LETTURE IN LIBERTÀ  #SundayBooks

paola rinaldidi @Paola Rinaldi

Questa domenica il filo rosso non c’è: volendo, potrei anche trovarlo, con salti mortali e piroette spettacolari. Però mi son detta: ma cosa c’è di meglio di tre libri che hanno in comune solo (solo!!!) il fatto di essere proprio belli?! Una raccolta di voci penetranti, un romanzo che sembra un quadro, un fantasy con un’eroina riciclabile: eh, ve lo avevo detto, che non hanno un filo conduttore! Ma se lo trovate, siamo sempre in tempo a cambiare il titolo!

dubusAndre Dubus, I tempi non sono mai così cattivi, Mattioli 1885, trad. N. Manuppelli

Il titolo della raccolta di otto racconti viene da una frase di Tommaso Moro con cui è difficile non essere d’accordo:  “I tempi non sono mai così cattivi che un buon uomo non possa vivere in essi”. Nonostante i personaggi di Dubus non siano esattamente “buoni” – la maggior parte di loro commette azioni criminali di vario tipo – concediamo loro che si vedano non “cattivi” grazie alla straordinaria compassione dell’autore per le sue creature, le cui voci interiori Dubus riesce a farci arrivare  con sorta di una meravigliosa sorta di chiaroveggenza. I racconti migliori infatti (come l’ultimo) sono davvero trionfi di voce, memorabili per la loro risonanza. Come spesso in Dubus, i protagonisti sono persone comuni, anonime: incontriamo una ragazza che becca suo padre con l’amante ma non s’arrende, una moglie che rimugina sul marito che la mena quando beve eppure lo ama, un adolescente che va alla deriva come la sua famiglia… Sono personaggi che non si esauriscono nella brevità del racconto, sembrano degli estratti di romanzi più lunghi, di cui noi stessi possiamo immaginarci lo svolgimento. Ma ci sono anche almeno racconti più ‘densi’: c’è Polly (in uno dei racconti più potenti e carichi di suspence dell’autore), separata dal marito per ragioni a lui misteriose (ma abbastanza chiare a noi), quell’ex destinato a essere il suo assassino. Polly è una semi-alcolizzata sui 25 anni che cammina sonnambula attraverso la sua vita, stranamente solo ma raramente sentendosi sola. La bellezza consapevole di Polly la allontana dalle donne che potrebbero esserle amiche: perché Polly vede le donne come le vedono gli uomini e fa quei paragoni con se stessa che farebbero gli uomini, e la competizione che si innesca non fa che scoraggiare quelle che diventano automaticamente le sue avversarie. Ray, l’ex marito di Polly, si presenta al lettore con la stessa vividezza: non solo nella violenza brutale con cui tratta Polly, però, perché Dubus costruisce il suo con snervante lentezza, con dettagli  che ci permettono di sentire la voce di Ray e di intuire il suo destino, piuttosto ineluttabile. Il punto è  che le cose che capitano ai personaggi sono raramente volute da loro. Le voci di Polly e Ray si inseguono in questo racconto lungo, e se trionferà Polly (ma ditemi voi che trionfo), sarà la voce di Ray a rimanere con noi, che  arrancando nell’ autogiustificarsi, lui che avrebbe vissuto in pace col mondo se solo sua moglie… Oppure, c’è un padre (perché la famiglia è un po’ la particella prima dell’universo dell’America di provincia di Dubus) che diventa complice della figlia in un crimine che è tale quasi per caso. Luke è un cattolico abbandonato dalla moglie  che si occupa dei suoi cavalli nel Massachussets, non ha particolari passioni, evita l’amarezza come la disperazione, è calmo e lucido e pensa che il vero pericolo arrivi se ci si abbandona all’immaginazione. Luke scopre di amare la propria figlia più della verità, eppure non si sente in colpa quando si mette in fila per fare la comunione: accetta questa sua ‘debolezza’ come tutto il resto. I personaggi di questi racconti sono decisamente privi di fascino e generosità, sono sempre sbronzi di birra o dipendenti da qualcosa (alcol, fumo, droghe caffè…), ma la magia di Dubus sta in quella partecipazione, in quel sostegno che egli offre a ciascuno di loro, perché sa bene  che quelle dipendenze li confortano e li aiutano a vivere. Non si tratta di giustificare ed esorcizzare i loro deliri. Molto più semplicemente, come dice in un racconto il Capitano, sopravvissuto agli orrori della guerra, si impara che molto spesso la memoria mente e che mente dannatamente bene. Umano, ma non troppo umano, questo grande scrittore.

