Ma che storia è questa?   #SundayBooks

paola rinaldidi @Paola Rinaldi

Passate da pochissimo la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore, la festa di Sant Jordì a Barcellona e le iniziative nostrane di #IOLEGGOPERCHE, dovremmo saperlo proprio tutti che leggere è un modo per vivere infinite storie che non sono la mia. Quindi, per ribadire il concetto, ecco tre libri che sono storie nelle storie, Storia nella storia e che ci riempiranno la vita per un bel po’ di tempo!

Copertina Markovich1) Ayelet Gundar-Goshen , Una notte soltanto, Markovitch, Giuntina, trad. R. Scardi e O. Bannet

Attenzione perché qui succede qualcosa di davvero curioso: il romanzo con cui  ha debuttato Ayelet Gundar-Goshen sembra ispirarsi al realismo magico di Gabriel García Márquez , ma, come si può facilmente intuire, la nostra autrice viene da tutt’altra parte del mondo e della cultura, perché è israeliana, e la cultura e la storia di Israele formano chiaramente la sua scrittura! Ambientato negli anni precedenti alla nascita di Israele, durante il Mandato Britannico per la Palestina e il regime nazista in Europa, il romanzo riesce a tenere un prezioso distacco ironico con la tragedia di quel periodo, che fa da sottofondo ad una storia che è innanzitutto fatta di amore e desiderio (non sempre corrisposti), sensualità  e pragmatico (o no?) matrimonio. Insomma, una commedia costruita su situazioni estreme, in cui fortuna e improvvisi rovesciamenti della sorte si susseguono furiosamente con personaggi quasi usciti dalle fiabe, capaci di emozioni intensissime, nel bene e nel male.  Incredibile come la generosità esuberante della narrazione sia tenuta in perfetto equilibrio, con attenta delicatezza, da Gundar-Goshen, che in questa commedia umana non dimentica di inserire l’inevitabile dose di sofferenza. Yaacov Markovitch, un giovane agricoltore, e il suo amico donnaiolo, Zeev Feinberg, fuggono dopo che Zeev viene colto in flagrante con la moglie del macellaio, Rachel Mandelbaum (se state pensando a “Il violinista sul tetto”, ci avete preso, stessi riferimenti culturali, stesso contesto!). Per sfuggire all’ira del macellaio armato di coltello, i due uomini sono spediti in Europa in missione segreta: per aggirare la legge sulle quote di immigrazione, si organizzano matrimoni fittizi celebrati al solo fine di procurare alle donne ebree  un permesso d’ingresso in Terra d’Israele, dove poi si procederà immediatamente con il divorzio. I problemi iniziano quando Markovitch scopre che la sua ‘moglie finta’, Bella, è bella, anzi bellissima di nome e di fatto, e quindi non ha alcuna intenzione di divorziare una volta giunti in Israele. Bella, al contrario, prova un odio implacabile per l’uomo che l’ha privata della sua libertà. L’incrollabile passione Markovitch per Bella e il freddo gelido del loro matrimonio si contrappone alla travolgente relazione  tra Zeev e Sonia, la sua donna tenace dalla pelle che profuma d’arancia (ma che cela un segreto che a Zeev farà cadere… i folti baffi!).  Con il procedere della storia, le vite dei quattro personaggi si intreccia in modi inaspettati e spesso catastrofici. La felicità è una benedizione, l’amicizia un dono, ma possono sparire in un battito d’ali…come però può capitare che si rianimi una speranza quasi persa per sempre. La prosa di Gundar-Goshen è densa di riferimenti alla letteratura e alla lingua ebraica (grande lavoro delle traduttrici), dalla Torah al Talmud ai proverbi Yiddish, ma c’è pure molto umorismo proprio tutto suo. Solo quando Yaacov si ritrova a dormire abbracciato alla camicia da notte (vuota) di sua moglie, capiamo quanto le metafore contenute in queste storie d’amore aggrovigliate vadano molto al di là della dimensione individuale, perché nessuno scrittore israeliano intelligente lascerebbe fuori la questione politica:  “Guarda questa nostra Terra”, dice Markovitch in risposta alla presa in giro di Zeev. “Duemila anni l’abbiamo desiderata, attesa, abbiamo dormito la notte abbracciati alle maniche della sua camicia da notte, perché in fondo cos’è la storia, se non le maniche di una camicia da notte che non hanno odore? E credi che lei ci voglia? Pensi che questa Terra ricambierò il nostro amore?! Sciocchezze!” Eppure, non c’è polemica. Emerge invece l’abilità di Gundar-Goshen come narratrice, capace di comprendere sia i piccoli dettagli domestici della vita di uomini e donne ma insieme anche il grande movimento della Storia.

