(ALMENO) TRE MOTIVI PER ODIARE IL TIQUI- TACA(E AMARE IL LIBRO DI MICHELE DALAI)

avatarsbertagna di Sabine Bertagna

Immaginatevi gli dei del calcio in trasferta a San Siro per Milan-Barcellona. Immaginateli accomodarsi sugli spalti dopo aver letto un pungente pamphlet contro i blaugrana. Dopo pochi minuti dal fischio iniziale si guardano negli occhi e annuiscono. Questo tiqui-taca è una noia mortale. I catalani perdono per 2 a 0 e la partita si trasforma in uno spot magistrale contro il palleggio sterile e forsennato. Universalmente osannato. Indiscusso e indiscutibile. Ci immaginiamo un sorridente Michele Dalai in contemplazione davanti allo schermo, con l‘espressione di chi lo andava predicando da tempo. A chi come lui ha sempre trovato tedioso l’ipnotico rituale per il quale ai catalani è vietato tirare in porta se non dopo aver toccato la palla almeno un milione di volte, quella partita ha regalato la conferma più preziosa. Il calcio non è solo possesso palla. Il Barcellona non è la squadra più bella del mondo. E dirlo, forse, non è nemmeno più peccato.
Ci sono essenzialmente tre motivi per i quali dovreste rivedere le vostre considerazioni sul Barcellona. Che voi lo amiate o che vi sia indifferente. Che voi adoriate o detestiate il calcio. Che alla voce allenatore dei sogni abbiate appiccicato la figurina di Pep Guardiola o quella di Josè Mourinho. Il dubbio si insinuerà improvviso e inaspettato. Come un contropiede feroce. Liberatorio.

TROPPO BUONISMO

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Il Barcellona è il secchione della classe che prende sempre 10, non commette azioni dissolute e rappresenta il modello perfetto al quale ispirarsi con rispettosa devozione. Fa beneficenza e disegna ottimo calcio. Come il Bene prevale su tutto e vince praticamente sempre. Ma nel calcio  il confine tra Bene e Male è labile e illusorio. I catalani, come tutti, non sono immuni alle sceneggiate (Busquets è in corsa da tempo per un oscar), né ai favori arbitrali. Con un’aggravante: non lo ammettono. Naturalmente con il beneplacito del mondo intero. ¿Porque?

IL CALCIO NON È UN’EQUAZIONE

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Tra i più strenui adoratori del calcio catalano ci devono per forza essere coloro che ogni partita compilano ordinate liste di numeri. Il nr. di passaggi, le percentuali del possesso palla e gli innumerevoli chilometri percorsi nei tira e molla di infiniti palleggi. Il mondo si inchina ai blaugrana perché li crede in possesso della formula magica. Il calcio però non è un’equazione scontata. “È uno sport sporco, fatto di caso e astuzia, governato da divinità capricciose e ingiuste.” Pensare il contrario, senza mostrare il minimo accenno di dubbio, profuma vagamente di arroganza.

UNA CANZONE MONONOTA

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Quando avrete finito di leggere il libro andate a ripescarvi una qualsiasi partita del Barcellona. Togliete il volume e cercate su youtube la canzone K.I.E.R.E.M.E di Bebe. Verrete risucchiati da uno spartito che null’altro concepisce se non se stesso. Non è difficile tifare Barcellona. E’ un calcio “Ikea”, che tutti possono capire senza per forza avere profonde conoscenze tecniche o tattiche. E’ una canzone universale e per cantarla non è necessario conoscerne le note. Se vi siete stancati di sentirla fischiettare con quel tono supponente è il momento giusto per fare outing. Non vi sentirete più soli. Finalmente.

 

“Contro il tiqui-taca” Come ho imparato a detestare il Barcellona di Michele Dalai, Mondadori