Lost in translation  #SundayBooks

paola rinaldidi @Paola Rinaldi

Non c’entra il film, ma mi piace il titolo. Perché in fondo un libro è una specie di traduzione, che ci permette di capire vite e mondi e situazioni che non ci appartengono, ma che pure, alla fine, ci arricchiscono e quasi sempre ci dicono molto di noi stessi. E perdersi in queste traduzioni è un bene, credetemi. I suggerimenti di oggi hanno a che fare coi libri, con le storie degli altri, col perdersi ma non necessariamente col ritrovarsi. Perché leggere è soprattutto una grande avventura!

storia_della_pioggia_02_2_1) Niall Williams, STORIA DELLA PIOGGIA, Neri Pozza, trad. M. Ortelio

Ruth racconta la “Storia della pioggia” per ritrovare suo padre e suo nonno e il suo bisnonno e tutta la sua famiglia che è vecchia come l’Irlanda e costruisce la sua mitologia su quell’animale sacro che è il salmone. La ragazza trascorre molto tempo a letto negli ultimi anni (ma no, non è una piagnosa malaticcia di quelle che vanno di moda adesso) e quindi ha modo di ripescare i libri che suo padre Virgil, dopo aver navigato per il mondo, ha raccolto nella loro casa, quella in cui si sposò perché incontro la donna che diede significato alla sua esistenza, e in cui nacquero i due gemelli Ruth e Aeney. E nel tinello ci sta pure Nan, che vi farà ridere tantissimo, come tutti i personaggi, se non fosse che poi vorrete loro così bene che vi faranno anche piangere un po’.  Questo libro è la storia di come siano necessarie le storie per non morire; anzi, meglio: per esistere. “Storia della pioggia” non esisterebbe che se non ci fosse l’Autore a scriverne, e l’Autore non ci sarebbe se qualcuno prima non avesse scritto di lui, con una lingua che non necessariamente si ferma sulle pagine dei libri. Ve lo ricordate il sermone di John Donne (la meditazione XVII, in inglese è qui), quello da cui Ernest prese il titolo “Per chi suona la campana” e da cui Thomas (Merton, meno noto ma per sbaglio) prese l’altro titolo “Nessun uomo è un isola”, no? Ecco: ogni uomo è un capitolo dello stesso libro , quando un’uomo muore non esce dal libro, è solo tradotto in una lingua migliore e Dio impiega traduttori di versi (la vecchiaia, la malattia, la guerra…), poi a voi decider se Dio sia davvero l’autore o meno, non è lì il punto. Sicuro che Virgil Swain, quello che scrive la storia di Ruth, mettendola al mondo con Aeney, il suo gemello un po’ Puck, e Ruth è la scrittrice della storia delle storie, che è quella “Storia della pioggia” in cui sfociano tutti i fiumi del sangue di cui sono fatte le storie di questo libro. Proprio perché noi esistiamo in quanto raccontati (in fondo nascere arriva da un deponente latino, e anche in inglese e in tedesco esiste solo al passivo: io vengo portato nel mondo, diciamo, sommariamente), esistiamo solo se di noi c’è memoria. Se c’è qualcuno che si ricorda di noi. E quindi, nelle storie che ci raccontano, nei ricordi che ci ricordano, noi siamo più veri di quello che è stato nella realtà: certo, lo siamo solo nella verità di chi ci ricorda, ma il ricordo è quella cosa che permette di far coesistere il reale e il possibile, e quindi dà luogo ad una verità più ricca. E’ una verità che aggiunge alla realtà (triste) la gioia e l’amore di chi ci ricorda. Ecco perché Virgil non sarà mai stato come ce lo racconta sua figlia Ruth, e nemmeno tutti gli altri Eletti, gli eroi di questa mitologia personale irlandese; ma non è importante, perché noi siamo i lettori che esistono per quella storia che Ruth sta raccontando. Ruth, come tutti noi, è una biblioteca che contiene le storie venute prima di lei (se si dovessero leggere tutti i libri che cita nel suo racconto, ci si chiede come faccia Ruth ad essere solo una ragazzina), e come ogni affluente sfocia nel fiume che a sua volta sfocia nel mare portando con sé tutte le gocce di tutte le piogge, così la nostra vita accoglie le narrazioni precedenti. Magari fossi io capace di quell’ironia e quell’affetto che ha Ruth quando ce le restituisce a modo suo! Come dice Ruth, credere nelle storie è un atto di fede e Williams ci fa diventare devoti lettori dal principio. Saltiamo nel vuoto con Ruth e accettiamo le disgrazie ma anche le grandi gioie, che se anche non sono mai esistite, esistono ora perché sono raccontate in un libro. Questo, appunto.  “In qualche modo le parole rovinate dai vermi del fiume si erano trasformate in allegria, in qualche modo una vecchia ferita si era rimarginata, e forse fu quel giorno che mi resi conto per la prima volta del potere delle storie e capii che il Tempo aveva fatto quello che fa sovente, trasformando le disgrazie in fiabe”. E non è poi che la materia dei sogni, di cui siamo fatti secondo l’amico Guglielmo (che certo era irlandese sotto sotto), sia diversa da quella delle fiabe.