 

Tre tazze di cioccolata2) Care Santos, TRE TAZZE DI CIOCCOLATA, Salani, trad. S. Cravero

Leggendo questo romanzo a volte si ha la netta sensazione di avere tra le mani un libretto d’opera. In fondo, è un romanzo in tre atti e non per niente la dedica di apertura è una citazione de “Il Trovatore”. Come in ogni opera che si rispetti, non manca il melodramma, la trama che si avvolge su stessa e si dipana improvvisamente con colpi di scena, segreti rivelati e confessioni sbalorditive. Però, questo romanzo è anche una storia ad alto contenuto calorico, perché racconta tre storie differenti in cui le protagoniste sono tre donne di epoche diverse, di caratteri e vite tra loro lontani, che trovano tuttavia un trait de union in una cioccolatiera di porcellana bianca di cui sono, alternativamente, proprietarie. La cioccolatiera non è una semplice stoviglia, però: le tre donne hanno tutte a che fare con lo sviluppo dell’arte della lavorazione del cioccolato a Barcellona e in Europa, dal XVIII secolo ad oggi, così importante e prestigiosa da meritare un museo. Quindi, compri un romanzo e te ne porti a casa tre, che è già una buona cosa. Si parte dal presente, quando Max incolla insieme con cura i pezzi della cioccolatiera che è caduta dal tavolo durante la cena con l’amico Oriol, mentre la moglie, Sara, li sta misteriosamente spiando dall’appartamento di fronte. A pezzi però sembra essere soprattutto il loro matrimonio, che parte come un sodalizio tra amicizia liceale e imprenditoria: i tre infatti frequentavano lo stesso corso per cioccolatai, ci sono stati un po’ di intrallazzi amorosi fra loro ma Max e Oriol sono così amici da  dividersi amore e fama: il placido Max sposa Sara (che con Oriol a letto faceva faville)e Oriol (perché quando fanno sesso, è una cosa stratosferica) Oriol fa una carriera brillante: la scatola con tre praline di gusti diversi, dedicata al “Triangolo di amici troppo diversi”, sarà il più grande successo di Oriol, che diventa uno dei più noti e ricchi maestri cioccolatai mondiali. Solo che mantenere le promesse a lungo termine è molto difficile, con la voglia di vita nuova che ci tira un lembo della giacca e i sensi di colpa che strattonano dall’altro. Eppure, magari incollando bene insieme i cocci, la brocca terrà come quando era nuova di pacca… Però quella cioccolatiera, che è una sorta di proiezione dell’intera vita coniugale di Sara e Max, da dove viene? Perché è così importante da non poter essere buttata quando si rompe? Saltiamo all’indietro nel tempo,  a cavallo tra XIX e XX secolo, per essere testimoni della nascita della produzione del cioccolato su scala industriale, proprio a Barecellona. Candida (più di nome che di fatto) Turull sposa Antonio Sampons. L’unione tra capitali e spirito innovativo hanno portato il cioccolato Sampons ad essere il più diffuso e richiesto in Catalogna e non