LE SERENATE DEL DON GIOVANNI ops DEL CICLONE, Romana Petri racconta il suo nuovo romanzo al #SundayBooks

paola rinaldidi @Paola Rinaldi

“Le serenate di Ciclone riprenderanno regolarmente a ottobre”, annunciano quegli scapestrati del poderoso romanzo affresco di Romana Petri, e hanno mantenuto la parola! Finalmente ce lo abbiamo tra le mani e sugli scaffali, il libro di cui parlammo in anteprima mesi fa.

A prescindere dalla notorietà di Mario Petri, che davvero è per lo meno uno dei più grandi Don Giovanni di tutti i tempi, a prescindere dalla presenza di altri personaggi molto famosi che compaiono nel romanzo in una dimensione più intima rispetto alle biografie ufficiali, il romanzo racconta una storia che non è di tutti ma che è sì per tutti o quasi. Ci sono tanti dettagli che cuciono la storia di Ciclone alla Storia del nostro Paese e quindi a elementi che ci ‘risucchiano’ mentre leggiamo (la lavatrice Indesit, il Tavor, Orzowei, Tarzan, le auto di Mario, il Boom e la crisi, gli anni ’70 e ’80 con l’esplosione della violenza, la schedina…) ed è fin troppo facile lasciarsi sedurre o immedesimarsi in Ciclone, che è una vera forza della Natura. E’ la storia di una famiglia felice. Solo che la felicità non è uno stato, ma un divenire: per essere felici come si può essere felici noi uomini (che prima o poi moriremo) pare essere necessari un movimento continuo, uno sforzo che rende ogni famiglia felice in un modo proprio. Come in Tutta la vita, si deve faticare per avere momenti di felicità e ogni felicità ha il suo prezzo. Non che ci si rovini la vita cercando di essere felici: anzi, almeno sappiamo che lottiamo per un sollievo. Ma Ciclone sembra volerci rammentare la grande verità che ogni medaglia ha il suo rovescio e che certo che ci sono gli dei, ma ciascuno di noi ha una buona dose di responsabilità nell’essere diventati ciò che si è.

Ciclone è un gesto d’amore, di una figlia nei confronti del padre, ma anche una sorta di offerta agli dei. E’ una storia di grandi sentimenti e dell’amore che si declina in tanti modi: amore coniugale, amore filiale (in tutti e due i versi), amicizia per la vita, affetto per gli animali (i cani hanno un grande ruolo negli affetti di Mario e non solo), passione per la letteratura… e così a scemare fino alla semplice passione per le auto, a ben vedere. Sono vicende di una famiglia speciale che però, tolti i nomi famosi e fatte le dovute proporzioni, è simile a molte altre famiglie ‘normali’. E’ l’avventura di un contadino che conquista la Scala e Vienna e legge greco e latino.

Di seguito ecco la chiacchierata con Romana Petri, che avevamo condiviso prima dell’estate.

