[FILM WEEK END]: Questa non è una recensione di ITALIANO MEDIO #amechemenefregaamme

marianna trimarchidi @Marianna Trimarchi

Questa non è la recensione di Italiano Medio. Almeno, non è quello che ci si aspetterebbe pensando di leggere una recensione di Italiano Medio. Soprattutto per chi è abituato a trovare in questa rubrica, ogni venerdì, un consiglio cinefilo.

In primo luogo perché su Maccio Capatonda si potrebbe dire tutto e niente, un personaggio che non ha bisogno di presentazioni. In secondo luogo perché, qualunque sia la mia opinione a riguardo, Italiano Medio è un film che può fare benissimo a meno della critica, costruttiva o distruttiva che sia, perché non ha bisogno di intermediari, di opinion leader o di commentatori che possano avvalorare o screditare nello spettatore la volontà di andare al cinema a vederlo.

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Detto così, il discorso può essere molto generalizzabile, in fondo anche Il Signore degli Anelli, arrivato al terzo capitolo, Il Ritorno del Re, aveva già un pubblico alla cui presenza in sala la critica non avrà contribuito in modo determinante; così come Hunger Games e qualsiasi altro franchise o saga sia sulla piazza. Questa volta, però, il discorso è dissimile nella radice culturale del prodotto: Maccio Capatonda ha già un pubblico fidelizzato, come quello della serialità cinematografica, ma che proviene dal web e che attende a tal punto il suo primo lungometraggio, che non saremo certo noi a fermarlo, a dissuaderlo o a incrementarlo. Mi spiego meglio con un esempio: quando sono andata alla press preview, mi hanno consegnato un foglio azzurro con l’uccellino di Twitter. C’era scritto che Italiano Medio è il primo film nazionale a essere promosso su questa piattaforma social, con un hashtag dedicato (per la precisione #amechemenefregaamme -provare per credere) e un account, quello di @macciocapatonda, al quale si poteva inoltrare fino a ieri una domanda sul film per partecipare a una sessione Q&A direttamente con lui (e con gli inseparabili Herbert&Ivo Avido).

Scelte così user oriented difficilmente, almeno per ora, sono consuete qui da noi, ma parlano della questione con una certa evidenza, e un po’ mi toccano sul vivo: che bisogno avrebbero gli spettatori che i vari critici cinematografici parlino del film, chiariscano dubbi, dipanino perplessità, quando si può chiedere ai diretti interessati? Lo so, il patto di fiducia tra chi scrive e chi legge è sempre gradito e onorevole, ma stavolta non è così semplice.

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Andiamo sulla pagina facebook di Italiano Medio – il film e proviamo a capire. La campagna messa in atto per promuovere la pellicola non tradisce le aspettative dei fan, anzi, le gonfia: spot brevi, virali, di massimo due minuti, si presentano nello stile “classico” delle incursioni su YouTube di Maccio. A vederli viene voglia di fiondarsi in sala anche se, pensandoci bene, non dicono nulla del film, non servono a promuoverne i contenuti, ma si inventano dei testi ulteriori e alternativi: gli sketch sulla campagna di promozione e distribuzione, Herbert Ballerina che si aggira per il Duomo per sondare quanto la gente sia informata dell’uscita del film. Questi contenuti sono la prova di un cinema che non è più cinema, ma che si fa sul web e che parla direttamente al pubblico. Un’operazione di marketing alquanto riuscita, a giudicare dal numero di like e di condivisioni.

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Da quest’analisi piuttosto descrittiva delle strategie di comunicazione usate, ne esco con una domanda che mi ha condizionato (da fan e da spettatrice) anche durante la visione del film: chi sarà lo spettatore modello di Italiano Medio? Sarà (solo) il maschio, cresciuto a pane e tv commerciale, poi stagionato in rete tra streaming e YouTube? Questa domanda avrà una risposta lunedì, quando vedremo i risultati del box office e capiremo quanto questa campagna abbia portato, in termini economici, alla pellicola distribuita in 400 sale.

Il mio parere, a questo punto, prendetelo come il consiglio di un amico, per un volta in tono più informale. Italiano Medio prende il là da un video di successo, di cui già conosciamo la domanda fondamentale: cosa accadrebbe a un uomo responsabile, integerrimo (e un po’ frustrato) se prendesse una misteriosa pillola che gli fa usare solo il 2% delle facoltà intellettive?

La risposta, adattata ai costumi attuali, è un condensato di turpiloquio, ossessioni basse e volgarità sconcertante. Giulio Verme, il protagonista del film, ligio ambientalista in crisi depressiva, interpretato da Maccio, si trasforma così nella versione più cafona e tamarra dell’italianità. Quella che si divide tra talent show dove non è certo il talento la qualità migliore per partecipare e discoteche dove bazzicano calciatori e starlette. Quella che sogna dal salotto di casa, davanti a tv e tablet, una ricchezza trash qualunquista e avida. Tra questi due poli, che non ci appartengono fino in fondo, e con cui è impossibile immedesimarsi, tanto nell’eccesso mondano, tanto nella versione radicale e frustrata del Giulio ambientalista, la verità sta in mezzo. Quella di un italiano trasformista e pronto al compromesso. Una visione tanto politica quanto sociale della nostra cultura. Se il messaggio più militante del film, tra volgarità spinte e divertimento innegabile, arriva con chiarezza, quello che manca è invece un progetto estetico maturo. Italiano Medio supera la prova del lungometraggio ma non cum laude, rischiando spesso di stiracchiarsi nei raccordi, mentre lega un passaggio brillante con l’altro con un collante piuttosto fragile. Il divertimento generale, però, riesce a equilibrare anche i momenti meno forti rendendo Italiano Medio una prima prova piuttosto buona. L’interrogativo che resta, in questa dichiarazione d’intenti sui generis, che strizza l’occhio tanto ai film (non solo Limitless, che sovverte), tanto alle serie tv (a un certo punto, vi smarrirete in una versione inquietante di Black Mirror), è se questo formato narrativo ibrido, che rimane sostanzialmente fedele ai ritmi e ai tempi comici di YouTube e della rete, possa durare nel tempo adattandosi alle forme cinematografiche canoniche o se, al contrario, possa inaugurare una nuova estetica dell’immagine scomposta e frammentata, né filmica, né seriale.