solo, Candida e Antonio suscitano le invidie e l’ammirazione di tutta la high society del tempo, fino a quando Candida scopre che l’opera lirica ha un che di seducente: molla tutto e tutti e scappa in Italia con l’affascinante tenore Augusto Bulterini. Per fortuna c’è Aurora, una sorta di sorellastra adottata dai genitori di Candida a mo’ di ex voto, la vera protagonista di questo primo livello di passato, che magari ha meno orecchio di candida ma molto più spirito di lotta e sale in zucca. La bella cioccolatiera, che conteneva giusto la cioccolata per riempire tre tazze, passa dalle mani di una prostituta a quelle di Antonio e finisce in quelle ferite e un po’ callose di Aurora, che, di nuovo facendo della cioccolatiera l’immagine della propria vita, le troverà la collocazione più adatta. E come faceva una prostituta ad avere una cioccolatiera così bella? Certo l’aveva recuperata da un rigattiere, ma la storia di quella porcellana ha dell’incredibile e ci fa risalire la storia fino al 1780 circa: Anton Victor Philibert Guillot, segretario personale madame Adélaïde (sesta figlia di Luigi XV e Maria Leszcynska, la quarta moglie) e di sua sorella madame Victoria (a cui Adélaïde scrive una lettera per raccontarle la sua gioia per la cioccolatiera che si è fatta fare dalla fabbrica reale di porcellana), è in missione a Barcellona per conto della sua signora: con il famoso Labbé, il mastro cioccolataio reale alla corte di Francia di Luigi XV e XVI vorrebbe convincere il cioccolataio Fernández a insegnare ai francesi l’utilizzo della macchina del cioccolato. Ma Victor arriva tardi: Fernández è morto e Mariana, la sua vedova, tiene nascosta la notizia perché, come donna, non potrebbe portare avanti l’attività del geniale marito. Dopo un furto, la cioccolatiere ricompare miracolosamente. E Victor si innamora di Mariana. Scaltro d’amore, si inventa uno stratagemma che neanche Archimede Pitagorico ed Eta Beta avrebbe mai prodotto e Mariana dà man forte. In questo andirivieni di epoche e  stili, di personaggi trascinati da tre figure femminili belle toste, di diversi punti di vista e voci narranti, gironzoliamo per le strade di una Barcellona che muta nel tempo, ma che è sempre al centro della storia. Nonostante i salti e i divertenti giochi di incastri, non perdiamo mai la bussola grazie alla grande capacità narrativa di Care Santos, che è persino meglio della colla di Max per rimettere insieme i cocci. Originale e delicata è poi l’idea di Santos di non raccontare proprio tutto fino in fondo, lasciando un po’ la porta aperta a correnti d’aria diverse, così che poi siamo noi a dover decidere che sarà dei personaggi che ci hanno accompagnato fino a qui. Insomma, davvero si legge con lo stesso rapimento con cui si ascolta l’aria più famosa di un’opera lirica (e beccatevi il padre di Candida che canta “Bella figlia dell’amore”!)

