#Sundaybooks – Pinocchio, quel dilettante

paola rinaldidi @Paola Rinaldi

Tutti sappiamo che una piccola bugia qua e là può salvare il nostro mondo. Le bugie bianche sono quasi una testimonianza di affetto e rispetto, perché la verità, santa e necessaria, fa quasi sempre male. Però, ecco, occhio a non esagerare: perché se ci facciamo prendere alla mano, alla fine potremmo essere noi stessi la nostra più grande bugia. Sono usciti  qui da noi, quasi in contemporanea, due romanzi che proprio di questo parlano, sono due spagnoli tra i più bravi, e non potevo lasciarmi scappare questa occasione. E siccome a raccontare bugie siamo bravi tutti, ci ho messo dentro pure un romanzo che è di uno scrittore che è un po’ meno mediterraneo (uomo di mare ma del Nord) e che tutti associano con la decadenza e invece riesce a mentire con una sublimità divertente che vi stupirà. E giuro che non sto dicendo bugie!

impostoreJavier Cercas, L’IMPOSTORE, Guanda, trad. Bruno Arpaia

Enric Marco ha truffato mezzo mondo. E’ divenuto vittima emblematica della malvagità umana, solo che non era vero niente. Un’assoluta menzogna che ha cercato il riconoscimento oggettivamente più puro che esista: quella della compassione e l’empatia enorme per le vittime innocenti delle ingiustizie del potere. Marco ha sguazzato in questo affetto per e anni e anni. Solo nel 2005 è stata smascherata l’immensa bugia: Enric Marco non era un sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti né un sopravvissuto delle purghe franchiste. Marco, pesando che sarebbe stata una possibilità di riabilitazione, ha accettato di raccontarsi a Cercas in una serie di interviste che ha portato alla realizzazione di questo libro. Dal titolo capiamo bene che Cercas non ha evidentemente soddisfatto le aspettative di Marco. Perché Marco, paradossalmente, c’entra poco con il senso di questo scritto, il più spagnolo e insieme il più universale di Cercas : la vita è tutta una bugia? La nostra esistenza è fiction? Anzi, più importante ancora: la storia collettiva, la Storia, allora è un’invenzione? Che la letteratura sia per sé necessariamente un’impostura, è idea vecchia: gli impostori hanno una profonda tradizione letteraria ricordo solo i romanzi di Emmanuel Carrère o Mister Ripley dalla penna di Patricia Highsmith. Cercas si pone in in dialogo con la storia e la letteratura in un libro che trascina il lettore in molti angoli della memoria personale e collettiva. Questo libro non è fiction eppure è un romanzo, come già Anatomia di un istante. L’impostore dice di una malattia cronica; è Storia, naturalmente; ma non è biografia, è sperimentazione, è un’autobiografia scritta attraverso le bugie di un altro. E’ romanzo non-fiction: d’altra parte come si fa ascrivere una fiction su uno che sulla fiction, sulla finzione, ha costruito le sue tante vite e persino le smentite alle sue bugie. Scrivere un libro è creare un gioco con regole note e sicure; e il lettore è chiamato a leggere per scoprire quali siano queste regole. Anche se, ovviamente, il libro è pieno di congetture e riflessioni, persino confessioni (finte o vere, di Cercas), quindi permette un campo d’azione molto più ampio del saggio storico. Qui è messa in discussione seriamente la nostra fede nei testimoni, che sono sì fondamentali, ma non possiedono la verità assoluta, dice Cercas mentre la Spagna fa i conti con le menzogne della Transizione, il lungo periodo di uscita dal franchismo. In Italia non sappiamo molto nemmeno di una vicenda così incredibile come quella di Enric Marco, ma in Spagna invece moltissima gente ha inventato la sua biografia, alla fine del regime di Franco: tutti quelli che l’hanno sostenuti sono scomparsi, nessuno era mai stati franchista, eppure il regime di Franco è stato tra i più longevi. Ora, direi che non serve essere spagnoli per capire di cosa stiamo parlando, è successo e succede anche qui da noi, anzi è questa una delle forme più diffuse di riciclaggio. Marco è  un emblema, lo specchio di noi tutti e di ciò che è stata la Spagna nel corso di quasi un secolo secondo Cercas: Marco non mosse un dito contro la dittatura per 40 anni, ma alla fine del regime di Franco, in pochi mesi, è diventato il Segretario Generale della Confederación Nacional del Trabajo, la terza unione iberica più importante. Dunque cos’è la memoria storica on fin dei conti? E’ diventata un’industriac he fornisce vantaggi morali e politici, persino artistici. Questo libro non parla di Enric Marco: si parla della nostro insaziabile e umiliante bisogno di essere amati, accettati e ammirati; parla della nostra infinita capacità di dire di sì e la nostra vile incapacità di dire di no. Ovunque e sempre. L’impostore non è Enric Marco: siamo tutti noi. Quelli che non lo sono, quelli che hanno il coraggio di dire no, che sono in grado di opporsi a ciò che dice la maggioranza e fare ciò che è giusto, sono i veri eroi, ma da loro ci nascondiamo, per non metterci in imbarazzo. All’inizio del libro troviamo la domanda se si Marco si salverò o no. La risposta è nel libro, ma non la dà il libro, che è un romanzo proprio perché si permette di porre interrogativi e non fornire direttamente la risposta. L’impostore si gioca sul tagliente dell’ironia: c’è tutto è una cosa e il suo contrario. Come nel Don Chisciotte. L’ironia dimostra che la verità morale è una verità poliedrica, ecco perché il romanzo è l’assoluta antidoto contro il fanatismo. La risposta alla domanda del libro è che non c’è risposta; la risposta è che il libro stesso, la domanda è la risposta. La cosa interessante è cercare di capire perché ha fatto quello che ha fatto questo sommo impostore. Tutti noi siamo, in ultima istanza, narratori di se stessi e offriamo agli altri un’immagine che non è sempre veritiera. La fiction, il romanzo della sua vita che Enric Marco racconta, in qualche modo, lo salva dalla sua mediocrità o più semplicemente da una vita normale che nessuno avrebbe ricordato. Ma questo romano non fiction ci dice anche che, alla fine, è necessario affrontare la verità, come fa Don Chisciotte, che, prima di morire, torna ad essere di nuovo Alonso Quijano. E questo è vero per gli individui, ma anche per l’intera umanità

