#SundayBooks presenta IL ROMANZO – Robert Seethaler, Una vita intera

paola rinaldidi @Paola Rinaldi

“Un libro sulla vita non può essere che un romanzo d’amore”, parola di Robert Seethaler.

Sarà meglio che vi avverta subito: non sarà una recensione organica e compunta, questa. Non so nemmeno se sarà una vera e propria recensione, ad essere onesta. Aspettavo l’arrivo anche da noi dell’opera di Seethaler da quando la lessi, su consiglio dei grandi della Autorenbuchhandlung di Berlino l’anno scorso, con impazienza: avevo voglia di poterne parlare con gli amici qui, di poterla consigliare anche a chi  non sa il tedesco. Perché già di libri belli ne escono pochi, si sa. Ma libri come questo, ecco libri così davvero sono pietre rare e preziose, e quando te ne capita uno tra le mani, ti fermi per un po’ come se stessi guardando una cosa di un altro mondo: certo, ci sono i classici che hanno costruito la nostra identità culturale, ma io parlo di libri nuovi, scritti da autori che possiamo incontrare per strada o quasi, e che non hanno fior di storie della letteratura alle spalle che ci dicano quanto grandi siano. Qui siamo noi chiamati a decidere della loro grandezza, in un certo senso.

ein starkes team

La commozione che mi ha accompagnato nella lettura di ogni singola, necessaria parola del romanzo di questo scrittore (ma anche sceneggiatore ed attore) viennese che vive da tempo a Berlino, mi impedisce un approccio imparziale. Anche perché dell’imparzialità ce ne facciamo poco, quando si scrive di ciò che è capace di emozionarci. Ora, non è la prima volta che mi capita, eh: successe con “Stoner” di Williams, che tra l’altro richiama un po’ anche “Una vita intera” per il soggetto (una vita intera appunto, né più né meno), e con  “Intemperie” di Carrasco, molto molto molto vicino all’animo del romanzo di Seethaler – che comparvero tra i SundayBoooks oltre due anni fa – e naturalmente non posso non citare “Luce d’estate ed è subito notte” di Kalman Stefánsson (più ancora della sua saga nordica di cui avevamo scritto) per la stessa immensa quantità di vita che  due scrittori hanno catturato nelle rispettive opere.
Però credetemi quando vi confesso che “Una vita intera” è di più.