 

ACADEMY STREET3) Mary Costello, ACADEMY STREET, Bollati Boringhieri, trad. M. Guidieri Berner

Anni Quaranta, Irlanda occidentale: una bambina di appena sette anni, Tess Lohan, assiste al funerale di sua madre. L’improvvisa perdita è solo la prima di molte fasi di privazione in una vita di cui seguiamo le tracce per oltre sette decenni. Quando muore una ragazzina di cui Tess era diventata amica (in quel poco tempo per sé che le rimane dopo aver accudito a fratelli, sorelle e padre, perché così era quando moriva la mamma, mica che pensassi di aver già sofferto abbastanza ), Tess perde temporaneamente l’uso della parola: ma verrà presto un  tempo in cui, nonostante Tess abbia la sua voce, nessuno le rivolgerà al parola, nessuno si fermerà a guardarla o si accorgerà della sua esistenza. Una ragazza che si dissolve, diventerà Tess, e lo sappiamo dall’inizio. Non è una sorpresa scoprire che la vita di Tess sarà segnata dal desiderio di librarsi altrove piuttosto che rimanere impigliata nella sua stessa vita. Nonostante tutto, Tess riesce a diplomarsi infermiera e raggiunge in America (a New York!!!) la sorella Claire, con la quale ha sempre avuto un legame intenso. A 18 anni, Tess sbarca nella metropoli più metropoli che ci poteva essere (e che è rimasta per secoli “la” metropoli  nell’immaginario e nella storia irlandesi) ed è immediatamente risucchiata nella vita dell’emigrante: che poi vuol dire lavorare da mattina a sera, perché l’America per gli immigrati quello è. Eppure,  per Tess arriva anche l’amore, un collega che le presenta David, e Tess sente le farfalle nello stomaco. Il problema è che senta anche qualcosa di un po’ più ingombrante nel ventre…  Nonostante Tess sia a New York, mille miglia lontano dalla patria bigotta e rigida, sono gli anni Sessanta e nella comunità irlandese trapiantata oltreoceano una gravidanza al di fuori del matrimonio rimane una vergognosa tragedia, una lebbra moderna. Però Tessa, che pure non è così coraggiosa da far suo il “grande sogno americano”, ha una possibilità: come insegnano i romanzi di grandi irlandesi come Maeve Brennan , Colm Tóibín e Colum McCann, l’America offre un mondo nuovo in contrasto con la costrizione e la stagnazione sociale lasciati a casa in Irlanda, così Tess riesce a tenere e mantenere il suo bambino, Theo (leggete i pensieri di Tess sulla metro su questo argomento e vi troverete a riscoprire quante cose diamo per scontate), e a vivere, nella sua solitudine mitigata dalla bellissima figura di Willa, la generosa vicina di casa con Tess riesce a sentirsi a suo agio, persino con se stessa, in quella via che dà il titolo al romanzo, Academy Street appunto. Willa fa da babysitter a Theo quando Tess ha i turni di notte, si prende cura anche della giovane madre single che, senza rendersene molto conto, ha compiuto un atto di grande coraggio. Ma nel caso aveste pensato ad un lieto fine, no grazie, siamo irlandesi: compromettere la propria vita per il figlio in grembo non basta, purtroppo, a creare un rapporto perfetto madre-figlio e Theo, che non capisce i turbamenti della madre, si allontana progressivamente da Tess, che considera una perdente passiva (non sa che ha perso attivamente perché vincesse lui…).  Il tentativo quasi disperato che fa Tess di sperimentare la vita, di trovare un modo di legarsi ad un uomo e costruire un’ombra di affettività, naufraga senza fortuna. Come capita spesso a chi non riesce ad avere una vita propria e va a impossessarsi di quella degli altri, Tess scopre il conforto della lettura:  la donna ritrova la sua dimensione più propria, il suo più vero e intimo sé, in quelle ore trascorse tra i libri. Quando va in pensione, Tess finalmente raggiunge una sorta di equilibrio, di cui riesce a far parte di nuovo anche Theo (ma non cadete nella tentazione del lieto fine!!!). Come già in “Stoner” (che fuggiva, pure lui, nei libri) e “Una vita intera”, anche in “Academy Street” va in scena la quotidianità più normale, che è però sempre unica, faticosa e sommamente complessa per chi la deve affrontare nella sua singolarità. E scopriamo, di nuovo, che l’eroismo è fatto da pietruzze che spesso si confondo con i tanti, troppi granelli di sabbia del mondo. Ecco, questo romanzo è un setaccio, che ci aiuta, con grande acutezza, a disfarci del superfluo per cogliere il piccolo mondo interiore di Tess  e i suoi sforzi di dare senso alle cose, con una meravigliosa scrittura che richiama la malinconia diMaeve Brennan. Ciò detto, non è necessario essere colpiti da somme sciagure per divertirsi a leggere bei libri (come questo), giuro!