[SUNDAY BOOKS]: libri di spirito

paola rinaldidi @Paola Rinaldi

Lo sappiamo tutti, bere troppo  fa male. Ma si può bere bene e con misura, o ci si può ubriacare di gioia o di malinconia. Lo spirito richiede, appunto, presenza di spirito: e ci sono scrittori che dall’ebbrezza, dal vivere sopra le righe, tirano fuori mondi e storie che sbronzano chi le legge; o che sanno ascoltare le confessioni di un drink abbandonato su bancone da chi si è stufato di raccontare. I tre suggerimenti di oggi sono dedicati a loro. Cheers!

20140323_150915_resized1) Jenni Fagan, PANPOPTICON, ISBN, trad. B. Ronca

Panopticon è Anais (15 anni, sola al mondo, una spiantata si direbbe):  sua la voce narrante e poi i suoi occhi, i suoi pensieri e il suo modo di parlare, una lingua personale tradotta con maestria da Barbara Ronca. L’intera vita di Anais sembra una grande sbronza, perché la realtà non si sai mai quale sia davvero, a cominciare dalla nascita di Anais che segna un’esistenza di abbandono e anaffettività. Non si sa se è vero che la ragazza abbia commesso il crimine per cui viene rinchiusa nel Panopticon, una prigione che, più che il Grande Fratello, ricorda le galere dell’Ottocento, dove invece di correggere, si  cancella. Non si sa nemmeno se è vero che Anais sia sempre spiata come scrive lei, sicuro è che lei vive come se lo fosse, convinta di essere un esperimento: che è anche un modo drammatico per costruirsi la speranza di poterne uscire, per trovare una realtà di umanità e affetto e relazione, che la ragazza sa di poter costruire. Anais non sa dire grazie, non dice mai per favore e ci ricorda, con un po’ di malinconia, la protagonista dei gialli di Stieg Larsson, dura e asociale per necessità più che per scelta.  E proprio per questo, il sogno più grande di Anais è la normalità, lavorare in un bar, leggere libri e portare fuori il cane, magari a Parigi. Insomma, passarti accanto inosservata, come grida, a se stessa, nel finale che è un trionfo tutto suo e che è commovente per entusiasmo e convinzione. Vive l’amour! (e nel 2015 arriva il film di Ken Loach)

kentucky club2) Benjamin Alire Sáenz, TUTTO INIZIA E FINISCE AL KENTUCKY CLUB, Sellerio, trad. L. Briasco

Le sette storie hanno tutte protagonisti maschili, catturati nel gioco del dolore tra El Paso (Stati Uniti) e Ciudad Juárez (in Messico, considerata la più violenta area del mondo al di fuori delle zone di guerra). Le loro case sono posti come il Kentucky Club, perché i bar sono le chiese dei senza Dio. C’è un forte legame tra i racconti: tutti alla fine si ritrovano sullo sgabello del Club a confessarsi e il bar è lì, sempre pronto ad ascoltare. E sono tutti gente di frontiera, tutti parte della stessa lotta. Sono storie di sopravvivenza, in cui l’altro definisce me stesso, rimodella il mio modo di pensare il mondo . È andato a raggiungere le donne è forse il racconto più emblematico della splendida raccolta vincitrice del Premio PEN/Faulkner, è un’allegoria capolavoro della relazione tra le due città,  una storia d’amore tra un professore di El Paso e un autista messicano che si rifiuta di vedere  la sua Juárez come una città affamata del sangue del proprio popolo. Forse solo un mutuo conforto temporaneo, nonostante le differenze di classe e nazionalità, che però non verrà risparmiato dalla violenza di quell’inferno che inghiotte 4.000 donne in vent’anni. E poi ci sono la distruttiva cultura della droga, i difficili rapporti generazionali e familiari, la condanna di ogni diversità, il mercato del sesso, ma anche la speranza di un cambiamento come ci mostra Neto in A volte la pioggia, dove l’amore (bilingue) esce vincitore, perché la disperazione è inaccettabile. Grande penna, forti emozioni.

il bar delle grandi speranze3) J. R. Moehringer, IL BAR DELLE GRANDI SPERANZE, Piemme, trad. A. Carena

Nei primi anni ’70 , lo studente J.R .(Junior) Moehringer vive con la madre nella casa di suo padre a Manhasset , la cittadina in cui F. Scott Fitzgerald ambientò il Grande Gatsby, che torna spesso nel romanzo autobiografico del Premio Pulitzer (in fondo, c’è un personaggio che meglio descriva l’animo americano?): il padre di J.R. è sparito da così tanto tempo che  non si sa bene chi sia Moehringer Senior, eppure J.R. ascolta la sua voce alla radio (il padre è un dj ubriacone) fino a quando non scompare anche quella. E allora segue l’altra voce maschile della sua vita, quella dello zio Charlie, che fa il barista al Publicans (che prima si chiamava, guarda un po’, Dickens: alcol sì ma tra i classici della letteratura!). Moehringer ne evoca i suoni e gli odori, scatta istantanee memorabili della fauna maschile improbabile che lo frequenta (poeti, allibratori, reduci dal Vietnam, avvocati, attori, atleti, disadattati e sognatori) e che gli fa da padre putativo corale. Cosicché, paradossalmente, dopo l’11 settembre 2001, forse J.R. è l’unico a non sentirsi orfano a Manhasset. Un grande affresco che, nonostante le battute comiche, non perde mai l’alto livello letterario e che lascia che la poesia sia scritta sui tovaglioli dei cocktail che rimangono sui tavoli la sera. Moehringer è quello che ha aiutato Agassi a scrivere Open e senza Moehringer, sarebbe stata l’ennesima biografia di uno sportivo. Un  brindisi a chi sa cosa voglia dire scrivere lasciando un sorriso sulle labbra e un nodo in gola.