Di “Giorni di spasimato amore” avevamo già parlato con Romana a ridosso dell’uscita in libreria, ancora prima avevamo chiacchierato di “Figli dello stesso padre”, ma LE SERENATE DEL CICLONE, pubblicato da Neri Pozza, è IL romanzo di Romana. Perché tanta enfasi su quest’opera? Perché è il racconto, attraverso il ricordo di Romana, della vita del padre Mario Petri (che nacque Pezzetta), il famoso basso baritono (e poi attore) che esordì alla Scala di Milano nel 1948 come Creonte nell’Oedipus rex di Igor Stravinskij e lavorò con artisti del calibro di Herbert von Karajan e Carlo Maria Giulini, Maria Callas, Carlo Bergonzi, Giuseppe di Stefano, indimenticabile Don Giovanni ma anche divertentissimo Pirata Nero che affronta Totò nell’omonimo film del 1964. Inutile raccontare la cronaca, e poi non voglio togliervi la sorpresa di scoprire qualche verità in più su personaggi molto noti. Se si trattasse di solo questo, non saremmo qui a parlarne. Invece, oltre che il ritratto di un’Italia che cambia – da un Paese agricolo e cattolico ad oltranza a nazione del boom e delle cambiali e degli elettrodomestici e delle metropoli in cui si arriverà alla legge sul divorzio – , questo è un romanzo, è opera di fantasia (la gioventù di Mario, narrata con una passione e un’emozione da commuovere nonostante la vena assai goliardica che l’attraversa, non l’ha mica vista, Romana!), è ricordo: mi piace questa parola, perché ha dentro la radice della parola cuore (‘cor’, appunto) e mi sembra che ricordare voglia dire, in fondo, prendere ciò o chi stiamo ricordando e intingerlo nel nostro cuore (ridargli cuore), per tirarlo su intriso delle emozioni, sensazioni, sapori e odori che albergano in quel muscolo che è la casa della nostra interiorità. Ecco, questo fa Romana Petri in questo romanzo, bello, intenso, doloroso, ma anche pieno di gioia, di vitalità, di suoni e di amori. O meglio, passioni: Mario è passione fatta persona, entusiasta ed esuberante, nel bene e nel male, non solo per la musica o la box o le auto… C’è l’amore, e ragazzi che amore, mica quello facile delle fiabe, per Lena, la ballerina che diverrà sua moglie, e per i suoi figli. Nella dimensione privata, familiare, troviamo la grandezza della scrittura di Romana Petri: precisa, alla ricerca del termine giusto, in equilibrio tra il dialetto e l’italiano suo perfetto e per questo emozionante (non ci siamo più abituati…).

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Romana, i tuoi romanzi mi paiono soprattutto contenitori preziosi di persone mosse da passioni, che si ‘organizzano’ in eventi, in storie. Come nasce la forma in cui decidi di racchiudere le vicende di cui narrerai? In “Ti spiego” la lettera in realtà nasconde una sorta di lunga confessione liberatoria da parte di Cristiana (che risponde a missive il cui contenuto conosciamo solo attraverso le sue risposte); in “Tutta la Vita” e “Figli dello stesso padre” c’è un narratore che sa tutto ma che tace molto e lascia venire fuori quello che pensano i protagonisti; qui invece utilizzi un narratore esterno ma anche una voce narrante in prima persona. Ma come parlano a te tutti questi personaggi e le loro storie? Decidi tu, lasci che decida la storia, non ci pensi nemmeno perché ancora prima di scrivere la prima parola ti è tutto chiaro?

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Mi piace la parola “passione”, la dice lunga su tutto, anche sull’eventuale organizzazione di un romanzo che, se di passione, non si lascia certo organizzare. Mi viene un’idea in testa, ma sempre molto vaga. È quella vaghezza a darmi il coraggio di metterla in atto. Mi domando sempre: ma da una semplice e molto vaga idea, di può scrivere un romanzo intero? La risposta dovrebbe essere no, e invece dipende dall’impeto, dalla forza che dietro a quell’idea si nasconde. Ci sono romanzi che ho cominciato e lasciato a quasi subito, perché l’idea, che all’inizio mi sembrava promettente, al dunque non si è rivelata tale, e altri che invece sono andati avanti da soli. Le storie che porto a termine, evidentemente, sono quelle che decidono un po’ tutto loro. A un certo punto sento che diventano un’urgenza, e a quel punto sono certa, non so bene ancora come, che arriveranno fino alla fine. Ci sono state storie che mi hanno anche dettato i loro tempi. Storie che mi hanno lasciato l’agio di scriverle con calma, e altre che hanno avuto una gran fretta. Insomma, alla fine le finivo, ma arrivavo che ero “sfinita”. L’importante, per me, è capirlo. Se devo andare al tappeto preferisco farlo subito. Quando invece sento che i miei muscoli sono pronti, come venissi da un lungo allenamento, allora non mi fermo più. Circolo per casa e fuori casa con tanti pezzetti di carta in tasca. Ogni tanto mi devo fermare per appuntare qualcosa. Li tengo anche in terra accanto al comodino, di notte. Tra la veglia e il sonno, in quel momento micidiale che è il perdere la coscienza per entrare in un’altra, mi sono arrivate frasi fondamentali. Alcune le ho scritte subito accendendo la luce e svegliandomi completamente. Quando invece mi sono detta: me la ricorderò domani, sento che non posso proprio dimenticarla, allora è stata quasi sempre un’idea perduta. Quando scrivo un romanzo, vado a dormire con questo terrore.