seethaler_robert_1242_3“Eggers accolse tutti questi cambiamenti con silenzioso stupore”: questo è, in poche essenziali parole (Seethaler scrive così, e rilegge ogni frase un sacco di volte perché preso dai dubbi che non sia esattamente la frase giusta per dire quello che ha in mente, fino a quando non trova la misura esatta), lo stato d’animo con cui Andreas Egger sta nel mondo. Ed è anche quello che il lettore si trova a dover egli stesso adottare, non so se più costretto o sedotto dallo stile di Seethaler (che non riesco a definire, ma che è grande). E con altrettante poche essenziali parole, si esaurisce la trama: “Una vita intera” è la storia della vita intera di Andreas Egger, che nasce nelle montagne austriache (ma non ha poi tanta importanza) forse il 15 agosto del 1898 (il borgomastro scrisse a memoria a posteriori), in ogni caso nei primi anni del Novecento (in tedesco gli anni sono scritti in lettere – quindi paroloni lunghissimi – forse perché a leggerli uno si accorge di più del tempo che passa); Andreas è più o meno un orfano, condizione non insolita allora, tirato su da un uomo piuttosto violento e despota che gioca ad essere Dio tra le sue mucche e i quattro ortaggi, altra istanza non proprio inconsueta (per allora, spero di poter dire), poi cresce, va un  po’ a scuola, lavora come un dannato perché la fatica di nuovo non era una novità, incontra anche una donna che sposa, Marie, quindi tenta di metter su la sua famiglia come tutti e come a tutti molte cose non vanno come aveva pensato, finisce in guerra, poi nei campi di lavoro in Russia e quindi ritorna e si costruisce un’esistenza come può, in un mondo molto diverso da quello che aveva lasciato, con la tv e i turisti e il rumore, fa la guida alpina, nel frattempo invecchia e muore. Una vita come tante; anzi, in realtà, come tutte. Però attenzione, ché se Seethaler mette un aggettivo, allora non dobbiamo tralasciarlo: non è “Tutta una vita”, il titolo del romanzo, o “La vita di Egger” e nemmeno “Egger”; bensì “Una vita INTERA”: e intero è ciò che è compiuto, che non ha pezzi mancanti, che non è rotto, al contrario è INTEGRO. Non è un dettaglio, questo, una disquisizione da linguista: è la risposta all’atteggiamento di Egger, alla sua capacità di accogliere la vita con quello che porta, perché di vita, Egger come anche noi, solo questa ha, che sta vivendo ora; e il mite Andreas come anche noi si becca le sue sfortune e le sue tragedie, le sofferenze e i suoi dolori, che direi matematicamente sono sempre più delle gioie e delle felicità e delle fortune (è un romanzo, questo, costruito sulla sottrazione, che è il segno dominante delle operazioni della vita), e nonostante tutto va avanti, cerca di farsi andare bene quello che succede, perché disperarsi sulla consapevolezza che non era questo il suo piano, alla fine non porta a nulla. Ogni segno di perdita, di morte, di privazione, è inserita in un contesto di vita: al funerale si sente il pianto di un bambino, sopra la valanga che travolge mortalmente c’è un cielo stellato e una luna luminosa… Seethaler parla del piccolo eroe che ognuno di noi è, a combattere contro un destino che tanto l’ha vinta comunque. Il punto, però, è che non è la vittoria in sé quello che decreta la riuscita dell’impresa: la vita ha un movimento ondulatorio, racconta l’autore, con dei punti alti, dei climax, raggiunti spesso con fatica, ma da cui si precipita in un picosecondo, eppure l’assenza di sfortune non basta a renderci felici, anzi è la stessa infelicità che (in dosi sopportabili) si rivela necessaria per riconoscere la felicità (come la morte per la vita) e la felicità è il costante, ininterrotto superamento dell’infelicità che ogni giorno Egger come noi ci accingiamo a conseguire. Da qui l’eroismo del Signor Rossi: diamoci una bella pacca sulla spalla che ce la meritiamo. Però non mentre la stiamo vivendo, magari, perché altrimenti ci distraiamo, come ci mostra Egger: capita spesso di trovare, in questo romanzo narrato da una voce esterna (ma che viene da dentro il cuore montanaro di Andreas) espressioni come “più avanti Egger non si sarebbe ricordato di….”, perché “Una vita intera” è un romanzo sulla vita che abbiamo già dietro di noi: lo sguardo è quello di un anziano, rivolto alle sue spalle, perché già sa cosa c’è davanti senza però poterlo comprendere mai. Cosa rimane di una vita? Cosa vediamo quando ci giriamo su noi stessi di 180 gradi? Pare che sia questa la domanda a cui Seethaler voglia dare risposta con questo romanzo… Solo che la riposta non c’è, come nelle migliori tradizioni: la domanda si ripete all’infinito e rimane all’infinito aperta, perché della vita rimane quello che ricordiamo, che è ogni volta diverso e quasi mai corrisponde a verità (quale, poi)… “Era strano come il passato sembrasse dispiegarsi in tutte le direzioni: nel ricordo le vicende si confondevano o si riplasmavano e assumevano un peso sempre diverso. […] gli sembrava che gli anni sul Caucaso fossero durati poco più degli ultimi giorni con lei. A posteriori, il tempo trascorso a costruire la funivia si restringeva, mentre gli sembrava di aver passato metà della sua vita a penzolare da un giogo per buoi”. Eh, così, per dire. Il capo di Egger che lo assume per la costrizione della funivia gli dice: “Si possono comprare le ore di un uomo […] ma ci sono attimi che nessuno potrà portargli via” (in tedesco è ancora più forte: ogni singolo attimo non ti verrà mai portato via), come a dire che la vita intera ce l’hai appunto solo alla fine, quando tra l’altro dovrai pure lasciarla, ma quello che conta sono i piccoli momenti che hanno una loro eternità. L’amore della tua vita è quello più lungo o quello magari di un giorno in cui ogni secondo è così colmo di felicità da essere eterno? Egger non ha dubbi sulla risposta, e nemmeno noi, a leggere questo romanzo, che celebra il ricordo solo perché gravido del futuro.