 

epepe2) Ferenc Karinthy, EPEPE, Adelphi, trad. L. Sgarioto

Leggere questo libro è come perdersi in un incubo di qualcun altro e per di più senza vie di uscita. Ma questo non è Kafka e quindi aspettatevi delle sorprese. Karinthy crea una versione esistenziale dell’Inferno, stordisce il lettore senza ricorrere a manifestazioni eclatanti di circostanze raccapriccianti, bensì con un crescendo di piccoli errori che apparentemente decretano la sconfitta di narratore e lettore. Budai, il narratore che porta nel suo nome la sua città (è di Budapest), è all’aeroporto quando infila il gate sbagliato e invece di andare a Helsinki per una conferenza di linguistica scopre con orrore che la sua destinazione finale è una città sconosciuta in cui si parla una lingua ignota, nonostante lui di lingue se ne intenda un bel po’. Karinthy non ci dà tregua fin dall’inizio. Budai viene mollato in un hotel sovraffollata dove, dopo essersi reso conto definitivamente di non essere a Helsinki, decide di rimanere fino al mattino seguente per poi imbarcarsi su un volo per Helsinki. Ma il delirio, e le code, cominciano subito. In fila alla reception dell’albergo, Budai tenta di comunicare con l’addetto in diverse lingue – francese, inglese, finlandese, russo e tedesco – ma alla fine deve barattare una camera col suo passaporto. Poi Budai fa di nuovo la coda, questa volta per l’ascensore. Vede una scritta e cerca di trovare qualche tratto comune con cirillico, arabo, cinese e latino, ma senza successo. E’ la ragazza dell’ascensore che aiuta Budai a decifrare i numeri, e dopo aver sostato su ogni piano, dove orde di persone salgono e scendono, arriva esausto nella sua stanza, che (almeno quello!) è come tutte le camere degli hotel di una qualsiasi altra grande città del mondo. Solo che Budai , che ora ha un letto e un tetto, si ricorda pure che ha fame e si avventura nella città ignota. Karinthy descrive senza però fornire alcun indizio: una città senza nome e senza tempo popolata da un insieme di tutte le razze. Tra una coda e l’altra, Budai a è trascinato in avanti, incapace di resistere alla corrente delle folle in movimento intorno a lui, ben consapevole che se non riuscirà a capire la lingua di quelle persone, non potrà tornare a casa. Ne prova di ogni, digita persino numeri di telefono a caso nella speranza di trovare qualcuno che lo ascolti, a parte la ragazza dell’ascensore  – Bebe, Tyetye, Epepe, Etete, Ebebe, Djedje, Tete… un nome così. Siamo in trappola come e con Budai: che farà quando finirà i soldi? O quando dovrà chiedere aiuto? La sua conoscenza enciclopedica non gli serve a nulla, e tutti quei volti tristi e ansiosi intorno a lui… A Budai ne succedono davvero di ogni, in questa città incomprensibile, e sembra che ormai ci sia posto solo per la disperazione. Invece no: Epepe non gli rivela solo i numeri, ma anche la ‘amore e la passione che, si sa, parlano una lingua universale. L’amore è intrinsecamente sovversivo, ci aiuta a non accettare la quotidianità, bensì a lottare contro di essa. Epepe dona a Budai la speranza e Karinthy regala a noi la fantasia con cui difenderci dall’inferno. The power of love!