 

antonelloSilvana La Spina, L’uomo che veniva da Messina, Giunti

L’uomo  del titolo è Antonello, il pittore della copertina, che è un particolare de La Crocifissione,  un dipinto olio su tavola di tiglio di Antonello da Messina, appunto, datato al 1457 e conservato nel Koninklijk Museum voor Schone Kunsten di Anversa. E il romanzo, in fondo è già tutto compreso nella scelta di questa immagine. E nell’altra immagine del libro, L’Annunciata, quell’altra eredità lasciata da Antonello, così carica di mistero. Ma andiamo con calma. Questo è un viaggio a ritroso, che inizia dalla fine ed è una fine per niente lieta: è il 1479, a Messina Antonello sta morendo di consunzione, e nel delirio delle ultime ore è visitato dal fantasma o dalla visione del vecchio maestro Colantonio, da lui stesso invocato. Antonello è tornato a Messina, in quella terra che lo aveva generato ma mai amato, dopo essere scappato da una Venezia flagellata dalla peste e mortifera anche sotto altri drammatici punti di vista per l’artista. La morte se l’è portata appresso, Antonello, che accoglie con sollievo la compagnia di Colantonio in questo ultimo viaggio per il quale non sarebbe partito certo di sua sponte. Eppure, la morte incombente è quella che fa assumere al racconto di Antonello un carattere di confessione intima, senza veli né pudore, perché è davvero l’ultima delle sue opere, quella che sta componendo. Così, anche il lettore sa sempre che le parole di Antonello sono scelte e depositate sul foglio con un’urgenza e un’attenzione somme e sente la responsabilità del passaggio di consegne, senza però mai percepire il dolore della separazione, l’angoscia della dipartita. Grande l’abilità dell’autrice, bisogna proprio ammetterlo. Innanzitutto, chi è Antonello da Messina? Non sia hanno resoconti dettagliati della sua vita. Antonello da Messina è, in un certo senso, il primo pittore veramente europeo: nessun altro artista italiano del XV secolo ha risposto in modo così diretto non solo ai principali maestri di Bruges e Bruxelle, Jan van Eyck e Petrus Christus in particolare, ma anche ai giganti della pittura provenzale. Antonello ha mai incontrato di persona qualcuno di questi artisti, nel corso dei viaggi al Nord? Boh! Sta di fatto che le opere di Antonello sarebbero inconcepibili senza questi grandi maestri, ed è un grande mistero dell’arte italiana che la persona che meglio ha compreso il lavoro dei suoi contemporanei nordici , sia nato, cresciuto e abbia (così sembra almeno) lavorato per lo più nella periferia più a sud dell’Europa. Ora, perché leggere un romanzo che narra la vita di un personaggio realmente esistito, che sta su Wikipedia e nei manuali di storia dell’arte?! Perché un romanzo contiene, oltre al reale, il possibile: ed è qui la grandissima differenza. Tutti possono compilare un atto di nascita, stilare una tavola cronologica, ma solo gli scrittori sanno compare gli spazi vuoti. E Silvana La Spina ci regala un Antonello che non solo di vuoto non ha più nulla, ma che anzi abbonda. Antonello racconta dei suoi turbamenti, della sua fuga da una vita  impostagli da altri e da un futuro che non è quello che desidera lui. La sua voce trabocca di emozioni, nel suo racconto che oscilla tra passato presente, ricchissimo di dettagli e zoomate, come se il parlato diventasse subito immagine. Che è poi il mestiere di Antonello: la sua abilità nel dipingere lo ha portato lontano, da Napoli, a Roma, a Mantova, ad Arezzo… ma soprattutto a Bruges: perché là, tra i pittori fiamminghi, Antonello scopre la sua ossessione, che ha un odore preciso, quello dell’olio con cui dipinge Jan van Eyck; e un nome preciso, Griet, la figlia bastarda di Jan van Eyck, quella che svelerà ad Antonello il segreto della pittura d olio e il segreto dell’amore vero, che non è certo quello che lega il pittore siciliano alla moglie impostagli dal padre. C’è Griet allora, dietro L’Annunciata? E’ nel blu oltremare, in quella sua mano alzata (a fermare la morte che sta per travolgerli?) il segreto, il lascito di Anselmo? La prosa dell’autrice getta il lettore dentro i colori dei potenti quadri di Antonello (sicuro che li riconoscete, se anche ora non vi vengono in mente), che racconta della sua vita ma anche della sua arte: le tecniche, i gesti, il mestiere… Ci si può divertire ad andare a vedere quanta verità storica ci sia nel racconto di Anselmo La Spina, l’arte non fa mai male; ma questo è innanzitutto il romanzo di un uomo e delle sue passioni, di un’epoca dai molteplici volti, di un mondo che viveva ad un’altra velocità: niente selfie, ma autoritratti; niente pinterest, ma gallerie alle cui pareti pendono quadri dentro hanno il mondo intero. E si condividevano benissimo, anche senza i social.

 

Olga di cartaElisabetta Gnone, OLGA DI CARTA – UN VIAGGIO STRAORDINARIO, Salani

(qui potete leggere l’inizio del libro!!!)

Io penso che il coraggio vada esercitato fin da piccoli. Anzi, fin da piccole: quest’anno, la mitica Pippi Calzelunghe, nata dalle penna della scrittrice svedese Astrid Lindgren, ha compiuto 70 anni, e Alice nel Paese delle Meraviglie, scritto da quell’inquietante geniale Lewis Carroll,  ne compie 150!