In “Ti spiego” è Cristiana a sfogarsi prendendo a pugni un sacco il volto immaginario può cambiare a piacere, in “le serenate del Ciclone” è proprio Mario, tuo padre, il Ciclone, a dare di box. Una passione che hai ereditato pure tu, hai praticato il pugilato a livello amatoriale. Dici spesso che è una metafora della vita, davvero sembra un po’ la sintesi della lotta dell’Uomo contro il Fato (che assume di volta in volta sembianze diverse), l’epica tradotta in una immagine. A me piace anche molto pensare alla fisicità dell’arte e dell’artista (tu scrittrice, tuo padre cantante lirico), perché troppo spesso ci si immagina l’artista come essere ‘astratto’. Ci racconti della tua lotta nello scrivere? Ci sono ‘avversari’ ricorrenti? E quali ti mettono (temporaneamente) a tappeto? Com’è il corpo della tua scrittura?

Mio padre è stato un pugile peso massimo, ha praticato questo sport e affrontato tanti incontri per pagarsi le lezioni di canto. Forse, tra le tante cose che ha fatto, questa è quella che mi ha commossa di più: allenare i muscoli per poter allenare l’ugola. Una cosa tanto fisica contro un’altra tanto celestiale. Perché io non ho dubbi, quando si canta si diventa un’altra cosa, mio padre mutava totalmente, andava in estasi, certe volte aveva un’espressione quasi mistica. Era un uomo tanto corporale, ma quando cantava si “angelicava”. Questo per me è il vero significato della poesia Correspondences di Baudelaire: usare il corpo per arrivare allo spirito. Ma nella convinzione che tra i due vince sempre il secondo.

Sai che io non amo cercare i punti di contatto tra la vita dell’autore e quelli dei suoi personaggi, tra la vita di chi scrive (che è reale) e quella dei suoi personaggi (che è fittizia). Però è certo che ci sia molto di te nei tuoi romanzi, in particolare poi ne “Le serenate del Ciclone”. Allora ti chiedo: si scrive solo di ciò che si conosce? O si scrive per conoscere ciò che si ignora? O si scrive perché c’è una storia che vuole essere raccontata e lo scrittore se ne fa tramite? O viceversa lo scrittore ha qualcosa da dire e inventa una storia per raccontarcelo? O non ci ho preso per niente?

Sono sempre stata convinta che si scrivano solo due cose: quelle che si conoscono e quelle che non si conoscono affatto. Le prime sono in fondo più semplici, o almeno così possono sembrare. Però, in fondo, quando si scrive di ciò che si conosce bene, si finisce anche un po’ per nascondersi. Esiste un’autobiografia esposta e nascosta allo stesso tempo. Racconti una cosa che è accaduta, ma la trasformi. Sono sempre stata convinta che dopo il nome e il cognome, la data e il luogo di nascita, tutto il resto diventi letteratura. Quando invece si scrive di ciò che non si conosce accade una cosa assai misteriosa: si diventa oscenamente autobiografici. Perché non c’è più bisogno di nascondersi, la storia lo fa già da sé e allora c’è un grande abbandono da parte di chi scrive. “Giorni di spasimato amore”, per esempio, è una storia inventata che mi è arrivata per caso, eppure io so che dietro al dolore di Antonio c’è una mia ferita. Ma l’ho saputo dopo, a cose fatte, quando il libro è finito. L’ho riletto e mi sono detta: ma questo personaggio sono proprio io. Sono cose che succedono quando si patisce qualcosa. Si scrive di un dolore parlando di un altro.

petri rinaldiCome si fa a scrivere di sé, di cose così intime e dolorose o gioiose, senza scrivere un’autobiografia, bensì un romanzo che amerà anche chi non sa nulla di te o non conosce la carriera di tuo padre?

