Vizio di forma  #FilmWeekEnd

marianna trimarchidi @Marianna Trimarchi

Questo weekend non c’è gioco per nessuno. Potete andare a vedere Kingsman – the secret service, se vi piace il genere, rispolverare le memorie del liceo con Maraviglioso Boccaccio, che tuttavia si ferma alla letterarietà del testo di partenza, con una riproduzione quasi scolastica e teatrale, in senso deteriore, del materiale di base, oppure scegliere Le leggi del desiderio, il film di Muccino che, in filigrana, chissà se per errore o volutamente, scimmiotta Magnolia di Paul Thomas Anderson. Che invece è il vero protagonista della settimana con il suo ultimo, meraviglioso Vizio di forma, la trasposizione per il grande schermo dell’omonimo romanzo di Thomas Pynchon (per chi non lo sapesse, lo scrittore USA che, da L’arcobaleno della gravità a V. ha sfornato i capisaldi della letteratura americana postmoderna rimanendo sempre nell’ombra, al riparo da telecamere, interviste e interventi pubblici).

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Una figura misteriosa e inaccessibile, Pyhchon, che con Vizio di forma -così dicono i suoi cultori- diventa quasi alla portata di tutti, con quel romanzo che per molti è il suo lavoro più leggibile e affrontabile. Certo, dopo la visione del film, viene da chiedersi, a confronto, come sono le altre opere, perchè Vizio di forma, che pure è in un certo senso un divertissement, è talmente psichedelico e contornato da un alone di fumo dolciastro, quello della cannabis che il suo protagonista, il detective Larry Doc Sportello, fa aleggiare di pagina in pagina, mentre ci conduce sulle tracce del suo oggetto perduto e ci scorta, insieme a lui, sulla scia della sua indagine, da risultare a tratti sconclusionato e ingovernabile.

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La storia raccontata in Vizio di forma, se la si volesse condensare in poche battute -ma le derive in cui ci si smarrisce, i personaggi che improvvisamente fanno capolino sullo schermo, e che poi scompaiono, con il dubbio che non si sia trattato di un sogno o di un’allucinazione, rendono complicato un riassunto narrativamente lineare-, è quella dell’hippie Larry Doc Sportello, detective perennemente fumato, scomposto e piuttosto sporco, che vive a Gordita Beach, luogo trasognato della spiaggia losangelina degli anni ’70  qui interpretato in modo talmente credibile da Joaquin Poenix che quasi si rischia una sovrapposizione attore-personaggio. L’ex fidanzata di Larry, Shasta Fay, va da lui per chiedergli di vegliare sull’uomo di cui è ora innamorata, Michey Wolfman, miliardario e costruttore edilizio che rischia il manicomio a causa della moglie. Il caso è più intricato di quello che sembra: il giorno dopo, nel suo studio, Larry riceve la visita di un Black Panther, che vorrebbe un’indagine sull’omicidio del suo ex compagno di cella, ironia della sorte, guardia del corpo di Wolfman che, intanto, è scomparso con Shasta. Nel frattempo, la moglie preoccupata di un sassofonista (Owen Wilson), chiede aiuto a Larry, perchè convinta che suo marito, ex eroinomane come lei, non sia effettivamente morto, come vogliono darle a credere, ma sia entrato in un programma di protezione dell’FBI. In una serie di peripezie senza ordine, mentre scrive sul suo taccuino parole chiave che non vogliono dire nulla e si imbatte in personaggi imprevedibili, talmente casuali e allo stesso tempo pertinenti alle indagini, da far pensare che tutta la storia sia tessuta e governata dai fili del fato o degli Astri, Doc arriva a scoprire, in uno stato indecidibile tra l’incoscienza e la consapevolezza, che tutte le storie convergono verso una rete di intrighi criminali che hanno a che vedere tanto con un cartello di droga, quanto con una serie di omicidi che fanno capo alle alte sfere del potere.

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Sullo sfondo di questo andirivieni confuso, come se si vivesse nella narrativa hard boiled di Paul Auster, dove le tracce si generano da sole, appunto, dalle volute di fumo o dalle allucinazioni visive e mentali del protagonista e di tutto il suo contorno di personaggi (non ci si può fidare di nessuno: il più “ragionevole”, ma in realtà paranoico, agente di polizia Christian Bjornsen/Josh Brolin superlativo, detto Bigfoot diventa, in questo scenario, quasi una metamorfosi nevrotica di Doc) il film di Anderson sviluppa una riflessione che eccede la semplicistica riviviscenza nostalgica di quell’epoca.

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Se di nostalgia, nel senso più postmoderno del termine, si può parlare, una pellicola di tristezza si appoggia sul paesaggio del film e disegna, nella Città degli Angeli, una trama di intrighi e di corruzione, di speculazione edilizia e di potere che prelude con disincanto agli anni ottanta (intercettati da Anderson in Boogie Nights, che così mostra un interesse storico alle vicende dell’America moderna) mentre dice addio alla vera età dell’oro, quella liberata dei sixties, quando ancora l’eroina, il Vietnam e Charles Manson non ne avevano macchiato la ridente solarità. Vizio di forma sta dunque tra l’indagine surreale ma velata di comicità  de Il grande Lebowski dei fratelli Coen, e l’impegno politico e anti-moderno di Zabriskie Point: un film che riesce a perdersi e a far smarrire, nella sua trama indiziaria illeggibile ma comunque coronata dal successo, i personaggi e lo spettatore. Ma che lascia, alla fine, quel sapore dolciastro del sortilegio e dell’ipnosi. Quella sensazione di trovarsi, in uno stato incosciente, stratificato e forse non pienamente lucido, davanti a un capolavoro.