Pippi è una delle grandi eroine del prestigioso catalogo di letteratura per ragazzi di Salani Editore, e proprio lo stesso editore torna alla carica con una nuova ragazzina coraggiosa, indomita, spericolata, divertente e fuori dagli schemi come Pippi (lo sapevate che quando nel 1945 Pippi Calzelunghe uscì in Svezia, scatenò scandalo tra i benpensanti e causò un profondo rivolgimento di costumi, tanto che molte delle ragazze che alla fine degli anni Sessanta parteciparono ai movimenti studenteschi, dichiararono di essersi ispirate a Pippi?!) e questa volta da un’autrice italiana che aveva già fatto perdere in fantasie molti ragazzini, Elisabetta Gnone. Il nome di questa nuova Cuor Di Leone è Olga, Di Carta. Ora, già che una sia fatta di carta, insomma dei fogli di un libro, mi piace molto. Poi la carta è riciclabile, è un altro modo per dire fiore, e la carta vince sul sasso perché l’abbraccia, nella morra (eh lo so, ci son pure le prosaiche forbici, ma non esiste un mondo perfetto). Infatti, Olga è una bambina esile, ma ha un dono spettacolare: sa raccontare storie che ti lasciano a bocca aperta e che giura d’aver vissuto in prima persona. “I bambini fanno miracoli quando leggono. Prendono le nostre frasi e danno loro una vita che, di per se stesse, non hanno” diceva Astrid Lindgren. E così succede con Olga, anzi Olga fa una magia un po’ più complicata: perché la nostra velina prende non solo le parole, ma anche gli atteggiamenti degli adulti che a volte si dimenticano che i bambini saranno gli adulti di domani, ma oggi vanno trattati appunto da bambini. Olga, con le sue storie di animali parlanti, di maghe e di ragazzi in mongolfiera, affronta i temi della fragilità, della vulnerabilità e dell’imperfezione che sono propri dell’essere umano ad ogni età, anche se gli strumenti con cui affrontare questi temi devono essere diversi. I racconti di Olga hanno successo perché sconfiggono mostri che in realtà spaventano tutti, piccoli e grandi. Per consolare l’amico Bruco, Olga si inventa la storia della bambina di carta che partì dal suo villaggio per andare a chiedere alla maga Ausolia di trasformarla in una bambina normale, di carne e ossa. Dai, che tutti stiamo pensando a Pinocchio… ma Elisabetta Gnone spiega bene che no, Olga non è Pinocchio: “Olga rappresenta l’esatto contrario di Pinocchio. Pinocchio è una struggente storia di libertà, mentre Olga si mette in viaggio per uniformarsi e scopre l’importanza di non essere come tutti gli altri. Il viaggio straordinario di cui si parla nel titolo è quello che affronta Olga, ma anche ognuno di noi, per imparare a capirsi, accettarsi e riconoscere se stessi. E’ difficile, ma ci troviamo tutti a intraprenderlo. Non è facile sentirsi diversi e affrontare chi è diverso da noi. Ma proprio come Olga, grazie all’amicizia e a incontri speciali è possibile. L’importante è avere voglia di intraprendere questo viaggio”.

Come succede ai bravi scrittori di letteratura per ragazzi, anche Elisabetta Gnone proporne un romanzo che non ha età: come Pippi, come Pinocchio, anche Olga sta simpatica pure agli adulti, che ovviamente leggono le sue fiabe con una prospettiva differente ma con lo stesso spirito dei ragazzini. E sarebbe anche bello leggerlo insieme, questo romanzo, perché se i ragazzini hanno bisogno di possedere di nuovo quelle armi bianche (le storie) contro i loro mostri (il buio, la timidezza, gli occhiali!), anche gli adulti devono ricordarsi che ci si può difendere senza violenza. Olga è forte come Pippi e Alice (che è una bambina anche se il romanzo di Carroll non è per bambini!), ma il contesto è cambiato: Pippi lotta per fare quello che le pare e vivere da sola anche se “alla fine poi, scopro che son tutti amici miei”. Olga invece sa bene che tutti possono fare quello che pare a loro, ma questo non ha portato ad essere tutti più amici, anzi la libertà scivola troppe volte nel sopruso verso chi è più debole, in un mondo in cui essere meno che perfetti diventa un anatema che porta alla solitudine. Pippi ha la forza  e il coraggio di fare quello che vuole (e siccome è intelligente, sa bene che la sua libertà di ferma dove inizia quella del suo prossimo), Olga ha la forza e il coraggio di ammettere che a volte si ha paura e non sempre si sa cosa si vuole fare, ma che va bene anche così, che non è un problema. La diversità è ricchezza, ma col passare degli anni ce lo dimentichiamo. Per questo fa bene ascoltare le storie di Olga a qualsiasi età: “Quale bambina può inventare storie con tale astuzia e maestria?” “Una bambina che ha scoperto come vincere la paura” diceva infine la saggia Tomeo, che all’animo umano faceva barba e capelli ogni giorno. “Paura di cosa?” le chiedevano gli altri. “Dei mostri che mette nelle sue storie e dei quali noi tutti abbiamo paura!”. Viva Olga (e la barbiera!)!