E soprattutto, della vita rimane la vita: noi che lottiamo pacatamente o meno per arrivare alla fine e che nonostante tutte le sfighe, alla vita non rinunceremmo; noi  che la viviamo, le nostre azioni, i nostri gesti. Forse per questo il romanzo di Seethaler è costruito come un film, una immagine che segue, anzi entra nell’altra: la gravidanza sono due mani su un grembo e il rumore di un sorriso, lo smarrimento dopo il lutto sono le strette di mano che non si capisce cosa dicano, l’amore è il muso di un maialino da latte e delle mani che stanno , stupide, a penzoloni o è un “PER MARIE” scritto col fuoco sul lato della montagna (perché Egger come noi ha pure i suoi momenti kitch: c’è chi scrive sul muro, chi noleggia aeroplanini per scrivere nel cielo, altri privi di fantasia si fanno scrivere da terzi a vanno in tv), il mondo nuovo è Grace Kelly e Armstrong che mette piede sulla Luna (oh ma io mi sono commossa anche qui , sono incorreggibile), la vecchiaia è la pelle dura come il cuoio o lo sporco che si è insinuato nelle pieghe antiche della pelle o semplicemente mani tremanti… Seethaler, classe 1966, ha sofferto di gravi disturbi alla vista da piccolo, che lo hanno costretto a ricostruire le immagini che non riusciva a vedere bene con gli occhi, nella sua testa: come Egger, fa di necessità virtù e guardate cosa non è riuscito a vedere, non importa con che occhi, quest’uomo!

una vita intera - seethaler“Una vita intera” è un po’ come una poesia: raccontarlo più di quanto abbia provato a fare sarebbe come farne la parafrasi, quindi ucciderlo e snaturarlo. No, va proprio letto, con lentezza; e anche riletto, perché tante volte ci si ferma – immersi in una scrittura che esige ma allo stesso tempo crea silenzio e spazio, cresce intorno a noi e ci isola da tutto il resto –, ci si deve fermare per chiudere le pagine, abbassare il capo, respirare piano e piangere. Ma non perché è triste, no no no no e ancora no. Piuttosto, perché ci si stupisce che uno che non ci conosce abbia trovato la parola giusta, l’espressione unica e perfetta per esprimere quella sensazione che noi, solo noi, conosciamo così bene (grazie anche alla superba traduzione di Riccardo Cravero). La commozione viene da quel senso di profonda riconciliazione che esce dalle pagine del libro e sostiene l’uomo in cammino della copertina essenziale e precisa come il romanzo: non accettazione passiva o naive, solo la consapevolezza che non ci sono risposte e che vivremo e moriremo con questi punti interrogativi eternamente dentro le nostre tasche, pur sapendo che tutto ha un senso o meglio che del senso in sé, in fondo, ci importa poco.

E se pensate che Robert Seethaler sia un tizio cupo, un eremita pazzo e capriccioso, che vive con la sua ispirazione sacra isolato dal mondo che nemmeno il nonno di Heidi (pur essendo altissimo come lui), ecco avete sbagliato. E secondo me solo uno così poteva racchiudere tanta vita in poche pagine e in tanto silenzio e in tale assenza di grandi avvenimenti da effetti speciali (cosa che del resto vale anche per Kalman Stefánsson): intanto, vive a Kreuzberg a Berlino e chiamatelo scemo; quando parla con i tedeschi del sud o gli austriaci, abbandona la dizione perfetta e scivola nella parlata austriaca (anche se, a domanda intelligente del giornalista, spiega che non sa cantare lo Jodel perché è di Vienna, mica delle valli… e la faccia che fa dice molto anche sull’opinione circa il giornalista in oggetto), poi lo si vede più o meno una volta a settimana in tv, ma non (solo) nei salotti letterari… No, lui fa il burbero medico legale in una serie tv poliziesca che si intitola “Ein starkes Team” dove ci prova con garbo con la commissaria che gli rifila sempre il due di picche. E se non vi basta, scommetto che moltissimi vedranno Seethaler nella sua prossima performance cinematografica: perché il nostro Autore comparirà nella parte della guida alpina indovinate dove?! Nel prossimo film di Sorrentino, quello de “La grande Bellezza”  (tra l’altro, pure Egger sarà guida alpina per una parte della sua vita)! Mi sembra abbastanza per dimostrare che si può scrivere come pochi senza per questo essere un nerd. La normalità di Andreas Egger e della sua vita, che rende il romanzo un abito che sta bene addosso a  chiunque, indipendentemente da tempo e luogo, è la normalità della quotidianità che ci sfugge perché ci stiamo dentro. Robert Seethaler si chiama fuori per un attimo da questa quotidianità e ce la rende nella sua dimensione più eroica, ma solo perché lui per primo ne fa pienamente parte. Anche se, sfortunatamente, non sa gorgheggiare in braghette corte di fustagno. Ce ne faremo una ragione, d’altronde nessuno è perfetto, a parte Seethaler quando scrive.

