[SUNDAY BOOKS]: IN/CONTRO L’ALTRO

paola rinaldidi @Paola Rinaldi

Saranno state alcune delle considerazioni sul jet-set e altre amenità che trovate qui, sarà che l’aria che tira nel mondo non è delle più salubri, ma mi sono ritrovata a pensare alla globalizzazione che a volte mi pare solo voglia dire che i ricchi sono globalmente uguali tra loro, come i poveri sono globalmente simili l’uno all’altro. E, globalmente, noi coltiviamo con leggerezza queste differenze che ormai sono diventati spaventosi baratri. Proprio questa settimana sono usciti tre libri che mi hanno fatto compagnia nel mio mesto riflettere, e ve li propongo qui sotto.

noviolet

weneednewnames1) Noviolet Bulawayo, C’è bisogno di nuovi nomi, Bompiani, trad. E. Malanga 

L’angolo di Zimbabwe di Darling, una ragazzina di dieci anni che racconta la storia e si aggira con una banda di ragazzini pestiferi come Bastard, Chipo, Diolosà, Sbho e Stina, è un crogiolo di contrasti che trasformano ogni giorno in un’avventura. C’è Paradise (!!!), una baraccopoli i cui residenti sono stati piegati da una vita dura in un Paese che poco si preoccupa per l’insignificante essere umano. Poi c’è Budapest, una comunità vicina dove i bianchi egli africani ricchi vivono in grandi case solide, con tutte le comodità del mondo industrializzato. Mentre vagano in questi quartieri, Darling ei suoi amici si impegolano in un dialogo necessariamente infantile, ma dolorosamente penetrante, sulla vita ai margini del Globo. Il loro mondo non è l’Africa povera dei vecchi stereotipi, un luogo in la cui gente non sa nulla oltre i confini della propria povertà. È, invece, un posto in cui gli abitanti del villaggio di nascosto deridono gli ignari lavoratori bianchi delle ONG che sono venuti a “salvarli”, dove i cinesi sono arrivati ​​a parlare la lingua del denaro, dove l’epidemia di AIDS assume una tinta quasi banale nella persona del padre di Darling, solo un altro lavoratore migrante di ritorno da quella che pensava sarebbe stata una vita migliore in Sud Africa, che soffre in privato in casa sua una tragedia divenuta ormai insignificante. Il ritratto di dello Zimbabwe che ci arriva è notevole soprattutto per le descrizioni del paesaggio interiore di Darling (sempre molto ingenua e diretta: osserva che in Zimbabwe è necessario essere un nonno per diventare presidente, mica come Obama in America). A volte Darling stessa ha paura del suo mondo, disgustoso e seducente insieme, ma sa anche di avere il suo posto, lì. Poi però Darling lascia il paese e si trasferisce nel Michigan, “Destroyedmichygen” come lo chiama lei, presso una zia la cui prole sembra aver assorbito il peggio della cultura giovanile americana. Il linguaggio brillante, vivo e sicuro, spesso divertente, forte nella sua capacità di rendere la vita africana Darling senza la mediazione di  certi luoghi comuni letterari, si fa quasi inconsciamente meno vivace quando registra il racconto di Darling che cerca di diventare sempre più americana (e per questo ha bisogno di nomi nuovi). Bulawayo dimostra una sorprendente capacità di cogliere il disagio che accompagna l’arrivo di uno straniero in America, che tenta di reinventarsi nel proprio intimo e tuttavia finisce per confrontarsi, forse in cerca di protezione, con la memoria delle proprie origini. Nonostante Darling abbia solo dieci anni e parli davvero come una bambina, le bugie del regime di Mugabe e la tragedia di un Paese di cui dovremmo sentirci tutti un po’ più responsabili, arrivano forti e chiare.

 

rail2) Eric Lomax, Le due vie del destino – The Railway Man, Vallardi, trad. A. Berardini

