I MIEI “GAME OF THE YEAR”

ped-profilodi Andrea Peduzzi

All’alba di questo 2014 tutto chino sulla next gen, ho deciso di tirare le somme dell’anno appena passato scegliendo tre videogiochi che, per un motivo o per l’altro, hanno definito il mio 2013 videoludico: che insomma, tutti i siti in questo periodo stilano classifiche, e qui mica siamo i più stronzi, no? Così, quella che segue è la mia personalissima “top three”, e in quanto tale insindacabile da un lato, sindacabilissima dall’altro (quale, decidetelo da voi). Come noterete, mancano alcuni nomi di spessore come The Last of Us, GTA V e il chiacchieratissimo Papers, Please: il primo, lo ammetto, mi ha convinto così così; il secondo resta senza dubbio il gioco più importante dell’anno, ok, ma è un po’ troppo ingombrante per stare nella mia classifica; il terzo, non me ne voglia il collega Filippo Zanoli, colpevolmente non l’ho giocato. Mancano pure altri titoli che hanno schivato il podio per un soffio: un paio di Mario, The Wolf Among Us e Luigi’s Mansion 2; ma nella vita tocca scegliere, quindi amen.

 

Gone Home

1) GONE HOME

Dunque, al primo posto piazzo senza dubbio Gone Home (disponibile per PC e Mac), che di riffa o di raffa considero il titolo più rilevante del 2013. Non il migliore, si badi bene, anche perché il lavoro di The Fullbright Company non è certamente esente da difetti. Nondimeno, a Gone Home vanno riconosciuti il coraggio e il merito di aver proposto una storia completamente interattiva senza l’appoggio di puzzle o altre strutture ludiche superflue alla narrazione (a differenza di The Walking Dead, ad esempio, che in questo senso resta ancora un po’ indeciso).

Gone Home manca di una sfida propriamente detta, ragion per cui non rientra a pieno titolo – anzi, a nessun titolo – nella categoria di videogioco, pur restando con orgoglio un videogioco. Il titolo di Fullbright non è mai scontato o superficiale, e pur difettando di un game design propriamente detto può comunque contare su una struttura solida e su una “regia invisibile” che innesca le mosse dell’utente senza mai infagottarle, pur facendogli sentire la mano ferma degli autori. Autori che, tra l’altro, hanno pure messo assieme un’ambientazione anni Novanta più reale del reale, che farà scendere una lacrima a chi, in quegli anni, era già in età da Nirvana, Twin Peaks o Beverly Hills 90210 (e non fate gli snob, che le faccende dei fratelli Walsh prima o poi son toccate a tutti).

In definitiva Gone Home è forse l’esponente più radicale di una nuova filosofia di gioco (o di un nuovo genere?) che ultimamente sta facendo dei bei passi in avanti. Una filosofia inaugurata dai lavori di David Cage e proseguita da Telltale con The Walking Dead e, soprattutto, The Wolf Among Us: opere che non hanno paura di emanciparsi dai canoni classici delle avventure grafiche per lanciarsi nella narrazione pura senza la rete del ludus. In questo senso, un po’ oziosamente, mi chiedo come sarebbe stata accolta una roba del genere una decina d’anni fa: probabilmente in molti avrebbero storto il naso; magari persino io, vai a sapere.

 

Bioshock Infinite

2) BIOSHOCK INFINITE

Al secondo posto metto Bioshock Infinite. L’ultimo capolavoro di Irrational Games è riuscito a coinvolgermi come pochi altri giochi di questa generazione. Il motivo, manco a farlo apposta, risiede principalmente nella scrittura: la storia raccontata da Ken Levine è probabilmente una delle più interessanti mai infilate in un videogame, e tra viaggi nel tempo, fisica quantistica e soluzioni metaludiche e metanarrative (fermatemi, vi prego) tiene serenamente il passo dei migliori episodi di Lost. A questo eccellente comparto narrativo si aggiungono una direzione artistica di qualità, grandi musiche (splendidi gli arrangiamenti di brani pop contemporanei, per di più giustificati dalla trama) e personaggi interessanti: si va dall’adorabile e disneyana Elizabeth al sinistro Comstock (!), passando per gli enigmatici Lutece.

E poi c’è il gioco. Sul piano del gameplay Bioshock Infinite è uno sparatutto in prima persona convenzionale, se non conservativo, criticato a destra e a manca per la sua linearità. Tutto vero, eh, ma personalmente non sono un grande esperto di FPS, e non ho provato particolare fastidio per la struttura generale (che preferirei definire asciutta, piuttosto che povera) o il level design. Anzi, a dirla tutta mi sono parecchio divertito per tutto il tempo, fermo restando che il mio giudizio positivo – lo ribadisco – è legato soprattutto alla storia e al modo in cui si srotola. A questo punto un chiarimento è d’obbligo: personalmente trovo che giudicare un videogame dalla trama sia cosa piuttosto discutibile; è pur vero che, se la trama c’è, è impossibile prescinderne, tuttavia in un medium interattivo la priorità critica dovrebbe andare alle meccaniche. Beh, in questo senso la dimensione interattiva di Bioshock Infinite è assolutamente cruciale per la composizione e il ritmo della storia, che diversamente non funzionerebbe così bene. E così la mia coscienza critica è a posto, e bon. Ah, se interessa Bioshock Infinite è disponibile per Xbox 360, PS3 e PC.

 

Zelda

3) THE LEGEND OF ZELDA: A LINK BETWEEN WORLDS

Il terzo giochino della mia breve rassegna è The Legend of Zelda: A Link Between Worlds per 3DS, che lasciar fuori Nintendo dagli awards pareva brutto. Il gioco, lo sanno anche i sassi, è il seguito spirituale del celeberrimo A Link to the Past (classe 1991, giusto per restare in tema Gone Home), da cui eredita parecchie consuetudini, il mondo di gioco e la favolosa palette cromatica. Quello che ci mette di suo, invece, è una rinnovata libertà d’azione che dribbla parzialmente la struttura classica della serie e ci permette – previo affitto di oggetti magici – di affrontare i dungeon in ordine sparso. E che dungeon! Con la loro struttura verticale consentono al piccolo 3DS di esprimere al meglio le sue potenzialità stereoscopiche, e ammetto serenamente che giocare A Link Between Worlds con il  3D spento è un peccato mortale. Purtroppo la stereoscopia incide solamente sul comparto estetico e non sul gameplay, e fa rabbia leggere in giro che Aonuma e i suoi hanno dovuto giocoforza rinunciare a enigmi basati sul 3D per via di quella brutta faccenda del 2DS. Amen, mancanze virtuali a parte questo Zelda è davvero fantastico, meravigliosamente in bilico tra rinnovamento e classicità, con una mappa densissima che viene raddoppiata dal consueto Dark World, e poi addirittura triplicata (o quadruplicata) dal bracciale magico, che permette a Link di farsi graffito e muoversi tra le superfici: una feature, quest’ultima, che fa letteralmente esplodere il gioco a livello di game e level design.

In ultimo, a tirar dentro i giocatori più vecchietti ci si mette pure il fattore nostalgia, che imbattersi in certe musiche e faccende a distanza di anni fa davvero tanto, tanto piacere.