A chi capisce il tedesco o è semplicemente curioso, suggerisco questa intervista, breve e intensa e semplice, come il romanzo:

http://www.rbb-online.de/buecherundmoor/archiv/ulrike-folkert/robert-seethaler—ein-ganzes-leben.html

e in attesa che venga in Italia (confermata la sua presenza al Salone del Libro di Torino), potete ascoltarlo mentre legge l’altro suo romanzo recentemente pubblicato in Italia (e che non ci siamo lasciati sfuggire).

Intanto, però, comprensibilissime sono le parole dell’editore Neri Pozza che ha il merito di aver pubblicato “Una vita intera” in Italia, a cui ho rivolto alcune domande per capire meglio cosa vuol dire portare sul mercato editoriale italiano il romanzo “nominato «libro dell’anno» dai librai tedeschi, selezionato da Der Spiegel come uno dei romanzi più importanti del 2014, accolto con entusiasmo dalla critica e dal pubblico in Germania”.

E’ Sabine Schultz, editor della narrativa straniera di Neri Pozza, a rispondere con pazienza e disponibilità, oltre che profonda competenza (tutte doti rare), e subito le porgiamo il nostro grazie.

“Our Own Civilization” è il titolo sotto il quale Neri Pozza sta postando, sulla pagina sua Facebook, brani in lingua originale con traduzione italiana (poesie, riflessioni, passaggi di romanzi…) di autori occidentali di ogni tempo che costituiscono la nostra identità culturale, quindi, in parole povere, sono i mattoni delle nostre case. Come si colloca un libro come “Una vita intera” in questo memorandum? Accanto a quali autori starebbe bene? E in che cosa rende più solide le nostre mura?

«Si possono comprare le ore di un uomo, privarlo dei giorni o derubarlo della vita. Ma ci sono attimi che nessuno potrà portargli via!» Sono frasi come queste, semplici, in fondo, ma toccanti, vere, poetiche, che ci hanno convinto che Una vita intera merita di stare vicino ad altri romanzi che riteniamo abbiano nel tempo contribuito a costruire le mura della nostra casa, quella della Neri Pozza. Romanzi come “La vita davanti a sé” di Romain Gary, “Un albero cresce a Brooklyn” di Betty Smith, “I Melrose” di Edward St. Aubyn, “L’ultimo inverno” di Paul Harding. Romanzi che, ci auguriamo, possano aiutare i nostri lettori nella costruzione della propria, di casa. Un libro che riesce in 160 pagine a riassumere non soltanto la vita di un uomo, dall’infanzia fino alla morte, ma anche un intero secolo, che ha visto due guerre, l’arrivo della modernità e della tecnologia… lo abbiamo trovato straordinario. Seethaler racconta con pacatezza, in modo piano, a volte con un po’ di distanza, eppure riesce a coinvolgerci profondamente e a toccare qualcosa in noi che commuove. Indimenticabile secondo me la descrizione dell’ultimo respiro e dell’ultimo battito del cuore di Andreas Egger. Non mi era mai capitato di leggere la descrizione di una morte così. Mi sono ritrovata a trattenere il respiro.

Perché una casa  editrice decide di pubblicare un romanzo lontano anni luce dalla (in)sensibilità imperante? Basta il grande successo nei Paesi di lingua tedesca? O c’è una affezione che va al di là delle classifiche (che poi non sono speculari tra le nazioni)?