cosihainizioilmaleJavier María, Così ha inizio il male, Einaudi, trad. Maria Nicola

Questa è la storia di due sconfitte e un lieto fine: la miseria di una donna, la miseria di un “Paese sporco” (la Spagna, come la definisce un personaggio), e la felicità di uno spettatore castigato, riflessivo ed egoista, che è il narratore della storia. Ma Eduardo Muriel è il maestro: un prolifico regista cinematografico molto particolare. Il giovane Juan De Vere, fresco di laurea, viene assunto proprio da Eduardo Muriel per fargli da assistente: è lui che molto tempo dopo sentirà la necessità di raccontare quella breve stagione trascorsa con Eduardo e sua moglie (due disgrazie insieme), così decisiva nella sua vita e nel suo modo di affrontare e capire la maturità. Inizia così quello che è forse il romanzo di Marías con la trama più compatta che offre un epilogo che riassume e conclude la storia: la vita del narratore è venuta a riprodurre diabolicamente le condizioni di vita di Edward e sua moglie, anche se senza  i loro errori o il loro dolore, semplicemente nel silenzio. Non aspettiamoci sermoni o prediche: il lettore è assorbito dal suo stile ricco di racconti estemporanei e quando sembra che nulla sia accadendo, in realtà succede tutto. Il centro del romanzo è la verità, con le sue trappole, i suoi segreti, e i suoi sforzi: per conoscere e per scoprire, conoscere e far finta di non sapere; è la vita di ogni giorno, e, naturalmente, la vita di ogni giorno di ognuno di noi, con quei segreti pronti a diventare, alla minima occasione, terremoti devastanti. Quello che redime questa dimensione sottomessa è il tessuto verbale del romanzo, la sua architettura dello svelamento  e l’assenso del narratore a farsi spia e interlocutore-specchio degli altri personaggi, Eduardo in primis. Scopre quello che voleva sapere, e sua moglie, un’irresistibile Beatriz, rimpiangerà fino alla sua morte, vicina, di aver rivelato, in un attacco di furia, quell’antico segreto. Che sarà il motore che impasterà la sua vita, e, in larga misura a quella di suo marito, con una profonda amarezza. Con i segreti del ‘passato collettivo’ succede la stessa cosa? Perché la storia di Muriel e di sua moglie è una prospettiva privata che apre ad un approccio più generale alla Spagna che viene fuori della dittatura con un’accelerazione di conversione delle personalità più legate al regime di Franco come si diceva più sopra. Non si fanno nomi , nel romanzo, a differenza di quanto fa Cercas. Dal 1980 (l’altro ieri!), durante la Transizione, le verità vengono ignorate e le bugie tollerate e nel romanzo non c’è un detersivo che lavi più bianco i panni sporchi. Eppure, per Marías, non tutti i segreti e i silenzi sono uguali, né tutti si comportano come quel medico che dona al romanzo una dimensione tragica e a maledetta che a volta quasi disturba. Il rapido ritmo narrativo cattura il lettore, che perde l’equilibrio, avvolto dalla spirale della giustizia e della verità: la verità ostaggio di interessi non proprio puri, la verità nascosta per motivi legittimi, la verità taciuta per evitare effetti peggiori, la verità che protegge, la verità imprudente. E il risentimento che sgorga dal non avere saputo prima. Naturalmente, Marías non è certo per nascondere il passato o seppellire gli storici, quanto invece per liberarsi dalla falsa innocenza, dallo schematismo che la storiografia sembra offrire. Mai Marías definirà i suoi romanzi come storici e questo non fa eccezione: la Storia si infiltra nelle vicende che racconta, ma siamo nella finzione, al contrario di quello che vuole Cercas. Per Marías l’espressione “memoria storica” è una contraddizione in termini, per lui c’è invece  “immaginario collettivo” dei fatti reali, storici, che è appunto un’idea di quello è successo influenzata soprattutto da romanzi e film e solo in secondo luogo i libri di storia. Proprio per questo esiste solo la memoria individuale, che è sempre ambigua, parziale, interessata, selettiva, incompleta e chiaramente soggettiva. Ciao ciao Verità!

