Vamos a la playa  #SundayBooks

paola rinaldidi @Paola Rinaldi

Come ci ha raccontato Sabine Bertagna domenica scorsa, il Salone del Libro di Torino che si è appena concluso ha avuto come Paese Ospite la Germania. Cià, mi sono detta, peschiamo, tra le mie letture, tre Teutoni: tre scrittori tedeschi che scrivono in tedesco di tedeschi, tutti piuttosto famosi (quelli che scrivono e quelli di cui scrivono). E tutti sulla battigia. Ma alla fine mi sono ritrovata a leggere di esuli, emigranti, dissidenti; di solitudini e delusioni, di fughe e nostalgie; di crisi di coscienza ma anche della coscienza di non esaurirsi nella politica del proprio Paese, di poter salvare valori che non hanno bandiere né slogan. E ho pensato che è proprio vero che tutto il mondo è paese, anche se non sono sicura che questo cosmopolitismo mi faccia felice.

estate amicizia1) Volker Weidermann, L’ESTATE DELL’AMICIZIA, Neri Pozza, trad. S. Kolb

Tutti al mare! Anche nel 1936, sulle coste belghe del Mar del Nord. L’avvento del Nazionalsocialismo, la Guerra Civile in Spagna, la definitiva annessione dell’Austria alla Germania di Hitler, l’Italia fascista, sono gli eventi che sventrano un’Europa che sta assumendo un volto irriconoscibile e dai tratti molto poco umani: poeti, scrittori ed intellettuali ebrei o invisi al regime si ritrovano sulla spiaggia di Ostenda per far finta che si tratti della solita villeggiatura e brindare ai bei tramonti sul mare. Quelli che hanno dato spessore culturale a quella società di cui ora sono vittime. “Gli esiliati non sopravvivono“, dirà Stefan Zweig in Brasile, apprendendo della morte di Joseph Roth, e il suicidio sarà la sua ultima parola sull’argomento.

Si ritrovano lì, ad Ostenda, anche due cari amici, appunto gli scrittori ebrei austriaci Stefan Zweig e Joseph Roth. Una strana coppia, quella che vediamo passeggiare sul lungomare: Zweig ha dieci anni di più, è un autore di successo internazionale, benestante, educato, dalle maniere raffinate ed elegante. Roth è un ebreo dell’Est, della periferia, che naviga in cattive acque in odore di povertà, è un alcolizzato e un essere senza requie. Joseph è un uomo infelice, incattivito, ma –  o forse proprio perché – capace di vedere il futuro che si avvicina e cerca ristoro nel passato dell’Austria Felix, nell’Impero che gli aveva permesso di diventare uno scrittore, lui anonimo ebreo nato all’estrema periferia del regno, in quella che oggi è l’Ucraina. Eppure sono amici da un decennio, come testimonia il loro generoso carteggio, e non smetteranno mai di darsi del “Lei”, che si tratti di insulti o complimenti, dichiarazioni di affetto o di odio.

Ad Ostenda, al Caffè Flore, arriva pure l’attesa Irmgard Keun, scrittrice bandita dalla Germania nazista per quelle sue protagoniste indipendenti ed emancipate: spavalda, sfrontata, bellissima nella sua pelliccia che la ripara da un marito e un amante che si è lasciata alle spalle. L’accoglie l’intera comunità di esiliati e fuggitivi (il romanziere Hermann Kesten, il predicatore Egon Erwin Kisch il nuotatore Ernst Toller, l’intellettuale Arthur Koestler, a cui a volte si uniscono i fratelli Mann o Otto Katz, Stefan Lux, Etkar André, Géza von Cziffra, Soma Morgenstern, Annette Kolb, Olga Benario Prestes – ma non importa sapere chi siano, tanto Weidermann reinventa ogni personaggio, fedele alle fonti, restituendogli una parlata particolare, raccontando delle sue opere, inserendolo in un contesto vivo che ce lo renderà indimenticabile e intimo); e l’accoglie anche Roth, con grande sospetto (quella donna non è nemmeno ebrea!) ma anche grande ammirazione (questa donna sceglie l’esilio, e non è nemmeno ebrea!) e Irmgard diviene l’ultimo grande amore di Joseph, la cui sensualità la attrae irresistibilmente da subito. Certo, ne apprezza sommamente anche i romanzi e la piacevole conversazione. E tutt’e due amano bere: smodatamente, mortalmente, passano la notte insieme e insieme, al risveglio, vomitano l’anima. Come i più disperati ubriaconi nelle bettole di infimo ordine, Joseph e Irmgard trovano nell’altro una cassa di risonanza che gli restituisce le loro stesse parole invece delle ramanzine del sobrissimo Zweig.

