[SUNDAY BOOKS] Wild Is The Wind

paola rinaldidi Paola Rinaldi

Ci sono libri che sono folate di vento che investono un mondo intero; e il vento catturato nelle loro pagine soffia per anni o secoli (o secondi che sembrano millenni) e porta le voci di generazioni che si sono avvicendate o che si inseguiranno. Ci sono libri che sono scatole cinesi: sollevi la copertina, ci caschi dentro, e chissà quando ne riesci, perché sono una storia di tante storie e alla fine, finisce che da qualche parte ci trovi pure la tua. Ecco, questa settimana ne ho trovati tre.

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Stuart Nadler, LA FORTUNA DEI WISE, Bollati Boringhieri, trad. C. Prinetti

Attraverso gli occhi del figlio Hilly assistiamo all’ascesa meteorica del piccolo avvocato ebreo Arthur Wise che, nel 1947 raggiunge fama e ricchezza grazie ad una class action vittoriosa. Nel 1952, quando Hilly ha 17 anni, Arthur acquista una casa con un factotum nero che ha una nipote bellissima, Savannah, di cui si innamora Hilly, in contrasto col razzismo del padre. Se nella prima parte il romanzo presenta le tematiche più care alla grande letteratura americana (la fortuna improvvisa, le cause collettive, l’amicizia maschile, l’amore interrazziale, l’impulsività giovanile, la vendetta, i contrasti tra padre e figlio, la prepotenza del denaro, il baseball), vent’anni dopo ne raccoglie gli sviluppi (o inviluppi). In Hilly, la cui voce narrante ha raggiunto una piena maturità, esplodono le contraddizioni: odia la sua famiglia e rifiuta l’eredità di Arthur, ormai novantenne. Il racconto è costruito da una serie di storie che si incastrano senza scossoni, legando tra loro tutti i personaggi (i protagonisti ma anche il padre di Savannah, il socio di Arthur, i figli e i nipoti di Hilly) in una vicenda epica d’ampio respiro che ci pone interrogativi universali a cui dare una risposta valida, probabilmente, solo a livello individuale.

 

tutto quel che e' la vitaJames Salter, TUTTO QUEL CHE È VITA, Guanda, trad. K. Bagnoli

Philip Bowman è un ufficiale di marina su una nave diretta in Giappone alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Seguono avventure, matrimoni, divorzi, traslochi, amici, morti e nascite, la carriera in una casa editrice di New York… Insomma quarant’anni di esistenza ordinaria in cui le scene si susseguono rapidamente, in equilibrio tra la vita di un individuo e un intero mondo evanescente, quello dell’America del dopoguerra, colta , sicura di sé , sexy e bianca. Se il protagonista è Philip (ma nel modo in cui lo era Stoner nell’opera di Williams), il romanzo offre pure i tanti punti di vista di personaggi secondari (e pure terziari) che, con le loro storie (un incidente ferroviario, una litigio tra coniugi infelici, una ballerina di flamenco, il primo sguardo d’amore), ampliano la vita e la gamma emotiva al suo interno a tal punto da provocare nel lettore un misterioso transfert alchemico. E alla fine ci sembra di aver vissuto tutte quelle vite che si sono condensate in una sola, paradossalmente più ordinaria di molte di esse: l’affetto vorace  e la nitidezza con cui Salter registra in modo indelebile tanto il banale che il portentoso conferiscono alla narrazione una qualità epica che conserveremo come un prezioso segnalibro.

 

philipp-meyer il figlioPhilipp Myer, IL FIGLIO, Einaudi, trad. C. Mennella

Di un’opera così si può scrivere poco: bisogna proprio leggerla. Saga epica che investe cinque generazioni di texani dal 1836 ad oggi, è insieme i film di John Ford con John  Wayne, Balla coi lupi, Il Gigante e Il Lupo di Wall Street. E’ il mito della frontiera e il sogno americano ma anche la sua corruzione e la sua rovina, come ce lo narrerebbero García Marquez o Steinbeck. Eli McCullogh lotta contro i Comanche, che poi lo rapiscono, e allora stermina i bianchi; tornato in famiglia, continua a farsi strada, spostando la frontiera sempre più in là, con una violenza che non risparmia nessuno e che assume modalità differenti per essere sempre moderna (sterminati gli indiani, i Tejanos, i messicani etc. etc., ci sono sempre gli iracheni…), e gli allevamenti di bestiame diventano pozzi di petrolio (come in Dallas, come nella dinastia Bush). La voce di Eli lascia il posto a quella della pronipote Jeanny, in cui il capostipite sembra essersi reincarnato (ma provate voi ad essere una donna in un Texas di bovari e ditemi che ha veramente le palle). Ma nel mezzo c’è la voce del figlio di Eli, quello del titolo: Peter, che la Storia mette tra parentesi. Perché Peter non crede nella violenza, non è razzista e si fa domande. E’ l’unico che rifiuta la brutalità del padre, che ha una forte componente etica, che si preoccupa del bene di chi gli sta intorno e per cui al ricchezza non è un valore assoluto. Peter: la grande delusione, il fallito, che non viene rispettato nemmeno da quelli che si impegna a difendere. Jeannie ricorda il nonno e pensa che in fondo i morti non hanno voce e questo li rende irrilevanti. Ma in questo romanzo grandioso tutti i morti sono invece un fatto rilevante per la prosperità dell’America (e non solo) di oggi e a ciascuno di loro viene data nuovamente voce anche solo per maledire il loro destino. Attenzione a questo potentissimo autore.