 

ragazza treno3) Paula Hawkins, LA RAGAZZA DEL TRENO, Piemme, trad. B. Porteri

Rachel sta tornando a casa dal lavoro, come ogni giorno, sul suo treno: vita da pendolare. E’ il fine settimana: “TGIF” (Thank God It’s Friday) – così si sta già sorseggiando una prima lattina di Gin&Tonic, a cui ne seguono un paio d’altre, è venerdì e non c’è bisogno di sentirsi in colpa se si beve già dal vagone. E’ subito affascinante ed avviluppante, la voce che racconta, presa a fissare, dalla carrozza del treno, le case che passano , confortata dalla vista di estranei sicuri a casa loro. Affascinante – e brutalmente sola. Il fine settimana vuol dire per Rachel 48 ore di vuoto da colmare. La facciata che presenta Rachel ai suoi colleghi pendolari presto inizia a sgretolarsi – la bottiglia con  il tappo a vite di un vino bianco caldo che tiene nascosta sul fondo della borsa, insieme ad un triste bicchiere di plastica, è un primo indizio. Le cose non sono proprio come sembrano per questa pendolare dell’8:04 da Ashbury a Euston. Lentamente scopriamo che a Rachel piace molto quando il treno si ferma di fronte ad una fila di case vittoriane,  e lei si immagina l’intera esistenza della “coppia perfetta”, di quelli che per lei sono Jason e Jess, al 15 di Blenheim Road. Le piace guardarli, ci svela , perché altrimenti potrebbe distogliere lo sguardo e cogliere anche solo un’immagine di quello che succede al numero 23, la casa dove viveva Rachel e che ora ospita il suo ex-marito, Tom, con la nuova moglie, Anna. Rachel è un’alcolizzata che vive con il suo ragazzo lamentoso, ma ancora affligge il suo ex con telefonate aggressive, quando è ubriaca. Insomma, una stalker dall’esistenza squallida. Come se non bastasse, le capita spesso di avere dei blackout, né si ricorda delle sue imbarazzanti crisi di nervi, oppure tutto si mescola e fatica a capire cosa sia stato davvero reale. Ed è così triste e miserabile che si fa fatica a guardarla, questa povera donna. Quando Rachel vede qualcosa che non avrebbe dovuto vedere, e quando viene a sapere che la donna che ha sempre chiamato Jess -  e che in realtà si chiama Megan – è scomparsa, si ritrova risucchiata nelle vite degli abitanti di Blenheim Road. L’intreccio saldo e sicuro delle storie delle tre voci che guidano il romanzo si muove avanti e indietro nel tempo ma si stringe inesorabilmente intorno ad una fatidica notte di cui Rachel, fatalmente, non ricorda nulla. C’è Anna, felice della sua nuova vita beata con Tom, giusto un tantino compiaciuta di questa sua serenità celestiale. C’è Megan, che non corrisponde esattamente a quel mondo ideale di mogli perfette dai corpi torniti e in forma a colpi di pilates e caffè. E ovviamente c’è Rachel, che, immersa nei suoi casini da ubriaca persa, con lo sguardo vuoto fissa il buio di quella notte luglio in cui Megan scompare; quella notte, quando Rachel sa che è successo qualcosa di strano mentre si sente cadere e si risveglia sul letto col cuore in gola senza respiro. Ma non trova la lingua giusta per tradurre in parole quell’ansia insopportabile. Lo so: con i suoi narratori inaffidabili e una moglie scomparsa, questo romanzo potrebbe sembrare un dejà vu. Ma Hawkins costruisce con abilità una tensione che ha il sapore urgente e angoscioso dell’ineluttabilità, rosicchiando a piccoli morsi il ricordo di Rachel, fino a che né noi, né la nostra narratrice sardonica e amaramente onesta, non siamo più così sicuri di voler sapere cosa sia davvero successo. Difficile trovare un thriller di questi livello in giro, fidatevi!