CINQUE INFORMAZIONI PER MUOVERSI NELL'INFORMAZIONE. TRA TWITTER, FACEBOOK E BEPPE GRILLO

208705_10150977620650755_1662556604_n (1)di Elia Belli

E non ditemi che è questione di orpelli o di scelte lessicali, di semantica o sinossi parolaia. No, siamo proprio alla pure invenzione di concetti antitetici, cacofonici, a ossimori buoni per il “tutto è generalismo” . E non ditemi neanche che sono solo menate per giornalisti o addetti ai lavori (fatemi finire lo sfogo e poi vi spiego di che sto parlando!). No qui siamo davvero alla pura fantasia, all’invenzione del secolo. Diciamocelo e diciamolo una volta per tutte: la controinformazione non esiste, non qui, non in Italia, non fatta da politici o giornalisti. Esistono, invece, le informazioni vere, quelle false, quelle condite, quelle parziali. Ancora, ci sono le informazioni di settore, quelle generaliste (oggi vanno per la maggiore), le informazioni sportive, la cronaca, l’opinione (che è di una sola persona, ma non per questo necessariamente sbagliata), o il gossip, re di questo brutto mondo. Potremmo andare avanti per tutte le 3000 battute così, con un elenco all’interno del quale ognuno può scegliere quello che più gli piace e magari chiamarlo anche “controinformazione”. Eppure è bene sappia che le notizie (false per la maggior parte dei casi) che si incontrano on line non sono controinformazione né lo è Striscia la Notizia (oggi considerata al pari di un Tg e questo è sicuramente un problema).

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Ecco allora qualche informazione per muoversi nel mare magnum:

1 – Primo teorema: Grillo non fa controinformazione, ma dice la sua esattamente come fanno Bersani, Berlusconi, Monti, Vendola o La Russa. Da Cesare (quello del De Bello Gallico tradotto a malavoglia al liceo) in giù è sempre la stessa storia che suona più o meno così: “ecco la vera informazione: la controinformazione che gli altri non vogliono darvi! Ma oggi vi è andata bene perché ci sono io e io sì che so come stanno le cose.” Mah…

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2 – Secondo teorema: La controinformazione non la fai dal “di dentro”, come parte in causa, ma dal di fuori, da spettatore non interessato e non guidato. È controinformazione Travaglio che racconta la sua su Grasso (indirizzato da un editore che fa audience se si fa casino) o Grasso che racconta la sua su sé stesso? E, ancora, è informazione quella che fanno Berlusconi o Ghedini e la controinformazione la fanno quegli altri o è il contrario? Messora e i comunicatori 5 Stelle hanno il compito di sbugiardare Corriere Repubblica e tutti quei brutti ceffi che raccontano fandonie sulla loro purezza intellettuale o hanno ragione quegli altri che li fotografano alla mensa del Senato a fare quello che hanno detto non avrebbero mai fatto?

3 – Terzo teorema: Giletti che insegue Grillo in moto con una webcam sul casco non è né informazione né controinformazione, ma semplicemente una bella barzelletta da raccontare per guadagnarsi qualche follower su Twitter. Accordiamoci sul nome che diamo alle cose e cerchiamo di tenere fissa una teoria del riferimento comune. In fondo, dare il nome alle cose è un po’ il promemoria per ricordarci ciò che siamo o non vorremmo essere. Una robetta che non sarebbe male tenere a mente

4 – Quarto teorema: Quelle che sono balle, balle restano! Chiamiamola parziale, diciamo che l’informazione è tanta, scegliere è dura e l’entropia informativa non fa vedere ordine all’orizzonte del caos presente. Ma cerchiamo di fare lo sforzo di chiamare le cose col loro nome: balle o verità (mi perdonino gli epistemologi relativisti) che siano! Lo chiamano “fact checking”, non mi appassiona, ma tant’è…

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5 – Quinto teorema: L’informazione libera non esiste. Chiamiamolo pure Grande Fratello, ma chi scrive lo fa sempre per qualcuno. Difficile è scegliere il mandante delle parole che usciranno dalla nostra tastiera. Come un killer che non sceglie né chi lo assolda né chi sarà la sua vittima. Non è una questione di cattiveria, supponenza o superficialità. Nulla di personale, è solo il giornalismo (bellezza!), un lavoro come tanti altri, gente che fa informazione in mezzo altri che la fanno. Chi scrive balle lo sa bene, non può dirlo e (a certe condizioni contrattuali) non può certo esimersi. Poi, finisce l’orario di lavoro e, al bar, con gli amici, è tutta un’altra storia.