BENTROVATO, OLD BOY

peddi @Andrea Peduzzi

Nell’agosto del 1989 ero un ragazzino alle soglie dell’adolescenza. Ricordo che stavo trascorrendo una bella vacanza in montagna con gli amici, una roba organizzata dall’oratorio vicino a casa, e pensate quello che volete, ma all’epoca era l’unica occasione di andarsene a zonzo senza genitori tra i piedi. Per certi versi quell’estate, per me, coincise anche con un momento di passaggio, di quelli che a pensarci dopo fanno venire il magone. Insomma, una roba alla Stand by me, con tutte le eccezioni del caso, che noialtri si stava in Valtellina, mica nell’Oregon, e di cadaveri manco l’ombra.

Sempre nel corso di quella vacanza una piccola bufera ci bloccò due giorni in una baita, e per ingannare il tempo imparai a giocare male a scacchi e lessi tutto quello che passava il convento, compreso un bizzarro e sanguinolento fumetto intitolato Dylan Dog. Era il numero 24, I conigli rosa uccidono, non una storia memorabile, ma mi rimase comunque impressa.

Chiaro, all’epoca non ero in grado di apprezzare i sottotesti e le citazioni con cui Sclavi e compagnia infarcivano i loro albi, e “Dailan Dog” ai miei occhi passava per il fumetto splatter con qualche donnina nuda, sulla scia degli Skorpio e dei Lanciostory che trovavo a casa di mio zio. Ma in quel medioevo pre-internet, a conti fatti, non era mica poco.

dylan dog cover

Durante la prima metà degli anni Novanta nel target di Dylan Dog c’ero entrato fino al collo. Andavo al liceo, e come molti miei coetanei posavo senza ritegno: bevevo caffè nero alla maniera dell’agente Cooper, indossavo Clarks e camicie di flanella, copiavo la postura di Dylan ogni volta che mi sedevo sul divano e ascoltavo i Led Zeppelin sulla scorta de Il lungo addio. C’è pure mancato tanto così che non iniziassi a suonare il clarinetto, ma per fortuna ho lasciato perdere.

In quegli anni nebbiosi robe come la musica grunge, Twin Peaks, X-Files e, a modo suo, persino Beverly Hills 90210, servivano un’America molto diversa da quella luccicante del decennio precedente, ed era evidente che tirava un nuovo vento: più freddo e nichilista per alcuni, politicamente e socialmente impegnato per altri. Inutile dire che Dylan con quel clima ci andava a nozze, e pur senza tradire mai le sue origini british anni Ottanta, finì col camminare a fianco dei Novanta, cogliendone tutta la ribellione e il mal di vivere, a volte bene a volte meno bene, ma quasi mai in malafede.

Dylan Dog influenzò i gusti (cinematografici, letterari, musicali) di una generazione, divenendo uno strumento di formazione, oltre che di onestissimo intrattenimento.

A due passi dal cambio di millennio frequentavo senza troppa lena l’università, e avevo spostato i miei interessi su altri fumetti e sui manga, fermo restando che nel mondo delle nuvole parlanti sono sempre stato un turista, più che un vero appassionato. Attento e curioso fin che vuoi, ma pur sempre un turista.

Proprio in quel periodo persi l’abitudine di acquistare Dylan Dog con regolarità, e per tutti gli anni successivi mi trasformai in un lettore meno che occasionale, concentrandomi eventualmente su quella manciata di albi cruciali per la continuity del personaggio (Finché morte non vi separi, Il numero duecento, Xabaras, nonché le bellissime “storie del futuro” di  Alessandro Bilotta).

Francamente non riesco a mettere a fuoco le ragioni della mia defezione: forse la serie non intercettava più i suoi tempi, un po’ come Don Draper nelle ultime stagioni di Mad Men, oppure non intercettava me, che viziato dai manga, dalle serie tv e dai videogame, non apprezzavo più la sua formula verticale. O magari è stato solo un caso, vai a sapere.

Spazio Profondo

Oggi, sospeso tra i trenta e i quaranta, dopo anni di assenteismo tornerò in edicola per acquistare il nuovo numero di Dylan Dog, il 337°, Spazio profondo (scritto da Roberto Recchioni e disegnato da Nicola Mari), il primo della cosiddetta “Fase 2”, che si propone di rilanciare la serie per restituirla ai fasti di qualche anno fa. La copertina dell’albo in questo senso è programmatica, e presenta un Dylan in posizione fetale come prossimo a una rinascita. Una rinascita sia in termini editoriali che narrativi, evidentemente, supervisionata dallo stesso Recchioni che ha preso in cura la testata su incarico di Tiziano Sclavi, e che opererà diversi cambiamenti per sincronizzare il personaggio con il presente (uno su tutti, il pensionamento dell’ispettore Bloch).

Io Recchioni l’ho scoperto qualche anno fa come blogger, per ragioni di videogiochi più che di fumetti, e per quel che vale la mia opinione in merito (molto poco), sono contento che il rilancio della testata sia stato affidato a uno come lui, che appartiene a quella generazione sospesa tra la cultura analogica e quella digitale; uno che divora e analizza ogni genere di storia a prescindere dal medium, occupandosi senza preconcetti di cinema, televisione, videogiochi, fumetti, musica e persino di pornografia, con un trasporto che alle volte può essere scambiato per vis polemica (altre volte è proprio vis polemica).

In anni di frequentazione del blog o del profilo Facebook di Recchioni, spesso ne ho condiviso le opinioni, più di una volta non l’ho fatto, ma raramente sono incappato in banalità. Se poi a questa sua attitudine all’analisi sommiamo una spiccata vena comunicativa – di marketing, diciamolo pure – e una solida carriera nel mondo del fumetto, viene proprio da crederci, nella Fase 2, così come vien da credere che in Bonelli, proprio in virtù di certe scelte, non prenderanno la scorciatoia della nostalgia che dal dopoguerra in avanti arrotola la cultura popolare su sé stessa. Viene da credere, insomma, che sapranno evolvere il personaggio di Dylan Dog senza tradirlo, per raccontarci semplicemente come va avanti la storia.