poco. Come se le cose della vita stessero in un sacco, dove non puoi vedere, ma senti che pesa e comunque, se hai tirato fuori così poco, qualcosa deve esserci rimasto. Tutta la vita non consumata deve essersi conservata, in qualche modo, da qualche parte, dovrà arrivare. Non può essere evaporata semplicemente passeggiando, dormendo
».
Pubblichiamo di seguito un estratto da uno di racconti dell’antologia:

Salvatore Ventura, La neve che non ti aspetti (tutor Erri de Luca) pp. 74-76

Mi affaccio e rimango incantato davanti alla neve che non ti aspetti. Larea che delimita le mura di cinta sembra una pista da sci, avrei voglia di tuffarmici dentro, fare a palate con i compagni detenuti… non si può. Guardo fin dove locchio arriva, lo spettacolo è mozzafiato anche per lumore, la Ciociaria stamane sembra una bella signora vestita di bianco.
Apro tutto per respirare unaria diversa, stupidamente tento di addentarla come se si potesse masticare. Intanto lamico ha finito di fare pipì; esce dal bagno brontolando di avere freddo, consiglia un thè bollente. Appoggio lidea. Intanto, mi chiede se mi era già capitato di sentire un freddo così fetente.
Non mi devo sforzare a cercare l’episodio. Immediatamente, dalla memoria antica, si anima il ricordo: il “blackout” che ho vissuto nel 1989 mentre ero rinchiuso al penale di Volterra.
Era da poco finita l’estate, il bel tempo aveva accolto anche la visita fatta ai detenuti dal Santo Padre Giovanni Paolo II. La vita in carcere proseguiva con i suoi ritmi sempre uguali e lenti, poi in un attimo accadde che iniziai a battere i denti fino a farmi male, mi sforzavo di tenere ferma la bocca ma la musica non cambiava, anzi peggiorava. Non capivo le ragioni, ero sconvolto. Fui aggredito da un freddo gelido che mi paralizzava i movimenti del corpo, escluso quello delle mascelle che continuavano a sbattere.
A quel punto qualcuno capì che doveva intervenire l’infermeria. Mi provarono la febbre: 40 e mezzo. Ma non era influenza, era pleurite. Durante la visita con il tisiologo, gli chiesi che cosa significasse e scoprii di avere del liquido in un polmone.
Era un medico con gli attributi, e in tre mesi riuscì a tirarmi fuori da quel casino.

“Anch’io ricordo di aver sentito maledettamente freddo in passato, durante un’altra carcerazione” mi fa eco Melo. “Mi diedero soltanto una coperta. Cera un materasso di spugna sporco, buttato a terra, e un bagno alla turca da cui saliva puzza di fogna che faceva venire il vomito, nient’altro. Non cera finestra, di giorno chiudevano il blindo e di notte lo aprivano e faceva un freddo cane. Un giorno mi diedero da mangiare una coscia di pollo, presi losso e lo feci seccare per bene. Poi lo appuntii come un ago e lo usai per fare dei buchi alla coperta, lungo il bordo. Dopo, tirai via un filo dall’orlo della coperta lurida e lo infilai dentro ai buchi e strinsi, ottenendo una sorta di mantello. Me lo avvolsi attorno al corpo per ripararmi dal gelo di quella cella. Però avevo freddo anche ai piedi. Strappai due pezzi di spugna dall’imbottitura lercia del materasso e feci due specie di suole”.
Melo, come in trance, continua il suo monologo. Io lo sto ad ascoltare.“In quella sezione eravamo in molti, lo capivo dai lamenti e dalle voci che udivo. Cera tanta sofferenza a riempire le mura di quel posto dimenticato da Dio. Era l’anticamera del manicomio. Ricordo di un pazzo, in particolare, che gridava tutto il giorno perché voleva fumare. Le guardie gli dicevano di stare zitto, ma lui gridava più forte. Una mattina, ancora quel lamento: “Fatemi fumare, datemi una sigaretta”. Poi, più nulla. Ci fu un silenzio sinistro rotto da qualcuno che fece girare la voce che il pazzo era morto stroncato da un infarto. Pensai che finalmente aveva smesso di soffrire”.

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