confessionedelcavelieredindustriaThomas Mann, Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull, Mondadori, trad. Lavinia Mazzucchetti

Non ve lo aspettavate eh?! Ultimo romanzo del Nobel tedesco, morto prima di terminarlo (ma non lo avrebbe mai finito, ci si divertiva troppo a giocare con Felix), quest’opera è un vero inno alla leggerezza, all’ironia, alla bugia come arte divina. Nessuno qui in Italia se è filato, così continuiamo a pensare che Mann sia quello che muore a Venezia, invece scappa via su una mongolfiera (la non fine del Krull).

Felix, di nome e di fatto, nasce in una famiglia che perde in fretta la sua ricchezza e il suo posto nella società, ha una madre che flirta a destra e a manca e attraversa la Germania da Nord a Sud in cerca di un po’ di ricchezza, di benessere (e non stiamo parlando di spirito eh). Dunque, Felix vive di espedienti, come capita a chi si trova col culo per terra e non ha un soldo né un’educazione né amicizie importanti. Ruba, diventa il protettore di prostitute, poi si inventa di saper fare un sacco di cose e arriva persino ad essere l’amante di una donna meravigliosa (che Thomas Mann costruì avendo sotto gli occhi le foto dei giornali della nostra Anna Magnani e ci ha preso in pieno), la moglie del famosissimo Professor Kuckuck, un rinomato paleontologi di Lisbona. Come ci sia arrivato, il nostro Felix, a Lisbona da Monaco di Baviera lo lascio scoprire a voi, perché la sua vita è un viaggio costante, una trasformazione continua. Felix è un bugiardo mitico: è Hermes, la divinità greca che è il messaggero degli dei, ma anche il re dei ladri. Il piccolo Hermes fu un bambino molto precoce: nel suo primo giorno di vita inventò la lira uccidendo una tartaruga, che diventò il suo animale sacro, e la notte stessa riuscì a rubare la mandria di bovini di Apollo suo fratello, nascondendola in una grotta e cancellandone le tracce degli zoccoli. Ora, che vi devo dire di più? Felix non finge di essere un altro, lo diventa proprio. Non imita, bensì assimila e supera il maestro. Per gli antichi Greci Hermes incarnava principalmente lo spirito del passaggio e dell’attraversamento e si manifesta in qualsiasi tipo di scambio, trasferimento, violazione, superamento, mutamento, transito… La vita è un commercio insomma. In tutto ciò, non troverete Hermes o queste cose dotte e noiose nel romanzo del mio TM (scusate, ma ci ho scritto la tesi, ci ho lavorato anche dopo l’università, ho preso in mano i suoi appunti, le sue lettere, ho seduto alla sua scrivania… concedetemi il mio essere groupie!): lì c’è solo azione, e il motore ha come carburante le bugie che Felix trasforma in realtà (cavaliere dell’industria è un titolo che non esiste), ammesso che ormai questa parola abbia un senso, con grande dose di sensualità (giuro!). Se quelle stesse cose le avesse fatte un altro, sarebbe un mentecatto disgraziato che disprezzeremmo dal più profondo del nostro essere. Invece Ferlix ci affascina, ci piace, tutto quello che combina è ben fatto. Ecco perché Mann non avrebbe mai finito questo romanzo, se non fosse morto: troppo innamorato di Felix, che possiede quella levità che Mann avrebbe tanto voluto avere per vivere le sue contraddizioni e le sue responsabilità ballando in punta di piedi, invece di travagliarsi e assumersi responsabilità pesantissime; troppo divertito dai viaggi infiniti, perché non è vero che le bugie hanno le gambe corte, se a raccontarle è quel gran figo di Felix/Hermes coi suoi calzari alati (chiamatelo pure Mercurio, sempre lui è). Mentire è sbagliato, ce lo hanno detto Cercas e Marías e pure Pinocchio, però, ragazzi, quanto è divertente?!