[FILM WEEKEND]:

marianna trimarchidi @Marianna Trimarchi

Questa settimana sono successe un sacco di cose. Sono stati annunciati due trailer da fanatismo: Jurassic World e Star Wars: The Force Awakens. Abbiamo visto Wolverine che diventa pirata nel film su Peter Pan. E poi c’è stato il Torino Film Festival che, dovendo scegliere ci ha fatto pensare che i festival del cinema potessero essere il leitmotiv della nostra selezione. Non vi confondete, c’è tempo per vedere tutto!

TRASH

Trash. Siamo in Brasile e nelle favelas atterra su un cumulo di spazzatura un portafoglio che la polizia cerca disperatamente: al suo interno sono nascosti gli indizi per mettersi sulle tracce di una grossa somma di denaro sottratta al corrotto candidato sindaco. Gardo, Gabriel e Rato, tre adolescenti che di mestiere raccolgono rifiuti, decidono di non consegnarlo per arrivare alla verità, grazie all’aiuto di una volontaria (Rooney Mara) e di un sacerdote missionario (Martin Sheen). Dalla macchina da presa funambolica di Stephen Daldry, regista formatosi al cabaret e noto soprattutto per Billy Elliot e dalla penna di Richard Curtis, sceneggiatore di Notting Hill e Love Actually, Trash, che ha vinto al Festival del Film di Roma premiato da pubblico, mostra in modo ancora più evidente la problematica sociale, mischiandola con il balletto, in un’acrobatica rincorsa fatta di salti, piroette e arrampicamenti. Ma non siamo in Billy Elliot e nemmeno in una commedia romantica brillante, e si vede. Per quanto la storia sia una costruzione lineare e coinvolgente, Trash mette in scena un immaginario e un modello culturale in cui gli ingredienti per la morality play ci sono tutti. Il Brasile delle megalopoli e dei contrasti, le favelas, la plastica, il fango, le fogne, la corruzione, i poliziotti cattivi, la povertà, i bambini. Forse con qualche luogo comune di troppo, il film procede senza intoppi e i suoi personaggi camminano sulla retta via impavidi e affamati di giustizia. E la giustizia trionfa, la scintilla si innesca proprio nella più remota delle periferie (un po’ come a Betlemme, in una eco udibilmente cristiana) e l’incendio divampa. Certo, a maggior ragione nell’anno dei mondiali, a maggior ragione dopo le sommosse che hanno punteggiato le cronache internazionali, diffondendo indignazione negli spettatori televisivi e altrettanto panico nei visitatori occidentali. Perchè di questo forse parliamo quando parliamo della spazzatura che tutto sommato non ci schifa di Trash: che è il racconto di uno straniero (il film è tratto dal romanzo omonimo dell’inglese Andy Mulligan, vissuto in Brasile come insegnante) e, ancor più, che è appunto il racconto, la storia leggendaria che passa di bocca in bocca e che galvanizza i cuori, il mito fondativo di un’epica del riscatto di un popolo, una favola a lieto fine a cui dobbiamo credere per il suo carisma, e in cui la morale diventa più importante della veridicità della storia stessa.

Perchè vederlo: non privo di imperfezioni, ma estremamente scorrevole, fino ad essere quasi ipercinetico e danzante, Trash cattura per la bravura dei suoi interpreti non professionisti, che mettono in ombra i due divi di richiamo. Si esce dalla sala con il sorriso, forse anche con un applauso.

 

love is strange

I toni dell’amore – Love is strange. 39 anni insieme e un matrimonio: quando George e Ben decidono di sposarsi, Ben viene licenziato dalla scuola cattolica dove insegna, perdendo quella sicurezza economica che garantiva alla coppia un appartamento signorile a Manhattan. In attesa di un alloggio più abbordabile, costretti a separarsi, i due finiscono uno a dividere il letto a castello con il nipote, negli spazi ridotti di una famiglia che non comunica, l’altro ad ingombrare con disagio il divano di una coppia di amici fin troppo festaioli. Non è un film impegnato, non nel senso politico, almeno. I toni dell’amore – love is strange, ultimo film di Ira Sachs presentato prima a Berlino e poi al Milano Film Festival, aggancia lo spettatore con quella che potrebbe essere la denuncia senza sconti del film di gender, e la smentisce a favore di una narrazione giocata sulle sfumature impercettibili delle relazioni umane tout court. Dalla condizione di benessere iniziale, che poteva far storcere il naso a chi presagiva un film stucchevole e artefatto, Ira Sachs misura la tematica autobiografica dell’omosessualità traghettando gli accidenti individuali dei suoi personaggi nella direzione di una storia universale e possibile sulla distanza, sull’assenza di uno spazio privato, sulla separazione, sull’impossibilità di una condivisione sentimentale. Là dove un film più mainstream avrebbe ammiccato al sentimentalismo politically correct un po’ didascalico e un po’ sentenzioso, la parabola di George e di Ben, non viene al contrario toccata dalla denuncia autocompiaciuta  né della Chiesa (c’è posto per citare San Paolo), né della società, né del sistema economico. Persino davanti alle vicende più tragiche, Ira Sachs non esce dai margini di una delicatezza equilibrata, forse con un incedere un po’ troppo lento (e c’è da dirlo, i notturni di Chopin rischiano, alla lunga, il tedio) ma che sa essere, forse proprio per questo, specchio della vita.

Perchè vederlo: Love is strange è un quadro credibile sull’amore, rafforzato dall’interpretazione convincente di Alfred Molina e di John Lithgow. A volte ci si commuove. Non alla maniera dei film dai sentimenti ricercati, ma sentendosi quasi d’ingombro e in imbarazzo per essere spettatori del loro affetto.

 

filmmaker

Ciliegina sulla torta: questo weekend non si sta a casa. Quindi, nessun film da ri-vedere. Non c’è tempo per adagiarsi sul divano con copertina e stufetta: se siete a Milano uscite e andate al FilmakerFest. Filmmaker è uno spazio d’incontro tra persone che credono in un cinema riconoscibile per la sua indipendenza produttiva e la libera ricerca formale. Quello che gli organizzatori vogliono dire è che questo Festival è l’occasione per vedere nella propria città quello che nelle sale arriva raramente, o forse mai. I film proposti sono spesso contaminazioni di sperimentazione ed avanguardia. La retrospettiva quest’anno ripercorre ad esempio i lavori di Lech Kowalsky, il regista che ha raccontato il punk dei Sex Pistols e dei Ramones. Se siete di passaggio, non perdetevi questa sera Jauja di Alejandro Alonso, il film con Viggo Mortensen (Aragorn del Signore degli Anelli, proprio lui) che racconta di un padre che cerca la figlia nelle praterie della Patagonia, ai confini del mondo e del tempo. Dal Lido di Venezia arriva In the basement (la proiezione è domenica), dell’austriaco Ulrich Siedl, esplorazione quasi psicanalitica delle perversioni e dell’animo umano, tra piani alti e cantine, tra io e inconscio. Fino all’8 dicembre alla GAM c’è invece San Siro, il lavoro del videoartista Yuri Ancarani, finalista al premio Maxxi 2014, una metafora sul volto nascosto ed efferato del calcio.