Tenero e tristemente veritiero è il ritratto di Joseph Roth – certamente bevitore, un po’ meno certamente santo – che Irmgard, innamorata, consegna al biografo ufficiale di Roth e anche al lettore. Ma anche Zweig è un uomo dalla sensibilità speciale: sa leggere i suoi simili come i libri e per questo non li giudica, ma tenta di comprenderli. In questo sta il segreto di quest’amicizia sofferta. Zweig parte per il Brasile (e Thomas Mann, Lion Feuchtwanger e Erich Maria Remarque, pure loro vanno negli States), Roth invece è ancorato al passato. Quando i due antichi amici si rivedono nel 1937, Roth, offeso, non capisce che il distacco di Zweig è solo autodifesa: non resisterebbe alla vista dell’amico sulla via della palese autodistruzione. E l’anno dopo, a Parigi, i due scoprono di non avere più una patria, digerita dal mostro affamato del Nazionalsocialismo. Zweig e Roth non si rivedranno più. O forse lo faranno nel sogno di Roth che diventa il suo ultimo romanzo, “La leggenda del santo bevitore”. “L’ho amato come un fratello”, scrisse Zweig: perché l’amicizia va al di là dei vizi, delle ideologie, delle opinioni, della propria vita. E probabilmente anche della propria morte. Incredibile come un romanzo piuttosto breve riesca a contenere tanta umanità, tante emozioni (perché c’è ironia, anche umorismo – ebrei austriaci, cos’altro aspettarsi?! – passione e disperazione), tanta Storia. Una supernova la cui luminosità intensa e radioattiva investe in pieno il lettore, il presente, la patria e l’Europa.

 

sunset2) Klaus Modick, SUNSET, Keller, trad. E. Paventi

Se negli Anni Quaranta uno avesse voluto fare una vacanza studio per imparare il tedesco, avrebbe potuto fare un colpaccio e andare pure a vedere la Notte degli Oscar: perché il tedesco che si parlava sulle spiagge californiane di Pacific Palisades (detta anche “Weimar by the Sea”), vicino al Sunset Boulevard, era quello di Thomas e Heinrich Mann, Theodor W. Adorno, Vicki Baum, Oskar Homolka, Emil Ludwig, Bertolt Brecht, Franz Alma Werfel, Alfred Döblin, Ludwig Marcuse, Bruno Frank, Albert Einstein, Arnold Schönberg, Kurt Weill, Hanns Eisler, Fritz Lang. E di Lion Feuchtwanger, l’agiato autore di “Süss l’ebreo” e di popolari romanzi storici, che una mattina del 1956, a settantadue anni, sta facendo ginnastica nel giardino della sua magnifica Villa Aurora: sente un dolore lancinante al ginocchio e anche il campanello della porta: il telegramma, che gli viene consegnato, annuncia la morte di Bertolt Brecht, da tempo tornato nella DDR. Quando si dice che il passato bussa alla porta: la dolorosa notizia spalanca le porte del ricordo su un’amicizia che ha il sapore del tramonto (sunset, appunto) che Lion vede dal suo giardino, la fine di un giorno che è la fine di un mondo, quello degli esuli tedeschi (e austriaci) che non avranno più una patria ‘intera’ verso cui fare ritorno. In realtà, nonostante nessuno scelga l’esilio per divertimento, Feuchtwanger ha un grande successo in America e con la moglie Marta, dal carattere forte e deciso, sa che non raggiungerà mai Brecht a Berlino, quando questi lo saluta per l’ultima volta. Non sono pochi i compatrioti che provano un’invidia poco benevola nei confronti di Lion e in fondo lo stesso Brecht non troverà mai il suo posto, né il suo stipendio, negli States: Feuchtwanger aiuta quelli che arrancano senza aspettarsi gratitudine, ma con Brecht non si tratta di questo. Pur sapendo che Brecht è innamorato di Marta e che la sua presenza attirerà su di sé la non desiderabile attenzione dei membri della Commissione McCarthy (perché anche in America si praticava la caccia alle streghe, per dire), Lion prova un affetto quasi paterno per lo scrittore, poeta e commediografo di una quindicina d’anni più giovane, che gli racconta delle sue avventure erotico-amorose, gli chiede prestiti che si dimenticherà di saldare, che fugge in America ma si sente a disagio perché scopre che lì il suo marxismo non ha un ruolo (il ritratto dell’America di Brecht è davvero interessante, e fa pensare anche chi marxista non è), che vede l’America come uno sfruttare che non gli rende giustizia (perché in realtà alcuni suoi lavori ebbero successo negli States, come “Vita di Galileo”, ma lui fu rispedito a casa come “enemy alien”). Non è un’amicizia facile, quella tra Feuchtwanger e Brecht, che si danno sempre del “Lei”: non è basata sull’incondizionata condivisione delle verità intime, e nemmeno sull’adesione ad ideali comuni, eppure è profonda e commovente – forse sta in quel figlio in arrivo e mai avuto (e Marta è una grande donna, sappiatelo), o nell’ammirazione profonda dell’opera di Brecht. Certo sta nell’idea di uno scrittore cospiratore, che, pur pacifista come Lion, sa che la scrittura è un arma e che è la lingua, la vera patria di uno scrittore. All’inizio del romanzo come nella poco consolante conclusione, quando si ha il dubbio che quello morto sia solo Brecht, Feuchtwanger riflette su se stesso, autore ebreo che scrive in tedesco e pensa cosmopolita, letto nel mondo intero in tante lingue diverse ancora, eppure sente la tristezza “dall’essere separato da flusso vivente della lingua madre”. Che si conoscano o meno gli scrittori e gli artisti che popolano le pagine del romanzo di Modick, niente impedisce di godere della nostalgia e dell’intensità di un’amicizia e di una vita che finiscono, senza per questo disperdersi nel vuoto.

