CIAO ENZO: UN VIAGGIO NEI RICORDI PER SALUTARE JANNACCI

paola rinaldidi Paola Rinaldi

Non sono un’esperta di musica, leggo e vendo libri. Ma la morte di Enzo Jannacci mi ha addolorata profondamente, sebbene non sia stata, per nessuno, una sorpresa. Leggo i tweet, i post su facebook, scorro i video su youtube, leggerò gli articoli sui giornali.. Ma Jannacci secondo me è sempre una questione personale. Non solo per me che sono di Milano, non solo per me che ho una certa età. Le poesie che Jannacci metteva in musica e cantava un po’ stonato, un po’ sorpreso, commosso o divertito, solo o in compagnia, rimbalzano in angoli diversi del nostro cuore: diversi di volta in volta, diversi di cuore in cuore. Nel mio, Enzo Jannacci si è agganciato a mia madre, milanese dentro e fuori, cresciuta in case di ringhiera, che ha dovuto congedarsi un po’ prima di Enzo, più o meno per lo stesso motivo.

Il mio Jannacci è questo

Mio padre e mia madre che mi lasciano vedere Il poeta e il contadino, in bianco e nero, e insieme camminiamo sotto braccio un po’ come dei pirla con la gamba alzata, come fanno Cochi e Renato e Enzo, iata tta ta…iata tta ta… - La canzone Intelligente è la mia suoneria del cellulare-. Jannacci che arriva con il motorino e il casco in testa, i miei che mi dicono che Andreasi e tutti quelli lì son quelli del Derby…

Gli occhiali scuri che, diceva la mia nonna, non fanno vedere l’anima: e invece poi mia madre mi raccontava del Jannacci che curava anche quelli senza i soldi. E mi raccontava di come stava male a vedere i barboni in Stazione Centrale, quelli che nemmeno ce le hanno, a volte, le scarpe del tennis. Perché mica si può tirare dritto, no?! Come fai a prendere la metro, arrivare a casa e metter su l’acqua come e niente fosse?! Jannacci degli emarginati, di chi ha perso il filo.

Il concerto dedicato a Gaber. L’ultimo concerto che ho visto insieme a mia madre, al Piccolo. C’era lo sciopero dei mezzi e quando Jannacci s’è accorto che molti sono arrivati in ritardo, perdendosi mezz’ora buona di quel tributo così importante e affettuoso, ha guardato suo figlio al piano e gli ha detto: “Paolo, ricominciamo dall’inizio, come si fa?!”, e Paolo, con un faccia buffissima, l’ha guardato pensando che scherzasse. E invece no. E’ stato un concerto e mezzo, e ho visto mia madre ridere e commuoversi, cantare con me e con il pubblico e con Enzo dimenticarsi del suo cancro in un concerto dedicato a uno che c’era appena morto di cancro. Quando ho incontrato Jannacci, una sera per caso ad una cena per librai a cui non doveva nemmeno partecipare, l’ho ringraziato, per tante cose ma soprattutto per quelle ore in cui, grazie  a lui, mia madre era tornata quella di sempre, guarita per un po’.

E Jannacci per i librai: quello di Giovanni Telegrafista che è la traduzione della poesia del brasiliano Cassiano Ricardo.

Ciao Enzo