Quando lessi che ne stavano facendo un film (che da noi esce l’11 settembre), ne fui felice. Vale la pena leggere il doloroso racconto autobiografico di Eric Lomax anche se non ci piace la Storia. Malinconicamente romantico, storicamente importante, sorprendente, sconvolgente e alla fine edificante nel senso più ottimista del termine, questo memoir che sembra un romanzo (Eric prese appunti ‘in diretta’ e quindi sentiamo la voce del ragazzo che invecchia pagina dopo pagina), è necessario perché testimonia che l’Uomo può vincere davvero la guerra, anzi tutte le guerre e sconfiggere l’odio che esse costringono a coltivare. Il giovane Lomax, innamorato della sua bella Scozia e delle ragazza ma soprattutto dei treni e del loro mondo di vie ferrate, deve lasciarsi tutto alle spalle quando parte in Marina per Singapore nel 1940. Lui tornerà a casa, la sua innocenza invece no. Nel febbraio del 1942 Singapore, difesa dai soldati britannici, si arrende ai giapponesi. Lomax finisce in un campo lungo il fiume Kwai, nelle mani (insanguinate) del Kempetai, la polizia segreta giapponese che ha scoperto il coinvolgimento di Eric nella costruzione di radio clandestine e le sue dettagliatissime mappe ferroviarie (il suo hobby!), e lo condanna alle più terribili torture, di cui non scriverò perché purtroppo sono le stesse che vediamo ormai ovunque, a qualsiasi ora, su qualsivoglia canale. Il che non le rende meno disumane, sia chiaro. E le torture continuano anche una volta tornato, salvo (ma non sano) in patria. Anzi, è sconvolgente dover prendere atto di quanto fossero impreparati i medici a gestire i tormenti dei prigionieri di guerra sopravvissuti. Il cammino alla ricerca di un equilibrio dura quasi vent’anni per Lomax, a cui sta accanto con tenacia la seconda moglie (la prima non ha resistito), e vede alla fine un passo letteralmente incredibile. Eric decide di recarsi dal suo torturatore giapponese, Takashi Nagase: perché questo mostro, convertitosi al buddhismo, ha fatto sapere di essere ormai in pace con se stesso  (in un Paese che non s’è mai curato di occuparsi di questo buio periodo, tra l’altro), dopo lunga espiazione, e questo Eric non può sopportarlo. Vuole dirgli che lui lo odia ancora; che, anche da vecchio, sogna di strangolarlo con le proprie mani. L’ira, il disgusto di Lomax arrivano diritti come un pugno nella pancia del lettore, nonostante la scrittura pacata e quasi sottotono, dati gli eventi orribili che descrive. Che in ognuno di noi si celi un potenziale di crudeltà inimmaginabile, è cosa tristemente provata. Ma qui si dimostra qualcosa di straordinariamente raro: che in noi si annida, quasi nostro malgrado, anche una capacità infinita ed inestinguibile – ed altrettanto inimmaginabile, soprattutto -di perdonare. L’incontro tra Eric e il suo carceriere sul famoso ponte del fiume Kwai sembra proprio il lieto fine delle fiabe, del filmone da kleenex. Invece no. Tutto vero. Per fortuna.

 

taipei3) Tao Lin, TAIPEI, ISBN, trad. A. Scarabelli

Ecco un romanzo nuovo: La sua scrittura è molto particolare, insieme sconvolgente ed onesta, “plasmata sul linguaggio del web, senza essere sperimentale” come scrive l’egregio Andrea Scarabelli nella nota sulla traduzione che intelligentemente I’editore inserisce alla fine del romanzo. Il giovane Lin si nutre di web, ma in realtà “Taipei” è una storia d’amore, un romanzo classico di formazione, semi-autobiografico, di un giovane uomo che impara, attraverso l’amore, che la vita è più grande di quanto lui pensasse. Paul è un viaggiatore che passa dalla noia debilitante di Brooklyn – il luogo più borghese della Terra – a Las Vegas (dove sposa, a sorpresa, Erin), per poi tornare casa dai suoi genitori a Taiwan, toccando molti altri posti. In realtà, viaggiare è il modo di essere di Paul, la cui esistenza dipende dagli spostamenti a piedi o in taxi o in aereo o in auto. Costantemente connesso – chatta con i suoi amici, scrive mail, twitta, controlla Facebook –Paul  è sempre da un’altra parte. Il viaggio è, per tradizione, un modo per rendersi conto dei propri schemi mentali, porta alla maturazione, come del resto dimostra anche questo romanzo; ma qui si viaggia anche stando fermi, in direzioni opposte, spostandosi di mille miglia o di un centimetro (per cliccare su un’icona sul desktop). Quando Paul ed Erin sono a Taipei, però, accade qualcosa davvero eccezionale: invece di parlare DI qualcosa, parlano A qualcuno. Iniziano ad ascoltare. Mentre conversa con Erin con una certa intimità, Paul si ritrova a concentrarsi sulla conversazione, sulle  emozioni non mediate che essa genera, e cerca di sentirle tutte, quelle emozioni. Ovvio, direte; e allora com’è che, a tavola, siamo presi più dal nostro smartphone che dal nostro partner?! Lentamente, senza scosse eclatanti, Paul ed Erin iniziano ad amarsi di più; ad essere più coinvolti, più consapevoli, meno superficiali; si scoprono a ‘fare’, piuttosto che limitarsi a ‘guardare’. Per Paul, la vita sta cambiando: abbandona la dimensione estetica per quella etica. E’ il Faust di Goethe, ma un po’ più easy… Come è successo alla prosa semplice ma mai piatta di Lin, anche i suoi personaggi sono diventati autentici; però con cautela e sana diffidenza: Paul è riluttante ad abbandonare l’ironia che lo ha protetto nella sua giovinezza. La vera minaccia per lui è l’amore; eppure si sorprende a pensare di essere “ ‘grato di essere vivo’”. E bravo Lin!