Tra l’altro, tu ricostruisci momenti della vita dei personaggi (che per te sono anche persone), in cui tu non eri presente. E, comunque in generale, sei tu a creare le parole sulle labbra dei tuoi personaggi, i gesti che li fanno muovere, i pensieri che li invadono: quanta responsabilità! Come se ne esce? Come ne sei uscita tu?

“Le serenate di Ciclone” è un omaggio amoroso a mio padre. Ma è un romanzo, non una biografia, non ne sarei mai stata capace. Non è nemmeno una biografia romanzata, è un romanzo vero e proprio. Tutta la prima parte, che comincia dal giorno in cui nasce e finisce nel giorno in cui si sposa, è una letteraria dilatazione di “ricordi di ricordi”. Certo, mio padre aveva un modo molto avvincente di parlare di sé. Io ero piccolissima, ma bevevo ogni sua frase. Non c’è dubbio, però, che di quelle bevute io abbia poi fatto un racconto e un modo di ricordare tutto mio, molto leggendario. Sono ricordi ricoperti di molti strati. Io ho un po’ questa idea del romanzo, lo paragono sempre a un ricordo del passato. All’inizio è stato un evento che per molto tempo è stato “ricordato” in modo veridico, poi, piano piano, ha cominciato a trasformarsi, a diventare anche il “ricordo del ricordo”, ci si sono aggiunte delle cose, altre sono andate perdute. Ecco, per me il romanzo su qualcosa di reale, che davvero è accaduta , è un ricordo trasformato dal tempo. Quasi un’altra cosa da ciò che è stato.

Stabilito che questo romanzo è molto più di un’autobiografia, perché in un  certo senso contiene anche il possibile e non solo il reale (cosa che piacerebbe a Thomas Mann), che cos’è “Le serenate del Ciclone”? Per te che l’hai scritto e per noi che lo leggeremo? La splendida copertina vuole essere una prima, sintetica risposta?

Un amico di famiglia mi ha chiesto se ho scritto questo libro per tumulare mio padre una volta per tutte. Forse l’involontario intento era questo, ma in realtà non è  andata così. L’ho scritto perché era morto da così tanto tempo che avevo voglia di stare ancora un po’ con lui, di farlo rivivere, mi mancava. Volevo andare a riprendere  Euridice, poterle/gli  dire: Meco trarrotti a riveder le stelle…

Ho rischiato grosso. Ho fatto quello che solo con la l’arte si può fare: rimettere in vita un morto. Poi, a mano a mano che il libro stava per finire, è stato faticoso. Verso la fine del romanzo sono riuscita a perdermi nel supermercato sotto casa mia. Mi sono spaventata molto.  Stavo alle ultime battute del libro, mi mancavano giusto un paio di capitoli e sapevo che stavo per “perderlo” di nuovo. Per scriverlo, mi sono dovuta costruire una pericolosa illusione. Ho sempre avuto un’idea molto ludica della letteratura, questa volta mi sono dovuta ricredere un po’, ho sofferto parecchio mentre scrivevo . Ma sono felice di averlo fatto, in fondo, per un po’ l’ho rimesso al mondo davvero e l’ho avuto sempre accanto a me. Non è un caso che tra le epigrafi scelte ci sia pure quella tratta dal Pinocchio di Collodi: Voglio salvare il mio babbo!

Ci parli un po’ del personaggio di Lena, che, come spesso capita alle donne dei tuoi romanzi, ha più pazienza e fiducia e forza di Penelope?

Lena, nella sua apparente fragilità, è in realtà una donna molto pragmatica, determinata e anche abbastanza diplomatica. Sa di avere a che fare con un uomo che non deve prendere di petto. È una donna di altri tempi, di quelle che mettevano la loro vita al servizio dell’amore, una regista del buon matrimonio. È lei che da subito regge tutte le fila di questa unione, anche quando sembra che stia per perdere. E l’unica a saperlo è proprio lei. Sa che di fronte a tutti ha perso, ma che si tratta solo di aspettare. E lei sa farlo, ha una pazienza orientale perché è certa che prima o poi, sul Tevere, passerà il cadavere che sta aspettando. È capace di reprimere le sue rabbie, sembra quasi che abbassi la testa, ma sa dove vuole arrivare, non c’è giorno che non abbia tessuto la sua tela, ma non quella di Penelope, la sua è stata una sontuosa, magnifica tela di ragno.