Mi verrebbe da dire che noi, per antonomasia, non abbiamo l’aspirazione di pubblicare libri in linea con questa “insensibilità imperante”. Semmai cerchiamo opere in grado di smascherarla, di denunciarla. Quando decidiamo di pubblicare un romanzo o un saggio lo facciamo prima di tutto perché ci ha convinto, perché riteniamo che meriti di essere letto, perché pensiamo possa contribuire a conoscere la società in cui viviamo, o magari a conoscere meglio noi stessi. Certo, il successo all’estero, le classifiche, le vendite dei diritti in altri Paesi, hanno un valore, ma a volte soltanto perché sono informazioni che ci aiutano a convincere i librai a mettere il libro bene in vista. Le classifiche poi non sono sempre speculari. E quando acquistiamo i diritti per un romanzo, spesso questo non è nemmeno ancora pubblicato nel proprio paese, proprio come “Una vita intera” di Robert Seethaler. Lo abbiamo comprato con convinzione ad aprile dell’anno scorso e in Germania è stato pubblicato ad agosto.   

Riccardo Cravero (che saluta ma che è stato rapito da una ciurma di colleghi in un convegno blindato e quindi non può intervenire direttamente) ha tradotto egregiamente dal tedesco. Quanto è importante per un editore la sensibilità del traduttore? Come ci si accorge che la traduzione ‘funziona’ in un romanzo come questo, dove tutto sembra apparentemente molto semplice, lingua compresa?

Il traduttore è fondamentale. Un editore che pubblica letteratura non può che affidarsi ad un vero professionista. Provate a  leggere tre, quattro traduzioni di uno stesso testo fatto da persone diverse. Ognuna sarà differente. Bisogna trovare le parole giuste, il tono perfetto, la “voce” dell’autore e allo stesso tempo rendere la traduzione in un italiano che suoni vero. Molti traduttori sbagliano restando troppo aderenti all’originale, sacrificando l’italiano che rischia di suonare falso. Riccardo è uno dei nostri migliori traduttori e quando abbiamo un testo speciale ci affidiamo volentieri a lui. Ha una sensibilità incredibile. 

Tra poco è Pasqua: non è che si possa far finta che non sia una festa religiosa, anche da laici (non si sta a casa dal lavoro perché è la festa del cioccolato) e a me sembra che in fondo anche il romanzo di Seethaler non sia privo di una dimensione religiosa (quando gli hanno chiesto se crede in Dio, lui ha risposto più o meno che non ha un nome preciso a cui pensare, ma che ci sono molte religioni un cui a dio non si dà un nome…): che non vuol dire che sia un libro di preghiere, quanto piuttosto che Andreas Egger, il protagonista, sia aperto ad uno stupore che accoglie il Destino… Ma voi in editrice, parlate di quello che il romanzo vi mette nel cuore? E questo qui, cosa vi ha messo o smosso?

Hanno chiesto a Robert Seethaler perché non avesse concesso al proprio eroe, così martoriato dal destino, il conforto della religione. Lui ha risposto che ha preferito donargli una forza interiore, grazie alla quale poter affrontare le sfide della vita, così, senza un aiuto dall’alto. Eppure il romanzo sembra pervaso da una grande spiritualità, ma in questo aspetto è proprio della cultura tedesca, portata a trovare serenità anche nella contemplazione di un albero in mezzo a un bosco silenzioso. 

Certo che parliamo di quello che un romanzo ci mette nel cuore. Qui ci siamo trovati d’accordo nel dire che “Una vita intera” è un’opera fondamentalmente romantica. Un uomo che ha avuto un solo amore in tutta la sua vita, che ha fatto quello che ha potuto e ne è stato contento. Bellissimo. Il contrario di ciò che più o meno rincorriamo tutti oggi. 

Ok, ora è il vostro momento: “Una Vita intera” di Robert Seethaler non può mancare nella nostra vita intera perché…

Leggere “Una vita intera” ci riporta a una dimensione più semplice, più pura e vera, lontana dai rumori, dalle esagerazioni, dal narcisismo, dall’artificio e da una cultura dedita all’autocelebrazione fine a se stessa. Oddio, forse così l’ho messa giù un po’ dura, ma siamo convinti sia un romanzo in grado di lasciare un segno.

Inutile di dire che a me ha marchiato a vita!

Robert Seethaler, UNA VITA INTERA, Neri Pozza, trad. R. Cravero