 

ilmondonellatesta3) Christoph Poschenrieder, IL MONDO È NELLA TESTA, Mondadori, trad. E. Broseghini

Avete presente Schopenhauer, quello pessimista? NAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!!

Lipsia, 1818: Arthur Schopenhauer lascia furioso il famosissimo editore Brockhaus, che da ben quattro mesi ha il manoscritto della sua grandiosa opera, “Il mondo come volontà e rappresentazione”, ma ancora non si decide a pubblicarlo; e, con in tasca una lettera del magnifico Goethe che lo raccomanda a Lord Byron, decide di partire alla volta di Venezia. Nel lungo viaggio in carrozza, il giovane e sconosciuto Arthur, capelli biondi al vento e spirito d’avventura in tasca, conosce Fidelis, uno studente quasi carbonaro di Venezia che conosce le Upanishad adorate da Schopenhauer grazie ai suoi viaggi in India: e al filosofo insegna che va bene le Upanshad, ma l’India offre anche altro e si fanno un paio di canne insieme. Schopenhauer riesce anche a farsi notare da una spia della polizia segreta austriaca, quella di Metternich, perché litiga con un cocchiere diventerà persona poco gradita all’Impero. A Venezia Arthur trova una famiglia adottiva nella locanda del giovane Carlo e della madre Stella. Le visite ai musei, alle chiese, ai monumenti più famosi si alternano a grandi mangiate, serate a teatro, lunghe chiacchierate con Fidelis… fino a quando, proprio da Carlo, Arthur conosce Teresa e se ne innamora, corrisposto: per  lei Schopenhauer diventerà un gondoliere e si abbandonerà alla passione, rinunciando volentieri all’attività turistica a favore di momenti intimi e teneri tra le lenzuola con la giovane ragazza di Murano. A Venezia c’è anche Lord Byron, al quale avrebbe dovuto rivolgersi Schopenhauer al suo arrivo: non è più nella sua forma migliore, sta ingrassando e non ha molti soldi, ma è sempre una leggenda. Circondato da donne giovani e belle e da studenti che lo idolatrano, sta lavorando al “Don Juan” ed è pronto ad unirsi ai rivoluzionari in Grecia. Durante una cavalcata al Lido, sulla spiaggia, Byron incontra casualmente Schopenhauer con la sua Teresa, la quale rimane turbata dallo sguardo intenso del poeta inglese e Arthur, filoso ma mica scemo, rifiuterà ogni incontro con Byron per paura di perdere il confronto diretto. Schopenhauer e Byron continueranno a osservarsi percorrendo calle parallele. Dalla Germania arrivano buone notizie (Brockhaus pubblica il tomo!) ma anche piccoli imprevisti, come la gravidanza della sua amante… E poi ci sono gli Austriaci che gli stanno sul collo, Byron e la Grecia, insomma: di tutto di più! Romanzo ben documentato ma anche con tanta fantasia, che cita l’opera di Schopenhauer e propone un ritratto scanzonato del Dottore S’ciopòn, come lo chiamano a Venezia: giovane, avventuroso, passionale e allo stesso tempo davvero alla ricerca di una spiegazione del mondo. La richiesta di Teresa di spiegarle il suo libro è quella che si pone anche il lettore e la riposta arriva, chiara e semplice: Arthur dice “Il mondo è nella testa”, e come dargli torto, visto che il corpo è tutto preso dalla bella Teresa e dalla polenta celestiale di Stella! Bella anche la scelta stilistica di non interrompere con tanti segni, ma lasciare scorrere insieme la voce del narratore e quelle dei personaggi che dialogano tra loro, con descrizioni vivide che ammassano parole come si ammassano le cose sulle bancarelle del mercato di Lipsia. Un prezioso divertissement anche per quelli a cui la filosofia non va giù… fino ad ora! (Ah, chi ha debiti in fisica ed è allergico a Gauss, invece, si legga Daniel Kehlmann, “La misura del mondo”!!!)