Con tuo papà giocavi all’Odissea, a Ulisse e i Proci. Adesso già è difficile che genitori e figli vogliano trovare il tempo per giocare insieme e quando succede, spesso al massimo si gioca alla playstation. Quanto ci siamo persi del divertimento della lettura? Quando abbiamo scordato che un libro è un gioco e leggerlo è appassionante, divertente, coinvolgente? Che anche con/in/contro un libro si può vincere o perdere?

Mi ritengo molto fortunata, ho vissuto l’infanzia in un momento perfetto. Ero pienamente bambina, c’era una certa completezza in me. Ho vissuto l’infanzia in un mondo che eccitava molto la fantasia, quella intima. Ricordo dei dischi di favole che sapevo a memoria, molti libri che i miei genitori mi leggevano, pomeriggi interi trascorsi con loro al cinema, anche due film in un pomeriggio. Uscivano da un cinema e correvamo verso l’altro per arrivare in tempo. Ma la sera, se non c’erano invitati a cena (ho sempre avuto il privilegio di mangiare con i grandi), me ne andavo a letto dopo Carosello. Oggi i bambini dormono pochissimo, nascono insonni, e i giochi che fanno sì, li eccitano, ma solo in modo fisico. Direi che li stressano, anche se questa parola non mi piace molto. E, ovviamente, non leggono più, e questo li spegne. È triste soprattutto sapere che davvero non sanno ( e non vogliono sapere) quello che si perdono.

Nel romanzo si parla della bella amicizia tra Mario Petri e Sergio Leone. Del tuo affetto per il cinema troviamo traccia anche in “Figli dello stesso padre”. Ti va di raccontarci brevemente cosa ha voluto dire questo incontro per tuo padre e cosa nei hai fatto nel romanzo?

Sergio Leone era un genio inconsapevole, agiva d’istinto e gli  uscivano quei capolavori. La sera che è venuto per la prima volta a cena a casa nostra ne sono rimasta profondamente affascinata anche se ero davvero molto piccola. Ci parlava dei suoi progetti, che poi erano “Per un pugno di dollari”. Ci raccontò la storia, gli attori che avrebbe voluto. Ho bevuto le sue parole, e ho continuato a berle in quei suoi magnifici dialoghi laconici tra cavalieri solitari. C’è stato un momento in cui ho seriamente temuto che avrei parlato solo così anche io. O forse, ad essere più sincera, l’ho sperato. Ma questo sarebbe lungo da spiegare, un po’ come la mia passione per Charles Bronson. Verrà tutto chiarito nel romanzo. Posso solo anticipare che Charles Bronson, per me, è da sempre “lessico famigliare”.

Sei anche una preziosa traduttrice. Essere scrittrice, con un tuo stile e un tuo lessico preferito, ti aiuta o ti ostacola? I personaggi del romanzo che traduci diventano anche personaggi un po’ tuoi? O è l’autore che traduci a diventare un tuo personaggio? O invece prendi le distanze da tutti?

Tradurre è l’unico modo che conosco per meditare. Niente yoga o cose del genere. Tradurre è il mio metodo perfetto per spegnere i pensieri. Non che riesca a non pensare affatto, ma almeno non mi fermo su nulla. Devo tradurre, trasporre da una lingua straniera alla mia, cercare di trovare la forma migliore per esprimere le parole di un altro scrittore. Cerco di farlo con molto rispetto per il lavoro altrui. E mi ritrovo a farlo con passione. Non c’è dubbio che alla fine tutte quelle parole diventino anche un po’ mie, si crea un’affezione quasi inevitabile. Ovviamente il libro mi deve piacere, quando si traduce solo per lavoro (il vil denaro) questo processo non avviene. Comunque, lo voglio ripetere, niente di meglio, per staccare la famosa spina, almeno per me, che mettersi a tradurre. Dopo tre ore filate possono essere stanchi gli occhi, ma il cervello si è risciacquato in modo incredibile.